Arrivederci amore ciao

1890c Mucha, Assenzio

“If you see her, say hello…”

Bob Dylan

Quella mattina puzzavo di alcol e di fumo. Avevo dormito sul divano. Vestito. Solo le scarpe ero riuscito a togliermi. Ricordavo poco o niente della sera prima. Come ero tornato a casa? Chi aveva spostato il divano? Dove cazzo erano le mie sigarette?

Quella mattina, dicevo, puzzavo di alcol e di fumo.  Non avrei proprio voluto alzarmi. La testa mi stava scoppiando. Gli occhi mi bruciavano.  Solo dopo il caffè riuscii a ricordare qualcosa. Ricordavo il rum e pera della sera prima. Ricordavo la festa a casa delle austriache. Ricordavo Pier che per qualche motivo mi abbracciava felice mentre parlavamo di niente in dialetto romano, noi che romani non siamo mai stati. Ricordavo, tra le altre cose, anche di aver baciato le labbra e il collo di una sconosciuta. Poi il vuoto.

Dopo una settimana la sua telefonata. Non ricordavo nemmeno che ci fossimo scambiati il numero. Bevevo troppo in quel periodo e dimenticavo tutto. Ci vedemmo per un aperitivo. Era da un po’ che mi stava aspettando. Era bella e sorridente. Presi una tennent’s doppio malto per me e una edelweiss per lei.  Al secondo giro, mentre stava mangiando delle pizzette, mi chiese perché non avessi fame. Erano quasi le dieci di sera. Torno adesso da un matrimonio, le risposi, tanto per dire qualcosa. Il fatto è che quando bevevo mi si chiudeva lo stomaco e mi passava la fame. Ma non mi andava di spiegarglielo. Credeva anche che fumassi troppo. Non aveva tutti i torti. Lo pensavo anch’io, poi mi accesi un’altra sigaretta e non ci pensai più. La ragazza parlava tanto. Di tutto. Io no. Io la ascoltavo. Parlava di sé. Era innamorata della vita, le piaceva tutto, si emozionava per qualsiasi cosa. Per un libro, per un quadro, per un fiorellino a primavera, per la primavera, per la neve, per il sole, per i tramonti, per i gattini. Le solite menate, insomma. Mi parlava del suo ex, di suo padre, dei suoi amici. A tratti smettevo di ascoltarla e pensavo ai fatti miei, tanto non se ne sarebbe mai accorta. Poi, all’improvviso, fui svegliato dal suo interrogatorio:

– E a te cosa piace fare? Cosa leggi?

-Niente, non leggo niente. Libri, riviste, giornali, niente, ho smesso anni fa e sto da dio.

-e ti vedi con qualcuna?

-No.

-Ti sei lasciato da poco?

-Da un po’.

-E ti manca?

-Per niente.

– E dopo il bacio che ci siamo dati cosa hai pensato? E perché quella sera mi hai avvicinato?

-Io proporrei altre due birre, che ne dici commissario maigret?

Mi stavo innervosendo, poi nel locale era partito anche il karaoke. Qualsiasi cosa dicesse sostenevo il contrario. Adorava tutto. Le piaceva il pub dove l’avevo portata, carinissimo diceva. A me di quel posto piaceva solo Luca che quando il titolare era lontano mi faceva lo sconto sulla birra. Ma soprattutto mi piaceva quel pub perchè era vicino a casa mia e avevano la tennent’s alla spina.  Per il resto odiavo quei quadri di caccia alla volpe appesi alle pareti, odiavo le partite trasmesse nel maxischermo, la musica orribile che ogni tanto mettevano, il karaoke. Quel locale era senza personalità. Lei invece amava tutto. Tutto era meraviglioso per lei, pure i bambini.

-Perché, a te non piacciono?

-Chi?

-I bambini!

-No, mi infastidiscono, piangono sempre, urlano, fanno troppe domande. No, i bambini, proprio non li reggo.

-Sai, ho sentito l’ultima di Tiziano Ferro, bellissima, mi sono commossa, la conosci?

-No, mi sta sul cazzo Tiziano Ferro.

-Ma sai che sei strano, di che segno sei?

-Pure astrologa, ci mancava solo questo, scusami ma adesso devo proprio andare!

Ricordo che serio in volto mi alzai, feci finta di andarmene e poi, dopo tre secondi, vedendo la sua faccia perplessa e disorientata, scoppiai a ridere. Rise anche lei.

-sei proprio un vecchio brontolone, scorbutico e antipatico!

Aveva ragione. Le proposi di andare a casa mia. Per lei era ok. Misi i Rolling Stones nello stereo e aprii una bottiglia di vino. Parlammo, parlammo tanto. Le dissi che cercavo leggerezza, che ero spesso pesante e noioso, che ero contraddittorio, che non cercavo storie d’amore, che volevo starmene per i fatti miei e che volevo pensare solo a me stesso se proprio desiderava saperlo. Apprezzò la sincerità, o almeno così diceva. Le dissi che volevo ridere, le confermai che ero superficiale, che ero un egoista, uno stronzo, un solitario e sì, anche un vecchio brontolone! Quella sera facemmo l’amore. Poi cantammo canzoni italiane. Pure Tiziano Ferro. Alle tre di notte la vicina ci urlò dalla finestra di smetterla. Lei smise immediatamente, io aspettai di finire l’acuto stonato poi la smisi pure io.

La mattina dopo ero infastidito dalla sua presenza. Ero abituato da troppo tempo a starmene da solo. Appena sveglia mi preparò il caffè e lavò i bicchieri della sera prima. Lavò pure i piatti che erano rimasti. Lavava i piatti, cantava e parlava. Come può un essere umano parlare così tanto appena sveglio? Non la ascoltavo nemmeno. Mi guardavo intorno mentre pensavo distrattamente che la casa stava diventando un vero bordello. Sporca e disordinata. Posacenere pieni di mozziconi, panni sparsi ovunque, polvere sui mobili, vasi in terrazza con piante secche. Il mio appartamento contrastava con il suo ordine metodico, con l’eleganza dei suoi movimenti. Un tempo pulivo prima di invitare una ragazza. Mettevo candele profumate, lasciavo libri che mi piacevano in bella vista, facevo la spesa, mi impegnavo. Erano lontani quei tempi. Ero cambiato. Continuavo a pensarci mentre seduto sulla tazza del cesso fumavo la mia prima sigaretta della giornata. Ero davvero cambiato tanto. Dopo un attimo però iniziai a pensare ad altro.

Rifece anche il letto. Era troppo. Appena finito le dissi che doveva andare via, avevo delle commissioni da sbrigare. Commissioni? Appena uscita di casa mi mandò un sms ringraziandomi per la serata, per come ero. Lessi il messaggio ma non le risposi, non mi andava. Sbadigliai. Non mi tagliai la barba nemmeno quella mattina. Non sentivo niente. Anestetizzato, imbruttito, apatico. Come ero? Ero uno schifo, nemmeno mi riconoscevo. Non mi piacevo e me ne fregavo di tutto, di lei, dei vicini, del mio capo, di me. Ripensandoci adesso non è che non mi piacessi. Andavo a momenti. A volte mi sentivo uno schifo. Altre volte mi sentivo invincibile. A volte mi odiavo altre volte invece mi facevo cullare da quella rassicurante distruzione personale. Lunatico. Sognatore. intrattabile. Fallito. Non avrei però cambiato la mia vita con quella di nessun altro.

Lei avrebbe voluto vedermi anche quella sera. Io le dissi di no. Le dissi che avevo da fare. Cosa mi chiese. Bere. Passai la serata a casa di un amico. Prima di vomitare Gianni mi propose di restare a dormire da lui. Aspettai che si addormentasse. Poi la chiamai. Era notte, l’avevo svegliata, arrivò in taxi sotto casa del mio amico. Le feci guidare la mia macchina. Era felice di vedermi. Io ero ubriaco. Arrivammo a casa, mi aiutò a togliermi i vestiti e mi addormentai. La mattina dopo le dissi che dovevo uscire. Lei se ne andò controvoglia ed io mi rimisi a dormire. Ci vedevamo spesso, quasi sempre a casa mia. Qualche volta ero pure andato da lei, poteva anche essere più comodo, me ne potevo andare quando volevo, però abitava con la sua coinquilina che era una scassacazzi, voleva dormire e ci bussava sempre alla parete per dirci di fare più piano. Poi camera sua era piena di peluche che mi infastidivano. In realtà ero pigro ed egoista, non mi andava di rivestirmi e andarmene la notte o la mattina presto. Meglio casa mia.

Una di quelle sere dopo aver scritto qualche cazzata sulla mia moleskine e dopo essermi scolato quasi una bottiglia di vino la chiamai. Avrebbe voluto uscire. Io non avevo per niente voglia di vedere persone. Arrivò in autobus dopo venti minuti. Aveva portato una bottiglia di primitivo di manduria, il vino della sua terra.

-Ehi, ho un altro regalo per te ubriacone!! Aspettami qua che torno subito!

Andò in bagno. Dopo venti minuti tornò con un vestitino molto sexy. Nero come i suoi occhi e molto corto. Era arrivata in autobus con scarpe da ginnastica e jeans. Adesso invece si nascondeva dietro allo stipite della porta facendo finta di vergognarsi. Si era truccata e indossava tacchi. Io stavo in mutande e con una maglietta bucata. Anche lei era ubriaca e si era truccata male. Ero eccitato. Il bicchiere dal tavolo cadde sul pavimento. Finimmo sul pavimento pure noi. Il vino e i vetri caduti li avrei poi tolti il giorno dopo.

-andiamo domani sui colli?

-vediamo Roberta, ne parliamo domani.

-ma ti vedi con un’altra?

-perché me lo chiedi? comunque no, se fosse così te lo direi senza problemi.

E lo pensavo veramente. E glielo avrei detto.

-Ascolta, lo so come la pensi, io però mi sto innamorando di te.

Io non ero innamorato, in certi momenti stavo davvero bene con lei, mi eccitava, mi faceva ridere. Altre volte però anche no. Lei voleva vivere ogni momento. Voleva farmi conoscere tutto di lei. A me non interessava conoscere tutto. Anzi, volevo conoscere il minimo indispensabile. Senza volerlo e senza rendermene conto le cose stavano cambiando.Per lei e di conseguenza anche per me. Forse era inevitabile. Ero stato superficiale ed egoista come al solito. Non volevo però che lei avesse bisogno di me. Assolutamente no. Volevo essere libero. Nel mio disfacimento fisico e mentale ero sempre stato chiaro e sincero con lei. Conosceva tutto quello che doveva conoscere. Io comunque non ero quello che lei cercava. E soprattutto adesso io non cercavo più lei. Le sue parole mi avevano bloccato. Non doveva innamorarsi. Lei voleva cose che io non potevo darle. Né a lei né a nessun altro. Avrebbe voluto venire a stare da me. Questo non era possibile. Avrebbe accettato tutto pur di non perdermi. Che io avessi un’altra, che io non fossi innamorato di lei. Mi stavo intristendo e non andava bene. Volevo stare male per me e basta. Le dissi che non avremmo più dovuto vederci. Putroppo bevevo troppo e la rividi altre due volte. Poi basta. Non fu facile. Mi piaceva come si muoveva sopra di me. Basta. Dovevo far sì che mi dimenticasse. Scriveva, chiamava, andava nei posti che frequentavo. Una notte iniziò anche a suonare al campanello. Stavo dormendo. Continuò a suonare. Risposi. Era ubriaca. Mi disse che doveva parlarmi. Le dissi che non c’era più niente da dire. Doveva lasciarmi stare. Dopo aver urlato e pianto la smise. Io tornai a letto e mi addormentai. Il giorno dopo lasciai la città e partii per la montagna. Io e il mio cane. Solo noi due. 

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