Vita nei boschi

on air: Rio Ancho – Paco De Lucia

“un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”

Henry David Thoreau

bosco_autunno

L’insegna dell’unica osteria del paese è sempre quella di quando ero bambino. Arrugginita, scolorita e tutta piegata da una parte. Sicuro che prima o poi cadrà in testa a qualcuno, per forza, prima o poi succederà. Quindi adesso basta traccheggiare qua sotto perdendosi nei ricordi, molto meglio entrare. Dopo tanto eccomi di nuovo qua, in questo paesino dimenticato dal mondo, da dio e sì, anche da me per troppo tempo. Quattro cacciatori, gli unici esseri umani incontrati nell’arco di chilometri, sono seduti al tavolo vicino alla finestra e appena mi vedono entrare smettono di giocare a carte, di bere vino, di raccontare aneddoti, di ridere, di respirare e mi fissano come si fissa uno sprovveduto in cerca di guai, come qualcuno che ha appena fatto il più grosso errore della sua vita. Salve, faccio io, sapendo bene che un solo passo falso potrebbe costarmi caro. Salve fa uno di loro. Gli altri continuano a fissarmi come si fissa un cinghiale a pochi metri dal tuo fucile. “È andata bene la caccia?” Ostento sicurezza. Non ci possiamo lamentare mi viene risposto ma la conversazione non decolla, c’è tensione nell’aria, inutile negarlo. E Antinesca? chiedo io. È di là fa quello più socievole mentre si pulisce le unghie col suo coltello. Gli altri tre sembrano paralizzati e parecchio incazzati. Ora mi menano. Cinque minuti e mi gonfiano di botte, sicuro. Antinesca come al solito è di là che la sua osteria è un tutt’uno con la casa. Il posto neanche a dirlo è sempre uguale, sempre lo stesso, nemmeno le sedie ha cambiato in tutti questi anni. Ancora la solita polvere, il solito odore di fritto, il solito congelatore che la notte durante l’estate teneva spento per risparmiare e quando da bambino compravi il tuo cornetto al cioccolato ti sembrava di mangiare una pappiccia geneticamente modificata che a tutto assomigliava tranne che al cornetto al cioccolato che desideravi tanto. Ancora il solito biliardino. I soliti quattro quadri anonimi e i soliti biscotti al finocchio sul bancone. Sì forse anche loro sono sempre gli stessi. E in un angolo, in fondo, al buio e nascosto dal fumo c’è Anselmo che sta leggendo un libro e ovviamente beve vino rosso. Anselmo era un grande amico di mio nonno.

-Ehi Anselmo come stai?

Anselmo è un montanaro rugoso, sdentato e anarchico. Potrebbe avere dagli ottanta ai centoventi anni, non lo so. So però che è un gran bestemmiatore. Le sue bestemmie sono leggendarie, conosciute in tutta la montagna. Ogni tre parole riesce ad infilarci come per magia quelle ventisei, ventisette bestemmie, così, tanto per rendere più chiaro il concetto e per dare colore alla discussione. E mai che una sia uguale all’altra. Questa è la sua forza, questo è Anselmo. Sì, ok, lo ammetto, all’inizio forse può un po’ intimorirti ma poi ti passa, dopo tanti anni ti passa. Anselmo vuole subito offrirmi del vino e guai a rifiutare anche se devo ancora pranzare, anche se preferirei solo un bicchiere d’acqua, anche se sono appena arrivato dopo un viaggio in macchina di sei ore.

-Ma guarda un po’ chi si rivede, il cittadino. ANTINESCA MUOVITI, PORTA IL VINO! Allora ancora ti ricordi delle tue radici, dei tuoi posti?!  QUESTO VINO ARRIVA O NON ARRIVA?? E come mai vieni da queste parti tutto solo? Bravo, bravo, fai come me, non ti sposare che le donne sono solo una gran rottura di coglioni. ANTINESCA VUOI FARCI MORIRE DI SETE! Il signorino sarà ormai abituato a quelle schifezze della città, stai a vedere che mi si è imborghesito ormai, ma ci penso io, ora ti faccio assaggiare roba buona, vedrai.

Anselmo parla, bestemmia e dice che non devo farmi infinocchiare, non devo farmi fregare dall’omologazione culturale, dal pensiero unico, dal profitto. Dice che dobbiamo difendere la diversità e la tolleranza. Dice anche che il vino è come l’amicizia, da gustare. Il vino assomiglia alle persone. E nelle città invece vince il più delle volte il pensiero unico che annulla le differenze, propone modelli vincenti, gusti dolci, seducenti, senza personalità e profondità . Non ci cascare, mi dice, il modo in cui produci il vino riflette chi sei. Ci vuole un poeta per fare un grande vino, non lo dimenticare. Ci vuole amore e piacere. Anselmo dice anche che i vini si devono gustare lentamente, che ci metti del tempo prima di conoscerli a fondo. I vini imbroglioni invece vengono dritti verso di te, ti vengono incontro e poi ti abbandonano. Le persone ormai ci sono abituate, amano essere ingannate da prodotti, da cibi, da vini senza identità. Ad Anselmo piacciono i vini decisi. Quelli molli invece gli stanno parecchio sul cazzo.

Mi alzo e vado a chiamare Antinesca che se ne sta nella sua cucina con la televisione a tutto volume e appena mi vede entrare mi abbraccia e mi bacia. Antinesca è una vecchiettina secca secca che sembra possa spezzarsi da un momento all’altro se la stringi troppo forte però l’aspetto non deve certo ingannare. Basti sapere che in tutti questi anni è riuscita a tenere a bada con ironia, simpatia, forza e furbizia ubriaconi, cacciatori, bestemmiatori, ragazzini e chi più ne ha più ne metta. Ricordo che qua nella sua osteria da bambini organizzammo anche uno spettacolino per parenti e amici. Anzi un signor spettacolo, diciamolo. Le ragazze se ne stavano pomeriggi interi a provare i loro balletti sotto ai castagni nell’attesa del grande giorno. Noi maschi invece no, noi eravamo un po’ più sfaticati e un po’ più per l’improvvisazione del momento. Dario, un mio amico ad esempio doveva fare l’imitazione di Maradona, così era stato deciso, e per rendere il tutto più credibile la sera dello spettacolo iniziò anche a palleggiare e vedendo che il pubblico apprezzava parecchio prese coraggio e si spinse oltre, lasciò perdere il copione e si cimentò in una rovesciata mitica rischiando di spaccarsi la testa. Si salvò per fortuna però l’unico inconveniente fu che il pallone finì preciso preciso contro la mensola dove erano sistemate tutte le bottiglie di liquori. Un disastro e i soldi guadagnati aimè ci servirono per ripagare il danno però ancora a distanza di anni posso dire che quella fu davvero una gran bella rovesciata!! Antinesca adesso mi prepara in tutta fretta una busta con del formaggio e del pane. È forte Antinesca però sta invecchiando e tra qualche mese dovrà chiudere. Troppe spese, troppi cambiamenti dovrebbe fare nella sua osteria per andare incontro alle richieste dell’asl e poi da queste parti non è più come prima, adesso non viene quasi più nessuno e lei è stanca. Torno da Anselmo, beviamo e mi lascio conquistare ancora una volta dai suoi racconti. Mi parla delle tradizioni contadine, delle stagioni, del suo orto, dei suoi libri. Gli dico che ho voglia di fermarmi nella casa dei miei nonni per qualche giorno e che voglio raccogliere castagne come facevo da piccolo, cercare funghi e  starmene tranquillo per un po’ lontano dal trambusto della città. Ho anche bisogno di capire, di fare chiarezza, di ritrovarmi, di starti lontano, di stare lontano da tutti per un po’. Questo però non glielo dico. Anselmo mi versa da bere e mi parla dei castagni. Del fatto che un tempo i castagneti erano tenuti come giardini e adesso invece guarda qua sono quasi tutti abbandonati. Mi racconta che il lavoro iniziava già a primavera. A primavera bisognava potare i rami e tagliare i polloni che altrimenti avrebbero tolto linfa vitale alla pianta. A settembre poi bisognava ripulire il sottobosco, tagliare l’erba e con il rastrello raccogliere le foglie secche che poi sarebbero state bruciate e così nel mese di ottobre sarebbe stato più facile il raccolto. I quattro cacciatori ormai tranquillizzati dalla mia presenza si inseriscono nella discussione e ci parlano della loro mattinata a caccia. A me non piace la caccia, ma qualcosa mi dice di non rovinare l’armonia creata con tanta fatica. Mi dicono che hanno preso due lepri e che la lepre è molto furba. Ad esempio, racconta il cacciatore col coltello, quando c’è la neve vedi le sue impronte per un po’ e poi all’improvviso più niente. Il cane la segue, sente l’odore e poi all’improvviso più niente. Lei per far perdere le tracce improvvisamente salta a destra o a sinistra. Ma non un saltino, macchè, un salto incredibilmente lungo e il cane resta lì inebetito a chiedersi dove diavolo se ne sia andata quell’infame di lepre. Non ci sono più impronte, non si sente più l’odore e lei chissà dov’è. Ovviamente non sempre riesce a salvarsi. Ovviamente faccio il tifo per la lepre ma mi rendo conto che anche questa cosa è meglio non dirla.

Ultimo sorso. Saluto Antinesca e i quattro cacciatori. Accompagno Anselmo a casa. Prima di andare via mi regala un po’ di legna per accendere il fuoco e due bottiglie di vino. Gli dico di fare attenzione e di non avventurarsi da solo nel bosco che non è più un ragazzino. Per tutta risposta mi regala anche una sfilza di nuove bestemmie e poi si allontana lento e ingobbito in compagnia dei suoi due bastoni. Salgo di nuovo in macchina e imbocco una stradina sterrata. Vado verso la casa che è ancora più isolata e abbandonata. Sono ormai vicino, tengo i finestrini abbassati, guardo ogni albero che incontro e respiro come non facevo da un po’.

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