Sara

“…rubai il primo cavallo e mi fecero uomo,

cambiai il mio nome in coda di lupo”

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L’immagine sulla copertina del libro aveva attirato la mia attenzione. Poi quel titolo, Ilona arriva con la pioggia! Sottotitolo, storia di “una maga della vita e dei giorni”, di Alvaro Mutis. Iniziai a leggere qualche pagina mentre l’aria condizionata della Feltrinelli allontanava per un po’ il caldo soffocante della città. Ero così così preso dalla lettura che non mi accorsi nemmeno del cellulare che stava vibrando. Finalmente alla terza chiamata pur non riconoscendo il numero risposi.
“Ehi, quanto mi fai aspettare, ma non mi riconosci?! Come stai?!! Sto venendo dalle tue parti, se sei impegnato fa niente! E poi scusami tanto, ma non hai più il mio numero in rubrica?”
In effetti avevo perso quasi tutti i numeri. Compreso il suo. Non sto qui a spiegare il motivo però diciamo che per una serie di sfortunati eventi il cellulare mi era finito con i pantaloni in lavatrice. Lavaggio, candeggio e centrifuga. Pantaloni perfetti e profumati all’uscita, cellulare da buttare. Ma questa è un’altra storia.
“Sara ciao, certo che ti riconosco, come stai?!”
Era una vita che non ci sentivamo. L’ultima volta tre anni prima di sfuggita alla festa del mio paese. Ero tornato per un paio di giorni. Lei stava passeggiando con la figlia, il compagno e il cane. Io ero di aperitivo lungo. Ricordo che mi avvicinai per un saluto veloce e guardando dentro alla culla non potei fare a meno di complimentarmi con la mamma.
“Che bel bambino, che amore!”
”È una bambina, scemo!”
“Lo so, stavo scherzando, è bellissima!”
Quel giorno parlammo poco, pochi minuti, poi basta, né più visti né più sentiti. Fino alla sua telefonata.
”Come stai? E la bambina?”
“Lei sta benissimo, cresce ed è bello vederla sorridere! Allora dimmi, sei a Bologna? Io sono in treno e tra un paio d’ore dovrei essere là. Scusa se non ti ho avvertito ma è stata una cosa improvvisata. Mi sono svegliata stamattina e ho deciso di partire. Ho lasciato la bimba da mia mamma e sono corsa alla stazione. Volevo starmene un po’ da sola. Un giorno tutto per me. E poi ti ho pensato. Mi piacerebbe vederti, però ripeto, non sentirti obbligato!
“Ma quale obbligato, fa piacere anche a me rivederti, e poi oggi sono libero, dai ti aspetto!”
“Che bello! Senti, senti una cosa, ma ce l’hai sempre la cassetta che ti registrai alle elementari?”
“Certo che ce l’ho.”
“Ok, e non ti dimenticare, lo so che hai sempre la testa tra le nuvole, però non lasciarmi alla stazione, mi raccomando, vienimi a prendere!”
“Ma smettila, a dopo!”
Pagai il libro e me ne tornai verso casa. Mentre stavo sull’autobus pensavo al fatto che era tutto così strano. Era un secolo che non ci vedevamo da soli io e lei. E certo, poi mi tornò in mente anche la cassetta. Chissà dove era finita. Forse da qualche parte nella soffitta dei miei. Sara me la regalò in quinta elementare. Questo lo ricordavo bene. Dentro c’erano tante canzonine mielose, tutte cuore amore, cose da femmine insomma! Aveva registrato anche la sua voce. Ricordo che parlava veloce, rideva e diceva quanto le piacesse guardarmi giocare a pallone dalla finestra di casa sua, diceva che ero proprio bravo. Era simpatica Sara però dai, cosa doveva capire del pallone, lei che perdeva il suo tempo a giocare con le bambole e con la cucina! Io in quel periodo pensavo ad altro. Cose da maschi, cose da grandi, vuoi mettere. Leggevo i giornaletti di mio cugino io, leggevo Tex, andavo a cercare i bisonti nelle praterie, i pipistrelli nelle grotte, le rane nei fiumi, uccidevo lucertole, tiravo sassi ai barattoli di latta con la mia fionda, avevo la mia banda, cosa me ne potevo fare delle sue canzoncine mielose. In quel periodo dopo gli allenamenti di calcio passavo sempre da mio zio Cesare. Anche questo facevo. Era uno spasso mio zio, davvero. Mi parlava di guerra, di tigri, di oceani, di pianeti, mi leggeva tanti libri, mi portava ogni volta dentro mondi fantastici e per me sconosciuti. Era l’unico che mi faceva sentire grande. Molti tra i miei parenti non lo potevano sopportare, lo consideravano una pecora nera, un anarchico, uno un po’ strano insomma. Per me era il migliore zio del mondo. Purtroppo morì troppo presto. Mia zia pochi giorni dopo il funerale mi portò nella sua cantina e mi disse che c’era qualcosa per me. Un grosso scatolone e una lettera. E dentro allo scatolone tanti libri. Hemingway, Flaubert, Melville, Marcuse, Platone, Nietzsche. Il suo ultimo regalo per me. I suoi amati libri. Lui che aveva dovuto abbandonare la scuola in terza elementare. Parlavamo tanto io e mio zio. Il più delle volte però lo stavo ad ascoltare. Mi parlava di politica, viaggi, filosofia, storia. E poi ovviamente anche di donne.
“senti ma non è che hai problemi con le donne?”
“no zio, certo che no!”
“ma la fica ti piace o non ti piace?”
“…”
“la fica non ti piace?”
“sì, cioè, in che senso, sì…”
“e alla tua amica, a quella Sara glielo hai messo in mano, glielo hai fatto vedere?”
“cosa?”
“Come cosa, sveglia, il tuo pisello, guarda che c’è qualcosa di più bello della masturbazione, mica mi voglio ritrovare un nipote segaiolo!”
“…”
“Dai scherzo, su, non diventarmi rosso, dimmi un po’, come vanno le cose tra voi due?”
“come vanno zio, vanno. Per dirti, quando siamo andati in gita la mia amica Ilaria mi ha detto che Sara voleva mettersi con me però si vergognava troppo a dirmelo direttamente. Comunque io già l’avevo intuito per via di una cassetta che lei mi aveva registrato. Mi aveva anche lasciato un bigliettino in classe. Con due cuoricini attaccati, in uno aveva scritto il suo nome, nell’altro il mio e sotto c’era scritto speriamo. Insomma cosa vuoi che le dica, mi ha chiesto Ilaria. Cosa vuoi dirle, dille che per me è ok, va bene! Questo ho risposto.”
“Ottimo, quindi state insieme! Ma a te piace proprio questa Sara, non mi sembri convintissimo?”
“Certo che mi piace, penso di sì, a parte la musica che ascolta, per il resto è una tipa in gamba! Giochiamo insieme, ci teniamo per mano e vorrei anche darle un bacio però non so come fare, ho un po’ di paura, meglio aspettare secondo me, che dici?”
“Ho capito, massimo una settima e ti lascia per uno più grande e più sveglio di te. Una settimana e sei scaricato bello mio! Ma cosa devi aspettare, di diventare vecchio come me?! Ricordati, se non la baci ti rinnego come nipote! Adesso vieni qua e dammi un abbraccio forte. Ti voglio bene piccola peste e per qualsiasi cosa lo sai che io per te ci sarò sempre. Ora vai e fai piano con la bici!”
Aveva ragione mio zio. Dovevo trovare il coraggio. Dovevo baciarla. Il giorno dopo mi decisi e andai a trovarla a casa. I suoi erano a lavoro. La testa mi stava scoppiando. Non riuscivo a trovare una battuta simpatica per rompere il ghiaccio. Niente di niente. Vuoto assoluto. Maledizione. Eravamo seduti in silenzio sullo stesso divano. Ero nel panico. Il tempo non passava mai. Decisi a quel punto, non riuscendo a fare altro, di concentrarmi sul veliero enorme appoggiato sopra alla mensola.
“Ma sai che questo veliero è pazzesco, bellissimo!”
“Grazie, è di mio padre”
“È una bomba, grandioso!”
Amerigo Vespucci c’era scritto. Lungo più di un metro sicuramente. Guardai ogni particolare e più lo guardavo più pensavo a quanto ero fifone! Basta, non ce la facevo più, la situazione era troppo imbarazzante, me ne dovevo andare. La ringraziai per l’aranciata e scappai al fiume dai miei amici. Correvo e pensavo che ero stato proprio un deficiente, un bambino buono a nulla. Cosa me ne poteva poi importare di quel maledetto veliero o galeone o nave che fosse? E i miei amici subito a chiedere, a voler sapere i particolari. Ed io che non ne volevo parlare.
“Stai a vedere che questo si è proprio innamorato, proprio come le femminucce!”
“Ma quale innamorato, non ho tempo per queste stronzate, andiamo a fare un tuffo, dai!”
Quella notte dormii male e poco. Il giorno dopo chiesi a Sara di venire con me alla fontana, quella nel campo di Fernando. Là saremmo stati tranquilli. Lei venne e mi portò un regalino, un piccolo modellino di nave. Un Amerigo Vespucci in miniatura. Io per ringraziarla all’improvviso le baciai le labbra. Un bacio velocissimo. Un nanosecondo. Niente di particolarmente interessante e entusiasmante. Sarei riuscito a fare un po’ meglio tempo dopo però comunque quello fu il nostro primo bacio e da quel giorno eravamo sempre insieme. Avevo iniziato anche a trascurare i miei amici e stavo uccidendo molte meno lucertole. Dopo l’estate poi ci lasciammo per rimetterci insieme alcuni mesi dopo. Litigavamo e facevamo la pace. Sempre. E poi ci perdemmo di vista. Ognuno per la propria strada. E dopo anni ecco la sua telefonata. Eccola a Bologna.
Scendendo dal treno mi venne incontro correndo con le braccia aperte, ancora con quell’espressione dispettosa e furba che aveva da bambina. Era una situazione un po’ strana però fui sinceramente felice di rivederla. Ce ne andammo in giro per la città e dopo aver camminato a lungo la portai ai giardini Margherita per una birra fresca e un po’ di ombra. Seduti sul prato lei mi raccontò di sua figlia, delle sue paure, della storia finita con lui, del fatto che a volte le sembrava di non farcela a respirare. Poi si sdraiò sull’erba e chiuse gli occhi.
“Senti, va bene per te se riparto domattina?”
“Certo che va bene”
“Allora resto, basta solo che tu non mi violenti stanotte, me lo prometti?”
“Questo non te lo posso garantire, mi spiace!”
“Ok, non importa, correrò il rischio!”
Comprammo una bottiglia di vino e andammo a casa mia. Mentre lei parlava al telefono con la bambina io cucinai qualcosa. Aprimmo il vino e ridemmo di quanto eravamo buffi noi da bambini. Il tempo era volato, era ormai tardi e la mattina ci saremmo dovuti alzare presto. Cambiammo le lenzuola del mio letto dove lei avrebbe dormito. Io mi accomodai sul divano nell’altra stanza. Non riuscendo a prendere sonno lessi qualche pagina del libro comprato la mattina alla Feltrinelli. Dopo cinque minuti due, tre colpetti sul muro.
“ehi, stai dormendo?”
“no Sara, leggevo un po’.”
“ti va di venire di qua cinque minuti? Devo dirti una cosa.”
“Certo, eccomi. Dimmi?”
“Grazie, è stata una bella giornata!”
“ma allora perché piangi?”
“non sto piangendo, niente, abbracciami per favore e raccontami di cosa parla il libro di Mutis”
Le raccontai del libro, aspettai che si addormentasse e me ne tornai sul divano. Lessi qualche altra pagina e dopo poco mi addormentai anch’io.

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La voce della luna

“..far above the moon
planet earth is blue
and there’s nothing i can do”

space oddity – david bowie

hokusai

Tutto è bianco. Bianco e tenero come il profumo familiare di un ricordo lontano. Come un amarcord. Silenzioso e bianco come un morbido gesto d’amore che accarezza la parte più nascosta dentro me. Tutto è calmo. Ovattato e bianco come una parola dolce sussurrata appena e ricevuta in dono piangendo e tremando di felicità. Bianco e indecifrabile come la maestosa fragilità della luna che delicata e senza sosta qualche volta torna anche qua.

Fermati un po’ con me questa sera. Fermati e rallenta la terra. Fermati e parlami di luoghi incantati con semplicità perché tanto l’enfasi è solo di quelli che hanno pensieri troppo corti per poter vivere di vita propria. Fermati, ricordami il mio nome e aiutami a capire. Fermati ed io ti ascolterò restando in silenzio come gli uccelli quando arriva la notte. Non chiedermi perché. Non aspettarti risposte che io non posso dare. Lasciami solo guardare la tua bellezza e aiutami a non essere risucchiato nel vortice di questo mare fatto di scirocco e tramontana, schiacciato tra scilla e cariddi. Lasciami venire con te. Lasciami andare via. Lontano dai miei inevitabili fallimenti e dai miei graffi sulle loro parole bigotte. Lontano dai loro insegnamenti, dalla loro pubblicità di donne fotocopia, dalle loro crociate, dalle loro prese per il culo e dalle loro verità rivelate. Lontano dalle loro estenuanti strategie, dal loro insanabile bisogno di potere. Lontano dal loro odio e dal loro razzismo. Lontano da multinazionali che come lo stato, la chiesa, la scuola ti insegnano e ti inculcano valori da seguire. E tu sempre pronto a chiederti quanti desideri recepiti riuscirai a soddisfare questa fine settimana. Basta. Non ce la faccio più. Voglio andare via. Sempre più lontano da queste industrie progettate per plasmarti fin dall’infanzia, per insegnarti il loro stile di vita, il loro modo di pensare, pronte a catturarti in ogni momento, in ogni angolo della tua città con le loro trappole per insetti. Illusioni ingannevoli. Preghiere laiche. Rabbiose bestemmie.

Sai, da piccolo ho fatto la comunione, la cresima e religione in classe. Poi col tempo ho iniziato a pensare. Adesso confusione e paura. E poi la notte. E poi il silenzio. E poi tu, finalmente. Pace e bisogno di sentire, di annusare, di toccare, di sporcarmi le mani e di trovare ancora un sentiero segreto e nascosto tra le foglie. Ho bisogno ancora di te per poter scacciare questa mia malinconia, per capire la direzione. Dammi un po’ di serenità se puoi e non andartene via come le lucciole nelle mie corse sudate di bambino. Come queste note stonate dimenticate e perse nei miei cassetti che poi senza un motivo ritornano come un bacio sulla bocca. Come scintille di fuochi accesi la notte su prati di montagna. Come la dolce melodia di una chitarra classica che ancora non ho imparato a trattenere tra le mani. Aspetta se puoi e  lasciami cullare dalla tua luce. Lasciami impiastricciare ancora un po’ con pastelli il tuo contorno su fogli colorati. Aiutami e ti prometto che domani riuscirò a trovare la forza per lasciarti andar via. Scaldami e questo dolore invisibile, fidati, forse domani passerà.

Meschino

“..è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.”

00.-G.Berengo

Mi hai odiato ed hai odiato te stessa. Mi hai dato del meschino. Nessuno l’aveva fatto prima, ma va bene così. E poi cattivo, egoista, insensibile. Sei riuscita pure a rinfacciarmi tutto quello che avevi fatto per me. Le lunghe camminate a piedi per arrivare fino a casa mia. Pensa un po’. I regali. Le telefonate. I baci. Tutto mi hai vomitato addosso. Avevi investito del tempo nella nostra relazione ed io avevo distrutto ogni cosa. Fosse stato per te non sarebbe mai successo. Ormai avevi scelto. Poche chiacchiere, poche domande, pochi dubbi. Andare sempre avanti e non perdersi dietro alle nuvole. Certezze, ordine, praticità. Altre voci da aggiungere al tuo curriculum, altri obiettivi da raggiungere per aumentare la tua autostima, altri traguardi per non deludere le aspettative di tua madre. Però scusami tanto, ma di cosa stiamo parlando? Di contabilità?  Di rate per un nuovo televisore al plasma? Di diritto privato?

Discorsi senza senso, discorsi tra sordi dentro una brevissima storia d’amore. Cosa cercavi in me? Cosa volevi? Era passato così poco tempo da quando ci eravamo conosciuti. Ma tu avevi fretta. Dovevi catalogare. Impacchettare. Spedire. Quello che sapevi era già sufficiente, ti era bastato un attimo per capirlo. Ti era bastato proiettare immagini di altre storie per fare di me qualcosa che esisteva solo dentro alla tua testa. Correvi veloce, ma non nella mia direzione. Volevi tutto e subito. E poi alla fine quando mi hai detto che mi amavi ti sei sentita umiliata solo per il fatto di non aver ricevuto in cambio parole che avresti voluto sentirti dire. E da quel giorno, è vero, sono cambiato. Pure tu. Sei diventata rancorosa, gelosa, morbosa, polemica, insicura, isterica. Eri convinta che ti tradissi quando in realtà avevo occhi solo per te. Ma questo non lo potevi vedere, eri troppo concentrata su te stessa e sui giudizi degli altri.

Sapevi così poco di me però anche questo sembrava non interessarti. Bastava il tuo manuale, questo era sufficiente. Idee chiare. Ragazza ambiziosa, concreta, testarda. Sapevi già tutto. Mai una pausa. Da qui all’eternità. Cosa cercavi? Non lo so. Però quello che cercavi non ero io, avresti dovuto capirlo, avrei dovuto capirlo. Io non potevo essere la tua arroganza, la tua superficialità, i tuoi luoghi comuni, la tua intolleranza, le tue finte sicurezze, la tua ipocrisia, il tuo ordine. No. Non ero i tuoi paroloni che contraddicevano le tue azioni. Mi amavi, così dicevi ma non ascoltavi. Sempre troppo concentrata nel descrivermi le tue qualità.

Ho voluto che finisse, certo. L’ho fatto per te e per me. Ma alla fine sono stato veramente io a volerlo? Non sforzarti, non c’è più tempo. Io non ti amavo, su questo avevi ragione. In quei giorni  non sapevo cosa eravamo, non lo avevo ancora capito, cercavo di capire, cercavo di godermi i giorni insieme a te, di vivere con leggerezza ogni attimo, tutto qua. Tu invece credevi in me, ti fidavi di me, ero essenziale per te, ero fondamentale per te. Su quali basi poi? Mah. Parlavi sempre d’amore. In continuazione. Parole, parole, parole. Cosa tu pensassi dell’amore però non l’ho mai capito. Amare per me se proprio te lo devo dire è non preoccuparsi di poter sbagliare, è mettersi in discussione, ridere, piangere, restare nudi e indifesi, prendersi in giro, non prendersi mai troppo sul serio. È fantasia. Pazzia. Caos. Amare per me è interpretare il bene dell’altro e non ostacolarlo per egoismo, possesso, insicurezza. Amare è abbandonare i vecchi pensieri, gli insegnamenti, mettere in discussione la propria identità, lasciarsi sfiorare ogni tanto dalle domande dell’altro, lanciarsi nel vuoto. Amare non è firmare un cazzo di contratto a vita ma vivere l’istante. Vivere l’oggi non per paura dei progetti come ti piaceva ripetere ma per il coraggio e la voglia di gustarmi ogni momento. Quali progetti poi? Niente. Tempi diversi. Due mondi diversi. E poi devi anche sapere che se non usavo frasi romantiche, se non ti facevo promesse per conquistarti, se a volte mi chiudevo nei miei silenzi non era perché volessi essere frivolo, immaturo, cinico, distaccato, irraggiungibile, quando mai, ero solo coerente con le mie idee e con la mia vita che non hai avuto la voglia di conoscere. A differenza tua non volevo essere tranquillizzato, volevo solo che tu fossi te stessa. E invece mi hai giudicato secondo le tue raggiunte sicurezze e secondo le tue passate esperienze fatte di piccoli uomini sempre uguali a se stessi. Mi hai confuso con qualcun altro e hai fatto la tua scelta. Non sei riuscita a conoscermi un po’ meglio, come non ci sono riuscito io. Però io non ho mai detto che ti amavo. C’è un po’ di differenza. Comunque non è obbligatorio stare insieme, credo che questo adesso tu l’abbia capito.

Io invece continuo a non capire quelli che proprio non riescono a starsene da soli. Quelli che prima di lasciare devono trovare un altro porto sicuro su cui attraccare. Quelli che non riescono a vivere nemmeno due settimane con le proprie forze e con le proprie fragilità. Quelli che si accontentano e si nascondono dietro le spalle dell’altro senza mai guardarsi allo specchio. Quelli che sono terrorizzati nello stare un sabato sera da soli con se stessi. Tornando a te, perché parlavi sempre d’amore? Perché hai rovinato tutto?  Perché non mi hai dato il tempo di conoscerti un po’ di più? Amare, amare, amare. Perché sto continuando a pensarci? Perché se ne parla così tanto? Perché scrivo cazzate? Perché dell’amore ancora non ho capito nulla? Tutte le esperienze di questo mondo a cosa servono? Mi sento oggi più che mai come un bambino di fronte alla vita. Pronto a partire, libero e curioso, con le mie contraddizioni, la mia confusione e il mio entusiasmo. Senza paraocchi. Pronto a sbagliare ancora, a non accontentarmi, a soffrire, a far soffrire, ad amare a modo mio, ad amarmi ogni giorno di più.

Questi pensieri confusi, tranquilla, sono solo per me, non li leggerai mai, quello che c’era da dire è già stato detto. Adesso non c’è più tempo e non ho più voglia. Però ogni tanto lo ammetto, penso anche a te. Ripenso a quando ci siamo incontrati la prima volta al concerto dopo che mi avevi rovesciato la birra sulla camicia, ai giorni passati insieme nel casolare in toscana, al bagno di notte alle terme di Saturnia. Sei anche questo per me. E adesso ci ripenso con tenerezza e allegria. Sono sicuro che non te lo aspetteresti mai. Devi continuare a crederlo. È giusto così. Ho voluto che finisse. Ho voluto cancellarti dalla mia vita come mi hai scritto tempo fa. Avevo cancellato anche il tuo numero se proprio devo dirlo. E l’ho fatto ancora. Così avrai il tempo per dimenticarmi e per trovare una persona come te. E non ci metterai molto. Quelle come te ottengono sempre quello che vogliono. Salvo rare eccezioni. Troverai sicuramente qualcuno che ti aiuterà a realizzare i tuoi sogni. Qualcuno che ti darà quello che non potevo darti io, qualcuno che saprà ascoltarti. Qualcuno con cui condividere la vita. E niente, ti auguro felicità, davvero. Adesso però lasciami andare, non cercarmi ancora, non portarmi a distruggere definitivamente alcuni ricordi di momenti allegri passati insieme. Lasciameli ricordare con piacere e in pace.

Bologna è un divano blu

“… Bologna per me provinciale Parigi minore”
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 Bologna è un divano blu consumato trovato per strada. È Andrea Pazienza, Stefano Benni, Federico Aldrovandi. È scuola pubblica, è radio città del capo, è tolleranza. Bologna é tirar tardi parlando per ore di niente, è l’attimo di follia in cui credi di averne afferrato il senso, è una delle mie magliette che metti prima di dormire quando fuori c’è la neve, è un abbraccio per un amico che se ne va, una brandina per un amico che ritorna. È un altro dei miei viaggi tra passato e presente, è un girotondo di sguardi, è tutto quello che vedo dalla mia finestra. Portici rossi e ovattati. Protettivi e soporiferi. Spicchi di cielo. Pachistani che vendono pomodori pachino e tigelle, pizzaioli magrebini alla bella Napoli, studenti fuori sede e fuori corso, giocolieri veneti sui trampoli fermi ai semafori, slavi che improvvisano concerti per strada. Bologna è piazza Santo Stefano in compagnia di un amico marchigiano e della sua chitarra. È il sorriso delle ragazze spagnole che si avvicinano cantando e offrendo una bottiglia di vino. È via Petroni di notte per l’ultimo cicchetto con gli amici dell’erasmus, è via Borgonuovo aspettando le paste calde di Luigi prima di andare a dormire. Bologna è Ustica, Sydney, Valencia, Ragusa, Istanbul. È un Kebab, un Gulasch, del pane carasau, del lambrusco. È dialetto, cultura, caos, puzza di pesce, nebbia, mistero, precarietà, umidità, lontananza, anarchia, fantasia, lentezza, allegria, poesia.

Per me appena maggiorenne Bologna è stata la fuga dai pettegolezzi delle vecchie vedove del mio paese. Dai loro occhi scolpiti e immobili come il granito sui davanzali delle loro finestre chiuse. È  stata la lontananza dalle loro idee bigotte, dalla loro fede, dal loro buon giorno e dal loro buon natale. In quei giorni di grandi decisioni e d’inconsapevolezza l’importante per me era solo lasciare tutto e partire. E dopo l’estate ecco finalmente Bologna! Ecco San Petronio, l’università, le feste in casa di perfetti sconosciuti, gli studentati dove farsi ospitare dalla ragazza romagnola che ti piaceva tanto senza che il custode si accorgesse di te. Ecco i concerti ska all’estragon, le pinte di birra in via del Pratello, il jazz in via Mascarella, i pranzi in mensa dopo file interminabili, le partite a carte per decidere chi avrebbe dovuto poi lavare i piatti della cena, San Luca a piedi che una volta sola può anche bastare, i lavori che ti sei dovuto trovare, il sessanta notturno che non passa mai quando ti serve, la francese che non te l’ha mai data, le notti sui tetti di via Cartoleria aspettando l’alba, l’appuntamento sotto alla statua del Nettuno con quella ragazza conosciuta la sera prima e che ricordavi molto più carina.

E poi la ricerca di una casa, l’appartamento misto, la voglia di condivisione, la mancanza di intimità, il congelatore troppo piccolo, il proprietario rompicoglioni che suona sempre nei momenti meno opportuni, gli spaghetti alle due di notte, le spese condominiali comprese nel prezzo, le selezioni surreali per scegliere nuovi coinquilini dopo aver attaccato centinai di volantini in via Zamboni. Ed eccoli arrivare. Prego, vieni pure, lui è Riccardo, lei Simona e questa è la stanza. Ecco il fascista che non conosce la storia, che non conosce un cazzo e se ripensi a quello che i suoi simili hanno fatto al tuo amico e al suo compagno vorresti sputargli in faccia e sbatterlo fuori all’istante. Ecco quello strafatto di cocaina che deve assolutamente provare il letto e deve per forza saltarci sopra come una biscia impazzita. Come un’anguilla gigante. Che apre senza un apparente motivo le ante dell’armadio quelle sei settemila volte e tu vorresti solo tornartene a dormire. Ecco la ragazza enorme e sorridente che la camera nemmeno la guarda, concentrata solo sulla cucina e sul forno troppo piccolo per le sue torte giganti. E poi la fighettina bolognese che oddio quanto è piccola questa stanza, e cosa sono tutte quelle scritte sui muri, e il cinquantenne abbronzato e abbandonato dalla moglie e dai figli, e l’allevatore di pitoni, il punkabbestia, la matricola, il suonatore di bonghi, la bellissima studentessa del dams, l’aspirante regista, il coltivatore di marijuana, il figlio di papà con l’alberghetto a Sorrento. E tu ogni volta a spiegare le due, tre regole della casa. E fare domande. E sperare che finisca tutto il prima possibile.

Ne è passato di tempo da quel primo giorno a Bologna. Dalla sorpresa, dall’eccitazione, dall’euforia, dal primo esame, dal “vuole una sportina” al “può darmi il tiro”. Poi altre città, altri amori, altre delusioni, altri lavori, altri entusiasmi. Dopo qualche anno eccomi di nuovo qua. Un po’ di cose sono cambiate. Alcuni amici li ho persi per strada, altri li ho ritrovati, altri si sono sposati, qualcuno poi è tornato a vivere con i genitori. Non so per quanto mi fermerò questa volta. Non so quando mi fermerò. Davvero, non lo so, e adesso non mi interessa. Adesso so solo che il frigo è vuoto e devo pensare alla spesa. Uova, verdura, latte, detersivo e qualcos’altro che poi mi verrà in mente strada facendo. Stasera ho voglia di risotto gamberetti e zucchine. Scappo. Ben ritrovata Bologna, mi sei mancata!

Tradimento

“…mia madre mi disse:
non devi giocare con gli zingari nel bosco;
ma il bosco era scuro, l’erba già alta,
dite a mia madre che non tornerò”
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 Salto su un carro merci in corsa con la mia disarmante e infantile curiosità. Sento lo scricchiolare rassicurante del vecchio legno. Odore di rischio, coraggio, libertà. Un predicatore cieco canta un gospel e mi invita a seguirlo. Mi promette strade più sicure e meno polverose. Pepite e risposte. Mi spiace amico ma non lo posso fare. Devo continuare da solo. Alla ricerca di qualche dio, di qualcosa in più, di un altro treno. Lontano come al solito dalla legge del branco. Sorpreso e fragile come un tempo di fronte ad una carezza. Duro e impassibile guardando desolato la tua boria. Refrattario all’incanto dei tuoi regali d’oro. Non ho paura, no, ho solo bisogno di guardarmi in faccia e di scrivere su carta da pacchi consumata e gialla i deliri per le mie notti. Inseguo il mio sogno. Corro verso una nuova frontiera e ripenso per un attimo al giorno in cui una zingara a Granada davanti all’Alhambra mi lesse la mano. Mi promise una famiglia, un cane e una stella polare da tenere in tasca. Avevo diciannove anni, tasche bucate e giravo la Spagna in treno con uno zaino in spalla. Avevo tante stupide idee per la testa. Adesso me ne sto qua con altri sogni e con tante altre stupide idee per la testa. La distinzione tra fantasia e realtà non è affatto necessaria per i miei fini. Se solo tu la smettessi di giudicare ciò che non conosci. Rispetta le mie idee Apapaia. Sì, lo so, ti ho delusa. Lo avevo messo in conto e non posso farci niente. Io non sono e non sarò mai quello che tu vuoi che io sia ma se solo avrai la voglia di ascoltarmi magari un giorno conoscerai qualcosa di me che nessuno ha mai conosciuto. E’ vero, sono cambiato e tu non mi riconosci più. Lo vedi nel mio sguardo. Lo leggi nelle mie parole. Lo vedo nella tua paura. Finalmente orgoglioso delle mie insicurezze, dei miei dubbi, degli sbagli che ho fatto, della mia bellezza. Sei dolce quando menti. Sono più forte di te mentre piango, mentre rido, mentre inciampo, mentre vivo. Non posso fare altro. Ogni notte ti tradirò e tradirò chiunque voglia continuare ad amarmi. Ti tradirò per cercarmi più in fondo, per recuperare l’essenza delle cose, per affrontare gli angoli oscuri e primitivi della mia mente. Fatti avanti allora, non aspettare, sono qua. Graffiami, manda in frantumi il mio fragile vaso di parole vuote, inchiodami alle mie contraddizioni, mordi le mie labbra fino a vederle sanguinare e poi vai via. Non ti fermerò. E poi torna se te la senti. Torna con semplicità, senza rancore, senza supponenza, senza quel bisogno inutile di volermi cambiare, torna soltanto per sentire il mio odore ed io grazie a te cambierò, incrinerò le mie certezze, impazzirò.  Torna senza aspettative, senza recinti, senza il timore di esser giudicata, senza regole. Torna e io ti ascolterò come la spiaggia ascolta i desideri più nascosti delle onde. Torna e dammi le mani. Avrai in cambio dolcezza, comprensione e verità. Torna e dimmi finalmente chi sei.

Lettera quasi d’amore

“…e tu scrivimi scrivimi se ti viene la voglia e raccontami quello che fai,
se cammini nel mattino e t’ addormenti la sera
 e se dormi, che dormi e che sogni che fai…”
Van_Gogh_Almond_blossom

Ok, fatto tutto, quasi tutto ma che importa poi. Le otto di sera. Quasi le otto mentre corro verso l’antica fiaschetteria. Ancora aperta per fortuna. Vino rosso per me e per la mia serata. Questa mattina ho trovato la tua lettera nella cassetta della posta. Ci ho pensato tutto il giorno. E ora non ce la faccio più. Sono curioso. Ho voglia di leggerti. Dovevo solo aspettare il momento più adatto per farlo. Arrivo a casa e metto tutto sul tavolo del terrazzo. Portacenere, vino, apribottiglie, tagliere, salumi, fogli, candele. John Lee Hooker sullo sfondo. Non provate a disturbarmi. Per nessun motivo. Cellulare spento. Sorsata, sigaretta, catfish blues. Apro la lettera e leggo tutto d’un fiato le tue parole. Sorseggio piano, assaporo lentamente. Vorrei tanto averti qua in questo momento. Vorrei sentire i tuoi piedi freddi scaldarsi piano. Vorrei guardarti correre divertita dietro ad un cagnolino per strada. Vorrei che domattina tu mi buttassi giù dal letto pretendendo la colazione. Vorrei vedere la tua espressione subito dopo il mio rifiuto. Imbronciata, arrabbiata, buffa, complice. Vorrei vederti ridere prendendomi in giro. Vorrei baciarti le gambe e ascoltare i tuoi sospiri leggeri.

No, stasera non ti chiamo. No, non chiamarmi. Non risponderei. Aspettiamo domani. Stasera ho voglia di scriverti. A cosa stai pensando? Che cosa succede da quelle parti? Qua ci sono nuvole e chissà forse stanotte pioverà. Grazie per tutto. Grazie per la tua fantasia, per la tua libertà, per una serata come questa. Grazie per riuscire così bene a rispettare i miei silenzi e la mia solitudine. Alzo un po’ il volume. Led Zeppelin, Rolling Stones, Creedence, Barry White, David Bowie, Stevie Ray Vaughan. Ecco che torna Nick Horby. Cinque canzoni per una serata come questa. La prima ain’t no sunshine when she’s gone di Otis Redding. Guardo le nostre foto al mare. Sì, già avevo deciso, ti preparo un cd.

“e’ così sbagliato se voglio essere a casa in mezzo alla mia collezione di dischi? Collezionare dischi non è mica come collezionare francobolli, o sottobicchieri di carta, o bussole antiche. C’è tutto un mondo, qui, un mondo più bello, più sporco, più violento, più pacifico , più colorato, più aereo, più pericoloso, più amoroso di quello in cui vivo, qui ci sono la storia e la geografia, e la poesia..”

“..certi lo considererebbero un modo stupidissimo di passare una serata , ma io non sono fra quelli. Questa è la mia vita ed è bello sguazzarci in mezzo, immergerci dentro le braccia, toccarla”

Da dove iniziare però? Ok. Otis Redding. Al Green. E poi Marvin Gaye, Janis Joplin, Etta James, James Brown, Garbage, Portishead, Massive Attack, Chemical Brothers. Soul, blues, trip hop. Playlist soft, erotica, allucinata, psichedelica, confusionaria. Mi piace come scorre. Sì, sì, mi sta piacendo! Riempio il calice. Mai interrompere il flusso creativo. Mai! Devo mettermi le cuffie però. Mi ritorna in mente Jingo. La cerco. Mr. Santana e Mr. Eric Clapton dal vivo. Jingobalobabalo. Oh mio dio! Volume altissimo nella testa. I sensi si distendono. Fuori ormai poche luci accese. Mi perdo tra i miei pensieri, chiudo gli occhi e sento che tutto quanto il mio corpo risponde alla musica. Perché troppe persone danno così importanza a cose del tutto insignificanti? Gli occhi mi bruciano, le note passano da un orecchio all’altro. Freedom in loop. Richie Havens a Woodstock, wow! Tutto torna, tutto ha un senso e gola secca. Vino rosso. Scrivo molto lentamente adesso. Non so più cosa scrivo, the dark side of the moon e quella voce lungo tutta la schiena. Non posso più scrivere, no, troppe cose, troppe immagini, troppi colori. Brividi e basta. Pensiero da una parte e dita da un’altra. La Grange degli ZZ Top a tutto volume, fantastica! Dove sono? È tardi. Quasi le tre. Domani sveglia troppo presto. Sigaretta accesa dalla parte sbagliata. Tolgo le cuffie. Cammino a piedi scalzi per la cucina. Non posso spedirti. No. Devo dirti altre cose. Mi piacerebbe scriverti ancora un po’. Non adesso. Adesso non posso. Adesso Chopin. Notturno numero due. Mi butto sulla poltrona. Senso di calma e meraviglia. Alla nostra prossima notte. Ti bacio.

Fiore di campo

“quei giorni perduti a rincorrere il vento

a chiederci un bacio e volerne altri cento…”

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Scendo verso il torrente lasciandomi alle spalle il prato giallo di ginestre e la luce del giorno. Un primo piano con molto contrasto, poi a sfumare. Le nostre mani perse in un valzer in bianco e nero di qualche tempo fa. I nostri passi colorati di rosso e arancione. Per il tramonto terra di siena bruciata. In principio poco colore. Un pennello piatto e largo. Armonia e calda simmetria degli opposti. Peli di seta bianca per una nuova tela da completare. Nella mia mente il miagolio della poiana. Nei miei occhi il volo di un airone.

Mi fermo. Respiro e riscaldo le mescolanze. Raccolgo viole etrusche e rose selvatiche. Fiori di campo per te che senza volerlo mi hai regalato semplicità, leggerezza e allegria quando ormai credevo di essermi perso.
Le voci del paese adesso sono lontane. Il vento si è fermato e i cani dei pastori non abbaiano più. Moltitudini di alberi sempre verdi filtrano pochi raggi di sole. Un folletto delle grotte ti regala un sorriso e tu mi mordi piano la pancia mentre canto una canzone stonata. Mi guardi, ridi e scappi via. Poi ti fermi e ti asciughi la fronte. Hai capelli raccolti. Capelli color miele che ti aggiusti sempre con un gesto della mano che riconoscerei a chilometri di distanza. Orecchini comprati insieme al mercatino delle pulci di Bologna. Ti guardo e vado via.
L’acqua è fredda e limpida. Mi tolgo i vestiti e mi tuffo. Siamo esseri umani meravigliosi, unici e irripetibili. Vieni qua! Tuffati, ho voglia d’amore. Buttati e lascia correre la corrente. Voglio un amore al di là delle esperienze altrui, al di là del saputo. Indecifrabile, destabilizzante, sconosciuto. Voglio follia e cedimenti. Sono nudo e vulnerabile di fronte a te. Nessuna protezione, nessuna sicurezza, nessuna certezza.
Sono lontani i rumori dei clacson di macchine ferme in coda sulla tangenziale. Lontane le sirene, le urla scomposte, i respiri affannati. Lontani anche quei poeti di varietà del sabato sera con indosso ridicole parrucche utili solo a compiacere signorotti potenti che ormai da troppo tempo hanno perso il senso del pudore e dell’umiltà. Uomini senza dubbi, senza sogni, senza fantasia. Uomini refrattari ad ogni cambiamento, sicuri del loro niente, imbalsamati nelle loro fragili menzogne e nel loro potere ridicolo.
Apro la bottiglia di vermentino lasciata a raffreddare nell’acqua cercando ancora di ricordare le parole di quella vecchia canzone popolare che ogni estate la banda suonava alla festa del paese e mi sembra di sprofondare in qualcosa di molto simile alla felicità.
Sei bella e non mi stanco di dirtelo. Sei bella e sai di pane fatto in casa. Assaporo le tue labbra rosse e la smetto, almeno per oggi, di decifrare fondi di caffè.