Arrivederci amore ciao

1890c Mucha, Assenzio

“If you see her, say hello…”

Bob Dylan

Quella mattina puzzavo di alcol e di fumo. Avevo dormito sul divano. Vestito. Solo le scarpe ero riuscito a togliermi. Ricordavo poco o niente della sera prima. Come ero tornato a casa? Chi aveva spostato il divano? Dove cazzo erano le mie sigarette?

Quella mattina, dicevo, puzzavo di alcol e di fumo.  Non avrei proprio voluto alzarmi. La testa mi stava scoppiando. Gli occhi mi bruciavano.  Solo dopo il caffè riuscii a ricordare qualcosa. Ricordavo il rum e pera della sera prima. Ricordavo la festa a casa delle austriache. Ricordavo Pier che per qualche motivo mi abbracciava felice mentre parlavamo di niente in dialetto romano, noi che romani non siamo mai stati. Ricordavo, tra le altre cose, anche di aver baciato le labbra e il collo di una sconosciuta. Poi il vuoto.

Dopo una settimana la sua telefonata. Non ricordavo nemmeno che ci fossimo scambiati il numero. Bevevo troppo in quel periodo e dimenticavo tutto. Ci vedemmo per un aperitivo. Era da un po’ che mi stava aspettando. Era bella e sorridente. Presi una tennent’s doppio malto per me e una edelweiss per lei.  Al secondo giro, mentre stava mangiando delle pizzette, mi chiese perché non avessi fame. Erano quasi le dieci di sera. Torno adesso da un matrimonio, le risposi, tanto per dire qualcosa. Il fatto è che quando bevevo mi si chiudeva lo stomaco e mi passava la fame. Ma non mi andava di spiegarglielo. Credeva anche che fumassi troppo. Non aveva tutti i torti. Lo pensavo anch’io, poi mi accesi un’altra sigaretta e non ci pensai più. La ragazza parlava tanto. Di tutto. Io no. Io la ascoltavo. Parlava di sé. Era innamorata della vita, le piaceva tutto, si emozionava per qualsiasi cosa. Per un libro, per un quadro, per un fiorellino a primavera, per la primavera, per la neve, per il sole, per i tramonti, per i gattini. Le solite menate, insomma. Mi parlava del suo ex, di suo padre, dei suoi amici. A tratti smettevo di ascoltarla e pensavo ai fatti miei, tanto non se ne sarebbe mai accorta. Poi, all’improvviso, fui svegliato dal suo interrogatorio:

– E a te cosa piace fare? Cosa leggi?

-Niente, non leggo niente. Libri, riviste, giornali, niente, ho smesso anni fa e sto da dio.

-e ti vedi con qualcuna?

-No.

-Ti sei lasciato da poco?

-Da un po’.

-E ti manca?

-Per niente.

– E dopo il bacio che ci siamo dati cosa hai pensato? E perché quella sera mi hai avvicinato?

-Io proporrei altre due birre, che ne dici commissario maigret?

Mi stavo innervosendo, poi nel locale era partito anche il karaoke. Qualsiasi cosa dicesse sostenevo il contrario. Adorava tutto. Le piaceva il pub dove l’avevo portata, carinissimo diceva. A me di quel posto piaceva solo Luca che quando il titolare era lontano mi faceva lo sconto sulla birra. Ma soprattutto mi piaceva quel pub perchè era vicino a casa mia e avevano la tennent’s alla spina.  Per il resto odiavo quei quadri di caccia alla volpe appesi alle pareti, odiavo le partite trasmesse nel maxischermo, la musica orribile che ogni tanto mettevano, il karaoke. Quel locale era senza personalità. Lei invece amava tutto. Tutto era meraviglioso per lei, pure i bambini.

-Perché, a te non piacciono?

-Chi?

-I bambini!

-No, mi infastidiscono, piangono sempre, urlano, fanno troppe domande. No, i bambini, proprio non li reggo.

-Sai, ho sentito l’ultima di Tiziano Ferro, bellissima, mi sono commossa, la conosci?

-No, mi sta sul cazzo Tiziano Ferro.

-Ma sai che sei strano, di che segno sei?

-Pure astrologa, ci mancava solo questo, scusami ma adesso devo proprio andare!

Ricordo che serio in volto mi alzai, feci finta di andarmene e poi, dopo tre secondi, vedendo la sua faccia perplessa e disorientata, scoppiai a ridere. Rise anche lei.

-sei proprio un vecchio brontolone, scorbutico e antipatico!

Aveva ragione. Le proposi di andare a casa mia. Per lei era ok. Misi i Rolling Stones nello stereo e aprii una bottiglia di vino. Parlammo, parlammo tanto. Le dissi che cercavo leggerezza, che ero spesso pesante e noioso, che ero contraddittorio, che non cercavo storie d’amore, che volevo starmene per i fatti miei e che volevo pensare solo a me stesso se proprio desiderava saperlo. Apprezzò la sincerità, o almeno così diceva. Le dissi che volevo ridere, le confermai che ero superficiale, che ero un egoista, uno stronzo, un solitario e sì, anche un vecchio brontolone! Quella sera facemmo l’amore. Poi cantammo canzoni italiane. Pure Tiziano Ferro. Alle tre di notte la vicina ci urlò dalla finestra di smetterla. Lei smise immediatamente, io aspettai di finire l’acuto stonato poi la smisi pure io.

La mattina dopo ero infastidito dalla sua presenza. Ero abituato da troppo tempo a starmene da solo. Appena sveglia mi preparò il caffè e lavò i bicchieri della sera prima. Lavò pure i piatti che erano rimasti. Lavava i piatti, cantava e parlava. Come può un essere umano parlare così tanto appena sveglio? Non la ascoltavo nemmeno. Mi guardavo intorno mentre pensavo distrattamente che la casa stava diventando un vero bordello. Sporca e disordinata. Posacenere pieni di mozziconi, panni sparsi ovunque, polvere sui mobili, vasi in terrazza con piante secche. Il mio appartamento contrastava con il suo ordine metodico, con l’eleganza dei suoi movimenti. Un tempo pulivo prima di invitare una ragazza. Mettevo candele profumate, lasciavo libri che mi piacevano in bella vista, facevo la spesa, mi impegnavo. Erano lontani quei tempi. Ero cambiato. Continuavo a pensarci mentre seduto sulla tazza del cesso fumavo la mia prima sigaretta della giornata. Ero davvero cambiato tanto. Dopo un attimo però iniziai a pensare ad altro.

Rifece anche il letto. Era troppo. Appena finito le dissi che doveva andare via, avevo delle commissioni da sbrigare. Commissioni? Appena uscita di casa mi mandò un sms ringraziandomi per la serata, per come ero. Lessi il messaggio ma non le risposi, non mi andava. Sbadigliai. Non mi tagliai la barba nemmeno quella mattina. Non sentivo niente. Anestetizzato, imbruttito, apatico. Come ero? Ero uno schifo, nemmeno mi riconoscevo. Non mi piacevo e me ne fregavo di tutto, di lei, dei vicini, del mio capo, di me. Ripensandoci adesso non è che non mi piacessi. Andavo a momenti. A volte mi sentivo uno schifo. Altre volte mi sentivo invincibile. A volte mi odiavo altre volte invece mi facevo cullare da quella rassicurante distruzione personale. Lunatico. Sognatore. intrattabile. Fallito. Non avrei però cambiato la mia vita con quella di nessun altro.

Lei avrebbe voluto vedermi anche quella sera. Io le dissi di no. Le dissi che avevo da fare. Cosa mi chiese. Bere. Passai la serata a casa di un amico. Prima di vomitare Gianni mi propose di restare a dormire da lui. Aspettai che si addormentasse. Poi la chiamai. Era notte, l’avevo svegliata, arrivò in taxi sotto casa del mio amico. Le feci guidare la mia macchina. Era felice di vedermi. Io ero ubriaco. Arrivammo a casa, mi aiutò a togliermi i vestiti e mi addormentai. La mattina dopo le dissi che dovevo uscire. Lei se ne andò controvoglia ed io mi rimisi a dormire. Ci vedevamo spesso, quasi sempre a casa mia. Qualche volta ero pure andato da lei, poteva anche essere più comodo, me ne potevo andare quando volevo, però abitava con la sua coinquilina che era una scassacazzi, voleva dormire e ci bussava sempre alla parete per dirci di fare più piano. Poi camera sua era piena di peluche che mi infastidivano. In realtà ero pigro ed egoista, non mi andava di rivestirmi e andarmene la notte o la mattina presto. Meglio casa mia.

Una di quelle sere dopo aver scritto qualche cazzata sulla mia moleskine e dopo essermi scolato quasi una bottiglia di vino la chiamai. Avrebbe voluto uscire. Io non avevo per niente voglia di vedere persone. Arrivò in autobus dopo venti minuti. Aveva portato una bottiglia di primitivo di manduria, il vino della sua terra.

-Ehi, ho un altro regalo per te ubriacone!! Aspettami qua che torno subito!

Andò in bagno. Dopo venti minuti tornò con un vestitino molto sexy. Nero come i suoi occhi e molto corto. Era arrivata in autobus con scarpe da ginnastica e jeans. Adesso invece si nascondeva dietro allo stipite della porta facendo finta di vergognarsi. Si era truccata e indossava tacchi. Io stavo in mutande e con una maglietta bucata. Anche lei era ubriaca e si era truccata male. Ero eccitato. Il bicchiere dal tavolo cadde sul pavimento. Finimmo sul pavimento pure noi. Il vino e i vetri caduti li avrei poi tolti il giorno dopo.

-andiamo domani sui colli?

-vediamo Roberta, ne parliamo domani.

-ma ti vedi con un’altra?

-perché me lo chiedi? comunque no, se fosse così te lo direi senza problemi.

E lo pensavo veramente. E glielo avrei detto.

-Ascolta, lo so come la pensi, io però mi sto innamorando di te.

Io non ero innamorato, in certi momenti stavo davvero bene con lei, mi eccitava, mi faceva ridere. Altre volte però anche no. Lei voleva vivere ogni momento. Voleva farmi conoscere tutto di lei. A me non interessava conoscere tutto. Anzi, volevo conoscere il minimo indispensabile. Senza volerlo e senza rendermene conto le cose stavano cambiando.Per lei e di conseguenza anche per me. Forse era inevitabile. Ero stato superficiale ed egoista come al solito. Non volevo però che lei avesse bisogno di me. Assolutamente no. Volevo essere libero. Nel mio disfacimento fisico e mentale ero sempre stato chiaro e sincero con lei. Conosceva tutto quello che doveva conoscere. Io comunque non ero quello che lei cercava. E soprattutto adesso io non cercavo più lei. Le sue parole mi avevano bloccato. Non doveva innamorarsi. Lei voleva cose che io non potevo darle. Né a lei né a nessun altro. Avrebbe voluto venire a stare da me. Questo non era possibile. Avrebbe accettato tutto pur di non perdermi. Che io avessi un’altra, che io non fossi innamorato di lei. Mi stavo intristendo e non andava bene. Volevo stare male per me e basta. Le dissi che non avremmo più dovuto vederci. Putroppo bevevo troppo e la rividi altre due volte. Poi basta. Non fu facile. Mi piaceva come si muoveva sopra di me. Basta. Dovevo far sì che mi dimenticasse. Scriveva, chiamava, andava nei posti che frequentavo. Una notte iniziò anche a suonare al campanello. Stavo dormendo. Continuò a suonare. Risposi. Era ubriaca. Mi disse che doveva parlarmi. Le dissi che non c’era più niente da dire. Doveva lasciarmi stare. Dopo aver urlato e pianto la smise. Io tornai a letto e mi addormentai. Il giorno dopo lasciai la città e partii per la montagna. Io e il mio cane. Solo noi due. 

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Il giovane esploratore

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“…Saraghina, Saraghina, Saraghina, la rumbaaaa!”

Federico Fellini

La sera, prima di andare a dormire, recitavo l’atto di dolore. Me lo aveva insegnato mia nonna. Mio Dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati perché peccando ho offeso te… Così suscettibile sei buon dio? davvero ti ho offeso?! 

La domenica mattina poi, con qualche amico, andavo anche a confessarmi nella chiesa del paese. Per me, ogni volta, ogni santa domenica, incenso, zolfo e tradizioni. Esercizio fisico, mentale e spirituale. Così si doveva fare. Così facevamo.

Il nostro cammino per la redenzione era però sempre troppo lungo e per forza di cose sempre interrotto dalle nostre risate complici e dal mitico bar di Rita. – Ragazzi, partitona a biliardino??? – Sì, e chi perde paga il gelato!! – Per me cornetto all’amarena, già mi prenoto!

E poi, dopo il partitone, la confessione. Quasi ogni domenica. Altre domeniche no. A volte andavamo a catturare rane, oppure ci asciugavamo al sole dopo un tuffo nel torrente sotto la chiesa. Sì, ricordo ancora il prete. Grasso per contratto e distratto per natura. Ricordo che tra uno sbadiglio e l’altro, mentre provava a digerire cipolle e pancetta, sopportava le mie parole e i miei segreti. Quanto ho peccato prete? Figliolo, tre padre nostro e cinque ave maria. E perché non cinque padre nostro e tre ave maria prete? Boh. Non importa. Dire, fare, pregare, soffrire. Rosso di sera bel tempo si spera.

Perché parlare con quel vecchio che nemmeno mi stava ad ascoltare? Lui era il potere, lo sapevo, lo sentivo. Lui era l’autorità, la sicurezza, il dogma infallibile. Io invece ero un bambino meraviglioso ed unico come tutti i bambini. Certo, ovvio, qualcosa bofonchiavo, qualcosa dovevo pur dirgli. Confessavo sempre il minimo sindacale però, così, tanto per avere la coscienza pulita. No, non dicevo tutto. Mica gli raccontavo di Paola, non scherziamo! Nemmeno del mio passatempo preferito se è per questo. No, non conosceva tutti quei pensieri profani che mi facevano scoppiare la testa e ribollire il sangue, assolutamente no!

Tutto quel trambusto nella mia testa, chissà, forse in quei giorni era solo dovuto al caso, forse alla curiosità, al metabolismo, alla passione o forse ancora più semplicemente alla voglia di scoprire il mio corpo. Non saprei dire, non ricordo, so solo che la prima volta fu una faticaccia assurda e il risultato decisamente deludente. Però mi ero incuriosito! Volevo afferrarne il senso. Qualcosa mi sfuggiva. Non poteva essere tutto là. Avevo altre informazioni in merito. Insomma, era davvero una gravosa e inebriante missione la mia! Oh mio dio, ero un giovanissimo esploratore di territori vergini e di poesia!

Ben presto, con mia grande soddisfazione e gioia, arrivarono i primi clamorosi ed inaspettati risultati. Fui rapito e conquistato sulla via di Damasco. Niente da aggiungere. Folgorato! Cieco d’amore e di passione! Sì, adesso capivo, era proprio tutta colpa della mia vicina di casa. Ecco quale era il vero motivo. Tutta colpa di Paola! Pensavo a lei mentre le mie mani sfioravano l’ignoto, mentre il mio respiro annaspava. Lei, molto più grande di me. Capelli rossi e sorriso allegro. La spiavo sempre mentre prendeva l’acqua alla fonte. La guardavo piegarsi asciugandosi il sudore della fronte mentre spostava i suoi capelli mossi. Quei capelli! La amavo sempre di più ogni volta che una flebile brezza di vento le faceva alzare di poco la gonna. Quelle gambe, quelle cosce, quel mistero, quel peccato originale! Che momenti, che pomeriggi, che soave poesia!  Un segno, il messaggio del buon dio, la luce al di là della collina! Zuppo di turbamento ed eccitazione mi nascondevo in soffitta e la sognavo, la vivevo, e mi sentivo adulto ed importante tra le sue cosce accoglienti e tremanti. Poi però è finita. L’ho dovuta lasciare. Già. Era diventata prevedibile, noiosa e troppo invadente. La mia Paola era cambiata. Sì, mi ero decisamente stancato di lei anche perché avevo conosciuto una ballerina contorsionista della televisione. Il mondo intero scompariva di fronte a quel visino dispettoso. Facevamo l’amore ogni ora del giorno e della notte. Insaziabile, focosa, porca. Ero distrutto. Poi per un breve periodo mi vidi pure con un’attricetta di terza classe. Aveva un trucco nero, spesso e volgare, un culone rotondo e pieno, seni enormi e sfatti, cosce morbide e grosse. La mia Saraghina voleva essere trattata male. Voleva sentirsi dire parole irripetibili. Ed io la accontentavo con piacere. Le strappavo paure e pudori, la legavo mentre la sua lingua assatanata toccava ogni parte di me, mentre le sue unghie lunghe e sporche graffiavano e facevano sanguinare il mio piacere. Nella mia testa un’orgia di immagini mitiche, carnali e lussuriose.

Asciugavo ogni volta con stupore tutte quelle emozioni! Ogni giorno zuppo di commozione! Ero diventato un santo voluttuoso e nel mio harem davo piacere ad ogni donna che attirava la mia attenzione cercando subito dopo di placare la mia meravigliosa tachicardia con sospiri profondi. Ero felice di commettere i miei soavi e angelici peccati. Le mie donne, quanto le ho amate! Intense passioni consumate nella mia soffitta tra un’ave maria e un padre nostro. Pensieri ed emozioni che il prete, quello di cui sopra, non ha mai ascoltato.

La messa adesso è finita, andiamo in pace.

Profumo di gelsomino

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“La Patagonia è un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo.

Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più.”

Bruce Chatwin

Lo scompartimento ero vuoto. Un po’ leggevo, un po’ ripensavo ai giorni appena trascorsi in Veneto, un po’ guardavo fuori.

Covoni di fieno stesi su colline gialle bruciate dal sole. Filari di vigne preceduti da rose color corallo, pesca e arancio. Casolari in pietra con gerani rossi alle finestre. Due bambini che stavano salutando come si fa con gli aerei. Il treno procedeva lento verso casa. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Stavo quasi per addormentarmi. Ancora due paesi, altre colline, altri cipressi, ancora due stazioni e poi finalmente un letto.

Il sole stava colorando di rosso la campagna. Il dondolio del sedile accarezza i miei occhi stanchi. Senza rendermene conto mi addormentai. Non so proprio quanto avessi dormito, dieci minuti, forse mezz’ora. Una ragazza era venuta a sedersi accanto a me, alla mia destra.

-ciao! Dissi.

Avevo la bocca ancora impastata, il braccio sinistro addormentato e una gran voglia di caffè.

-ciao a te, ti ho raccolto il libro, ti era caduto.

-oh grazie.

Grazie, grazie, grazie! Aveva stivaletti bassi, neri e borchiati, gambe nude, una gonna leggera, una canotta dei ramones, poco trucco, occhi neri, profondi e bellissimi. Bella! Sentivo il suo profumo. Gelsomino. Forse. Forse no. Boh. Pensai di dirle che qualsiasi cosa fosse aveva un odore buonissimo! Pensai che avrei davvero voluto conoscerla meglio. Pensai anche che dovevo puzzare parecchio dopo un giorno in treno. E poi mi aveva pure visto dormire. Magari era rimasta disgustata dallo spettacolo. Magari avevo dormito con la bocca spalancata e magari un filo di bava mi era pure colato sulla maglietta. Che figura di merda! Controllai. No, almeno quello no! Va bene, comunque meglio aspettare. Ripigliati. Magari tra un po’ le avrei parlato. Magari sarei dovuto andare prima in bagno a lavarmi la faccia. Magari.

Mi stavo agitando. Tornai per un attimo a guardarla di nascosto e avevo una gran voglia di dirle altre mille volte ciao. Ciaociaociaociaociaociaoooo! Solo questo mi veniva in mente.

Guardavo fuori dal finestrino mentre lei sfogliava una rivista. Pensavo a quegli occhi. Chissà come si chiamava. Chissà quale colore aveva scelto per pitturare le pareti della sua camera. Chissà se era vegetariana, se le piacevano i vecchi film in bianco e nero, se aveva un cane. Dovevo darmi una mossa. Dire qualcosa. Fare qualcosa. Ancora due minuti, due minuti e forse le avrei parlato. Bloccato. Imbarazzato. E poi lei.

-scusa ma non ho potuto non notare il libro che ti era caduto. Non lo conosco, è bello?

-sì, mi sta piacendo, ma sono ancora all’inizio, ho letto solo poche pagine.

-di cosa parla?

-di marinai, di dinosauri, di viaggio, di radici, di cose così.

Stavo leggendo “In Patagonia” di Chatwin.

Le raccontai quel poco che avevo letto. La sua curiosità, scoprii, era dovuta al fatto che sua madre era argentina e lei era stata da piccola in Patagonia. Aveva viaggiato tanto. America, Australia, Giappone. Io no, qualche posto in Europa, poco più. Scoprii anche che le piacevano i film in bianco e nero, le piaceva Truffaut, le piaceva andarsene al parco a leggere, le piaceva Devendra Banhart. Le piacevano anche i prati di lavanda, la cioccolata fondente, i quadri di Frida Kahlo. A me piaceva starla ad ascoltare. Mi piacevano quegli occhi, quelle labbra rosse, quella semplicità. Parlammo per tutto il tempo e poi scendemmo nella stessa stazione.

-ehi, se ci ribecchiamo devi dirmi come finisce il libro, mi raccomando, sono curiosa!

-dai, lasciami il tuo numero, appena finito ti racconto tutto!

Ci scambiamo il numero. Arrivai a casa. Mi feci una doccia. Aprii il frigo. Vuoto. Solo un pezzo di grana, un limone e una corona. Tagliai il limone e lo misi nella birra. Mi buttai sul divano e misi nello stereo devendra banhart. Pensavo a lei. In continuazione. Mi era passato del tutto il sonno. Non potevo aspettare, dovevo chiamarla.

-ciao, ti disturbo? ho appena finito il libro, devo raccontartelo!

-ma se eri all’inizio, dai, non sei credibile!

-Ok, va bene. Però ho letto un’altra pagina e secondo me ci sta dentro tutto il pensiero di Chatwin. Credimi, pelle d’oca! Davvero, quella pagina dovrebbero farla leggere a scuola! Posso raccontartelo? È importante, non scherzo! Posso invitarti a cena fuori, da qualche parte?

-adesso? Sono le dieci passate, ho già cenato, stavo per mettermi a letto per la verità!

-come non detto… e mojito? O birretta veloce? Ti prometto che non ti faccio fare tardi!

-va bene, vai, aggiudicato, vada per la birretta, mi preparo, ci aggiorniamo tra poco!

-a dopo!

I capelli mi stavano male, cazzo. Quasi tutti i vestiti erano ancora spiegazzati nel borsone. Ancora tutto da lavare, anche la mia maglietta preferita! Cazzo. Cazzo. Cazzo! Era da un po’ che non provavo una sensazione del genere. Mi sentivo un po’ rincoglionito e anche parecchio felice.

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La maturità

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-C’è qualcuno in questa classe che si è messo in testa di portare italiano alla maturità… cose da pazzi! Vi dovreste solo vergognare! Non avete pudore, siete solo degli ignoranti!

Ogni mattina quella troia della professoressa di italiano così, pressappoco, si rivolgeva a me. A me certo, perché italiano lo portavamo in due, in due su ventiquattro: la Rossi, la secchiona, otto di media in tutte le materie, e il sottoscritto, che come il resto della classe oscillava tra quattro e cinque.

Non farò mai nomi e cognomi, non li ho mai fatti, poi se li faccio li invento. Davvero, non mi importa, non ha senso, è passato ormai tanto tempo. Non porto rancore, e poi quella professoressa non mi ha certo rovinato la vita però devo ammettere che l’ultimo anno al liceo scientifico non è stato affatto semplice per me.

Sapevo fin dall’inizio che sarei stato ammesso con quattro ma me ne fottevo altamente. Questione di principio, di orgoglio, di stupidità, vai a sapere.

Ricordo sempre le prime parole della troia, quel primo giorno, quando in classe facemmo la sua sgradita conoscenza. Così si presentò:

-sapete ragazzi, io la sera prima di andare a dormire chiudo sempre a chiave i cassetti dove metto i coltelli della cucina, non si sa mai, qualcuno potrebbe venire a sgozzarmi nel cuore della notte mentre sto dormendo!

Ok. Benvenuta. Solo questo ci mancava!

Scoprimmo poi, con poco sorpresa da parte nostra per la verità, che aveva chiesto il trasferimento dalla scuola dove prima insegnava perché tra le altre cose un ragazzo le aveva tirato un banco addosso! Il nostro eroe quel ragazzo.

Ogni mattina, la cara professoressa, come un’invasata, prima di entrare in classe, girava intorno alla sua Clio blu quelle sette otto volte. Come una molla impazzita controllava ogni millimetro della sua macchina. Aveva  proprio tanta tanta paura che qualcuno le facesse un brutto scherzo. E non aveva tutti i torti. Direi proprio di no. I suoi timori infatti diventarono realtà quando una mattina due miei amici le bloccarono tutte le serrature con la gomma da masticare. Cose che succedono quando sai come farti voler bene.

La zoccola in questione era una donnina secca secca, tutta ossa e nervi. Rughe e disperazione. Consumata dal tabacco, dall’alcol e dalla vita. Non si era mai sposata, non aveva figli. Abitava con una madre paralizzata. Le sue frustrazioni, come purtroppo a volte accade,  le sfogava su di noi appena entrava in classe.

Per quanto mi riguarda devo dire che non ho mai fatto atti di vandalismo, non ho mai tirato banchi addosso alle insegnanti, né messo gomme da masticare nelle serrature delle macchine, non è mai stato nel mio stile però purtroppo avevo commesso una colpa ancora peggiore e ormai ero diventato il suo bersaglio, la sua ragione di vita. Il suo odio me lo sputava addosso ogni volta che ne aveva l’occasione.

Entrava in classe, con una cura maniacale sistemava quelle sue quattro cazzate sulla cattedra e poi si concentrava su di me. Sia ben chiaro, mai che mi avesse guardato negli occhi, mai. Non diceva mai il mio nome, ma parlava di me, sempre.

Come mi ero permesso di infrangere le sue certezze e le sue regole?! La Rossi, la cocchina, passi pure, ma uno scarafaggio arrogante e presuntuoso come me perché aveva avuto l’ardire di scegliere tra le due materie proprio italiano?

Fottiti puttana, mi hai torturato, mi hai umiliato, mi hai fatto incazzare, mi hai fatto svegliare nel cuore della notte sudato e impaurito, tremante e con attacchi di pianto ma non mi hai certo fatto cambiare idea. Lessi di tutto. Studiai come un pazzo. D’Annunzio. Leopardi. Pirandello. Svevo. Manzoni, e chi più ne ha più ne metta. Tutto. Anche cose fuori dal programma. Federigo Tozzi per esempio. Luciano Bianciardi anche. Ero teso. Ero diventato intrattabile. Avevo anche iniziato a mangiarmi le unghie, cosa che non avevo mai fatto prima e che non mi è più capitato di fare dopo quell’ultimo anno.

La mia ragazza mi ha aiutato, mi ha sopportato, mi ha fatto ridere quando avrei solo voluto mandare tutto a farsi fottere. I miei genitori pure, mi sono stati vicino. Hanno anche provato a farmi cambiare idea, mi consigliavano spesso di scegliere un’altra materia dove avevo voti migliori, ero ancora in tempo. Niente da fare. Non volevo dargliela vinta a quella grandissima megera. E poi c’erano le “riunioni politiche” nella soffitta del mio amico. Per fortuna avevo anche loro, i miei pazzi amici. Per fortuna! Ricordo le nostre chiacchierate interminabili, le nostre partite a poker,  la nostra voglia di rivoluzione, Paolo Conte nello stereo e la bottiglia di jack daniel’s chiusa a chiave nell’armadietto di Andrea dove la nonna non sarebbe mai potuta andare a controllare.

Ricordo una delle mie ultime interrogazioni prima della maturità.

Argomento: Il paradiso di Dante.

Porca puttana!!

Dante mi è sempre stato un po’ sul cazzo, lo ammetto. A parte l’inferno che era più movimentato e peccaminoso, per il resto due palle incredibili! Comunque. Chi chiamiamo, chi non chiamiamo. Il solito balletto. Dieci minuti per decidere… sempre così, sempre la solita vecchia sadica troia!

Tocca ad Arianna. Non ricordo più la domanda che le fece. Ricordò però che Arianna non rispose e se ne tornò immediatamente al suo posto con quattro. Tempo effettivo: trenta secondi. Sempre la stessa solita storia. Lurida puttana! Arianna piangeva mentre le venivano indirizzate offese gratuite.

Adesso chi chiamiamo?

Dai, coraggio, sono pronto! Eccomi. Tocca a me.

Per amore di verità quella domanda non la sapevo. Non avevo la più pallida idea di cosa stesse farneticando.

Mi avvicinai alla cattedra con fare sicuro, lasciai che mi fosse ripetuta la domanda e con calma le dissi che non conoscevo la risposta. Mi invitò, senza troppi giri di parole ad andarmene. Ovviamente il voto sarebbe stato un quattro, tanto per cambiare.

-Mi spiace ma io non torno a sedere. Io resto qua. Lei adesso mi fa altre due domande. Altre due e se non rispondo poi può pure mandarmi a sedere, può fare quello che vuole, ma non adesso. Adesso non sarebbe giusto, come non è stato giusto mandare la B. al suo posto con una sola domanda.

Non l’avessi mai detto! La troia iniziò a tremare toccandosi istericamente gli occhiali. Rimase in silenzio per quei dieci secondi e poi balzò in piedi facendo cadere la sedia alle sue spalle! Iniziò a correre tra i banchi come una belva inferocita! Non riuscivo più a seguirla. Non capivo cosa cazzo stesse facendo. Muoveva la testa come una biscia impazzita, si schiaffeggiava le braccia, si stropicciava la gonna e poi, all’improvviso, come ispirata dall’alto, fermandosi ad ogni banco ripeteva ad ognuno la sua litania:

– Voi siete dei ragazzi violenti! VIOLENTIIII!!!! Avete capito?? Siete violenti, arroganti e presuntuosi. Voi mi fate paura!

Io la stavo aspettando. Restavo immobile mentre lei, per l’ennesima volta, ci raccontava di sua madre paralizzata, dei suoi problemi, della sua solitudine. Peccato che a me non me ne fottesse un cazzo dei suoi problemi. Volevo solo che mi facesse le altre due domande. Solo quello stavo aspettando.

E così fece.

Risposi alla seconda. Niente di entusiasmante, per la verità .

Risposi anche alla terza domanda sempre su quel cazzo di paradiso di dante.

Un po’ meglio questa volta, niente di eccezionale, passabile dai.

Appena finito di rispondere dal fondo della classe ricordo però che partì un applauso fragoroso! La troia sbiancò. Gianni sbatteva i piedi sotto al tavolo. Simone lanciava pezzetti di quaderno in aria. Cristina e Giada alzavano le braccia in segno di vittoria. Una bolgia infernale, insomma.

Appena tornò la calma lei mi chiese se poteva andarmi bene un sei.

Presi quel sudatissimo sei e me ne tornai al mio posto.

Quel voto non alzò certo la media, ovviamente. Fui ammesso con quattro.

La mia fortuna però fu che quell’anno c’era una commissione esterna alla maturità. Il professore era un ragazzo giovane con una barba incolta. Il tema fortunatamente andò molto bene. Scelsi quello “libero”. I valori del passato da portare nel presente eccetera eccetera, qualcosa del genere. Ricordo che citai l’urlo di Munch, Martin Luther King, Antonio Gramsci, Guernica di Picasso e altro. Parlai della resistenza e chissà, forse il professore era un comunista come lo ero io in quel periodo, boh, vai a sapere, fatto sta che rimase molto impressionato. Anche l’orale andò bene. Presi finalmente la mia rivincita e immediatamente dopo partii con la mia vespa e la mia tenda per l’isola d’Elba. Al ritorno appena il tempo di recuperare un po’ le forze e di nuovo in viaggio, destinazione Spagna. InterRail. Un’estate fantastica!

Ripensandoci adesso, vorrei non essermela presa così tanto per quei miei piccoli problemi, avrei potuto godermi di più quell’ultimo anno di scuola! Certo, avrei potuto vivermi i miei diciott’anni con più leggerezza ma non importa, va benissimo così!

Adesso, mentre scrivo, ripenso a quel periodo con tenerezza però, ancora oggi, desidererei tanto che a certe persone fosse severamente vietato insegnare. L’insegnante insieme al genitore è il lavoro più difficile che possa esserci. E che cazzo. Possibile che dobbiamo ancora sentire storie ignobili di violenze, di soprusi, di prevaricazioni. Ok, devo stare calmo che fa caldo! Possibile che non si riesce ancora a fare abbastanza per evitare certe degenerazioni? Possibile che tanti bambini fin dalle elementari debbano ancora subire la prepotenza e la cattiveria dei grandi? Lasciate stare i bambini, per favore. Per favore. Ok. Basta, sennò mi innervosisco di nuovo. La smetto, giuro. La smetto e vado a farmi una birretta fresca, che è meglio!

 

 

La zingarata

“Questa è la zingarata: una partenza senza meta né scòpi,…
un’evasione che può durare un giorno, due o una settimana.
Una volta durò venti giorni, salvo complicazioni”.
Il Perozzi
Amici miei – Mario Monicelli
 

 

E finalmente Riccardo si è sposato. Certo, con lei, con chi sennò, con la fidanzata storica. Io Riccardo l’ho conosciuto il primo anno del primo giorno di lezione all’università. Ero arrivato un po’ in ritardo quella mattina, ben oltre il quarto d’ora accademico. In ritardo e scombussolato dalle novità regalatemi in quei primi giorni dalla nuova città. Profumi, gonne, feste, musica, dialetti, rumore, luci. Tutto mi inebriava, tutto volevo assaporare. Comunque. Posti a sedere quella mattina nemmeno a parlarne. Trecento persone stipate come formiche dentro un formichiere verticale. Aula stracolma all’inverosimile. Analisi I avremmo dovuto seguire. La lavagna a mala pena riuscivo a vederla dalla mia ultima fila. La voce della professoressa era sovrastata dai gridolini di eccitazione del pubblico pagante. Accanto a me questo tipo mingherlino e dallo sguardo vispo.

L’amicizia tra noi è stata rapida e senza filtri come tutte quelle iniziate il primo anno per via dell’euforia, novità, eccitazione dello studente fuori sede. Di molti amici oggi nemmeno la faccia ricordo più. Con lui è stato diverso. Gli ho detto a Riccardo quella mattina: ma te capisci qualcosa, riesci a seguire? Niente mi ha risposto sorridendo. E sai giocare a biliardo? Me la cavo, certo. Perfetto, dopo dieci minuti di lezione eravamo già chiusi in un bar a raccontarci un po’ di noi e a bere una birra scura. Da dove è che vieni? Faccio io. E perché sei capitato proprio in questa città? E certo che sei proprio un ciuccio a giocare a biliardo! Sì, i Led zeppelin erano davvero forti, hai ragione! Le solite cose insomma.

E poi dopo quel giorno sempre insieme noi due, tra partite a pallone, concerti rock, festini erasmus, scherzi, appuntamenti a quattro, cene, gite fuori porta, cazzeggio. Una sera mi ha pure raccolto dopo che ubriaco avevo vomitato, mi ha anche abbracciato dopo che mi ha visto piangere per una storia finita con una ragazza del sud e mi ha sempre fatto ridere tanto con quelle sue espressioni buffe! Ricordo che una volta gli tolsi le lenti a contatto dopo una festa alcolica a base di assenzio arrivato direttamente per noi dalla Spagna. Due ubriachi in bagno e le mie dita dentro ai suoi occhi! Gli ho anche divorato le conserve deliziose preparate con tanto amore dalla mamma dopo le nostre serate tra amici a fumare erba, suonare la chitarra e parlare per ore di tutto e di niente.

Poi quel matto si fidanzò. Lei abitava a Ravenna, sua madre era austriaca e il padre boh, che me l’avrà pure detto ma adesso non ricordo. Lei, Teresa, la fidanzata storica, la moglie di cui sopra insomma, tanto per capirci. Già. Quel matto alla fine del nostro primo anno di università si fidanzò.

Io in quel periodo mi vedevo con una ragazza che lavorava all’Irish pub e ogni tanto riuscivo a bere anche gratis. Abitavo in una mansardina che sarà stata tre metri per tre. La finestrina dava su un buco verticale dove affacciavano altre finestrine e dal basso ricordo che arrivavano ad ogni ora, dal ristorante del piano terra, odori devastanti di fritto e di cipolla. Un caldo della madonna in quella stanza però che anno fantastico! Quando lei, la ragazza dell’Irish, la sera finiva di lavorare ce ne stavamo sui tetti sopra casa mia a fumarci una sigaretta e a raccontarci i nostri sogni. Per salire sui tetti bisognava passare dalla finestrina accanto al letto. Che bella che era Bologna di notte vista dall’alto con le sue torri rosse, le sue luci, la sua pace. Quanto era bella la ragazza dell’Irish! Ci eravamo conosciuti la sera di San Patrizio. Lei si era aggiunta al nostro gruppo invitata da Elisa, la ragazza di Massimo. Mi era piaciuta subito! All’istante! Nemmeno il tempo di pensarci. Tutto mi piaceva, i suoi capelli neri, il suo sorriso, i suoi pensieri, le lue gambe, tutto. Alla fine, quella sera stessa, abbiamo dormito insieme. Dopo neanche tre o quattro ore che ci eravamo conosciuti. Non proprio io e lei da soli. No. Abbiamo dormito in camera di Massimo. Eravamo in nove. Cinque materassi buttati per terra. Nove persone a dormire nella stessa stanza e a guardare Marrakech express di Gabriele Salvatores in tv. Io e lei nello stesso materasso singolo ed io che non è che riuscissi poi tanto a seguirlo bene quel film. Le mie mani sotto alla sua maglietta non riuscivano proprio a starsene ferme, proprio per niente. Continuavo a parlarle sottovoce all’orecchio mentre annusavo il profumo della sua pelle. Già, é passato un bel po’ di tempo da quella notte. Adesso mi hanno detto che lavora in una gelateria a Londra. Ma non è poi così sicuro. Boh, comunque, dovunque sia, spero davvero che le vada tutto bene.

Riccardo in quel periodo veniva spesso a trovarmi nella mia mansardina. Arrivava anche nei momenti meno opportuni. Portava sempre un paio di birre con sé. Arrivava sempre con un sorriso grande così! Una notte invece arrivò piangendo. Ci misi un po’ a svegliarmi e a capire. Mentre preparavo il caffè e lo maledicevo lui camminava nervoso in quella micro mansardina che avevo preso in affitto. Nella parete, quella vicina al portone, i proprietari avevano posizionato anche uno specchio enorme. Questione di prospettive, magari poteva sembrare più grande il tutto, pensavano loro. Beh, il trucco non funzionava, era sempre un buco quel posto e in più avevo paura che se Riccardo non si fosse calmato prima o poi ci sarebbe andato a sbattere addosso a quell’inutile specchio pacchiano e sproporzionato. C’era comunque poco da capire. La solita storia di sempre. Aveva di nuovo discusso con lei. Più lo ascoltavo e più capivo quanto era innamorato, quanto tenesse a quella ragazza. Per me era un po’ una stronza, lo ammetto, ma no, lui non condivideva. Per niente. Diceva che alla fine era lui che sbagliava. Non ero convinto ma smisi di interromperlo. Dopo un po’ non lo interruppi più. Lo ascoltai e lo lascia sfogare. Alle quattro di notte ci salutammo, lo abbracciai, gli dissi che gli volevo bene, gli confermai che secondo me lei era un po’ una stronza e me ne tornai a dormire. Lui mi sorrise e si diresse alla stazione intenzionato ad andare da Teresa per farsi perdonare. Di cosa poi, io più ci ripensavo più non riuscivo a capirlo. Ma questo non è importante. L’amore prende sempre direzioni strane. Ed ognuno sceglie quelle che preferisce. Per fortuna.

Riccardo poi piano piano è cambiato. Sempre di più. Sempre più ansioso, più nevrotico, sempre con quel cazzo di cellulare  a portata di mano perché se lei avesse fatto uno squillino (e lo faceva ogni dieci minuti) lui doveva rispondere all’istante. Squillino e fottutissimo contro squillino. Guai farla aspettare. Se non rispondeva lei entrava in paranoia. Un giorno, per risponderle il più in fretta possibile, mancò poco che Riccardo non si spaccasse la testa per scendere da una scala dove era salito per cambiare una lampadina.  Scivolò, cadde, si rialzò, prese il cellulare, rispose al suo amore e poi si accasciò esausto e dolorante sul divano. Cose da far venire il mal di stomaco. Io lo sfottevo però stava davvero cambiando, non era più come i primi tempi, si stava intristendo, o almeno a me così sembrava.

-Ehi Ricca ma lo sai adesso la tua bella mentre ti fa lo squillino cosa fa?! Lo sai sì che Ravenna è piena di bei maschioni vogliosi?! Lo sai adesso come sta messa?!! E gli mimavo la posizione erotica della sua bella. Però niente, non reagiva, non scherzava più come prima e a me passava anche un po’ la voglia di fare lo scemo.

Un giorno io, Riccardo, Tommaso e Simone andammo al funerale del nonno di un nostro amico di Parma. Forse non era il giorno adatto, era pur sempre morto il nonno di quel nostro amico però a noi dopo quel funerale ci venne una gran voglia di spassarcela in città. Tutti convinti, tranne uno, ovviamente! Già che siamo qua, perché non fermarci, pensavamo noi. Ci avevano parlato di un bel locale dove poter andare a ballare. Ovviamente io promettevo a Riccardo che saremmo subito subito tornati a casa, solo il tempo di una birretta e poi avremmo ripreso la macchina. In verità l’idea nostra era quella di dormirci in macchina e tornare solo il giorno dopo a Bologna. Quando alla fine scoprì il nostro trucco iniziò, come era prevedibile, a fare delle storie, come gli succedeva da un po’. Lui doveva tornare. Anche in treno, anche da solo. Doveva tornare a casa, chiamare la sua fidanzata e dirle che l’amava e doveva dirglielo chiuso tra quattro mura. Noi questo lo sapevamo e però quella sera non volevamo proprio farci impietosire. Tirò fuori pure la scusa del mal di pancia. Questa storia mi mandava fuori di testa. Non poteva ridursi così. Era un bravo ragazzo, non l’avrebbe mai tradita, perché lei non si fidava? Perché rifiutava che lui fosse felice e spensierato per una sera con i suoi amici? No, lei non mi è mai andata a genio, e la cosa era reciproca immagino perché alla fine della fiera è riuscita a portarlo via da me e da tutti i suoi amici. E lui non ha fatto niente per opporsi. Ovvio, nessun rancore da parte mia, nessun problema. Mi era dispiaciuto un po’, certo, ma poi basta, era quello che voleva e andava bene così. Io ho fatto lo stesso, forse ho fatto anche di peggio e dovrei chiedere ancora scusa migliaia di volte a molte persone che forse si sono sentite tradite da me e dal mio comportamento. Ma poi ognuno sceglie la propria strada. È giusto che sia così.

Con Riccardo ci siamo persi di vista. Ognuno dietro alle proprie storie, sbagli, egoismi, sogni, incomprensioni, paure, solitudini. Riccardo poi dopo il matrimonio se ne è andato in Veneto con lei. Lavorava per una multinazionale americana. Una volta dopo il suo matrimonio ci siamo anche rivisti. Passavo dalle sue parti. Un caffè veloce. Abbiamo ricordato, abbiamo riso, abbiamo condiviso però qualcosa era cambiato in noi. Non c’era più quella sintonia di un tempo o forse semplicemente eravamo solo cambiati. Altre esperienze, altre scelte, altre strade. L’affetto invece rimaneva, quello lo senti a pelle, non c’è niente da fare. Io continuavo a volergli bene.

Come una brutta storia da telefilm di terza categoria ho saputo poi che lei si è invaghita del suo commercialista e che Riccardo dopo conati di vomito, urla, stress, tristezza, delusione ha cercato di perdonarla. Ha tentato ma quell’ombra era ormai dentro di lui. Ha elaborato il suo e il loro fallimento e ha voltato pagina. Almeno così mi ha detto l’altro giorno per telefono. Fatto sta che abbiamo deciso di farci una vacanza  insieme. L’ho detto anche a Dario e Massimo e ci saranno pure loro. Ognuno di noi abita in regioni diverse, però sembra proprio che stavolta ce la facciamo. Sarà bello ritrovarsi. Una zingarata come ai vecchi tempi. Chissà cosa ne verrà fuori? Chissà quanto è cambiato in noi dai tempi di Bologna? Manca meno di una settimana. Ho proprio voglia di rivedervi. A presto amici miei.

P.s. Che poi se proprio devo dirla tutta il mio amico nemmeno si chiama Riccardo, che poi Riccardo potrebbe essere la storia di tanti miei amici, potrei essere io, potrebbe essere la mia voglia di scrivere, potrebbe essere altro e comunque basta, ho già scritto troppo e queste spiegazioni sono del tutto superflue.

Compagni di sbronze

on air: into the mystic Van Morrison

Ma quante siete!  Quanto siete belle! Io mi perdo mentre voi oziose, placide e bianche vi lasciate cadere con coraggio ed incoscienza dai rami più alti degli alberi. Io ci provo, provo a prendervi! Ci provo perché siete soffici, innocenti e leggere! Perché siete la risposta che non trovo e che vorrei. Perché siete l’allegria che mi manca da tempo. E allora vi inseguo! Corro mentre vi abbandonate alla bellezza ed alla grazia del volo senza il peso di tutte quante le stupide domande degli uomini. Incuranti della gravità, dei miei piccoli affanni, della mia irrecuperabile sensibilità. Siete solo natura. Natura e vita! E allora cosa posso fare io con voi?! Ammirarvi, questo solo mi è concesso!! Ammirarvi mentre vi lasciate cullare da calme e dolci brezze di vento. E ringraziarvi mentre dispettose giocate con la fantasia dei bambini e con i miei pensieri ingarbugliati facendomi provare per un attimo un infinito senso di piacere e di pace!

Poi però, senza che possa farci nulla, veloci e improvvise cambiate direzione. Salite in alto, andate dove volete, andate dove io non posso andare. Raggiungete anche quella nuvola buffa che a me sembra proprio un cucciolo di cane steso a pancia in su nell’attesa solo di un po’ di coccole! Lo ammetto, oggi vorrei venire con voi! Oggi lo vorrei! Anche solo per capire. Per capire se c’è una via d’uscita, se c’è un altro frutto antico che ancora non conosco, se l’odore che sogno ogni notte è reale e può finalmente scacciare questa apatia che ogni tanto torna a farmi visita. Fosse solo possibile per me accettare una volta e per sempre questa distruttiva e destabilizzante anarchia!

Sì, vorrei andare via! Andarmene lontano. Lontano dalla volgarità dei luoghi comuni. Lontano dai miei morsi avidi sulla loro mela proibita. Andarmene da solo. Solo con la mia confusione e con la mia straordinaria unicità. Con le mie poesie e con la mia eresia. Soltanto io. Sterminato e immenso come rugiada su gigli di campo. Lontano dall’arrogante nullità e dalla stucchevole cortesia degli uomini. Dalla loro morale intollerante, dalla loro comunione e dal loro buon natale, dai loro buongiorno e buonasera del cazzo. Lontano dalle loro infallibili sicurezze fatte di niente. Lontano dalle loro ingannevoli illusioni e dalla loro volgare ignoranza.

A volte però, quando viene la notte, mi manca la forza. Altre volte invece paura e piacere si fondono insieme. A volte non distinguo nemmeno il falso dal vero. Manine dove state andando? Sentirò forse in lontananza ancora per poco questo impercettibile, seducente e ormai irraggiungibile canto di sirene. Tutto finirà, lo so. Sarà stato soltanto un attimo, niente di più, ma non ha importanza, va bene così perché ancora una volta sono riuscito a fotografare cose che altri non vedranno mai. Le mie fotografie di spazzatura e fiori.

Sì, ve ne andrete lontano. Sempre più lontano fino a raggiungere quella meravigliosa ragazza! Sicuramente volerete sopra di lei e la vedrete schizzare tra una macchina e l’altra con la sua bici verde oliva arrugginita mentre il pantalone le si impiglia nei bulloni del pedale!

Lo so, sarete già lontane mentre qua è quasi arrivata la sera. Mentre continuo a parlare di nuvole col tenente. Il tenente che se ne sta davanti alla griglia sommerso da zucchine, melanzane, salsicce, bistecche al sangue, fumo e canzoni. Il tenente che ha la barba lunga di sei giorni, pantaloni larghi a fiori e vicino a sé tiene la sua inseparabile chitarra e la sua erba bianca. Il tenente che ha paura di innamorarsi ancora, che avrebbe tanta voglia di potersi lasciare andare come un tempo. 

E poi stasera c’è anche Serena. Serena che prepara un filtrino, aspira e poi aspetta. Serena che sospira e sogna di poter finalmente far conoscere in giro i suoi cortometraggi. Serena che vorrebbe tanto lasciare il negozio di scarpe dove da anni lavora annoiata e distratta con una madre troppo apprensiva e bigotta. Serena che pensa a lui.

-perché se vedo qualcuno di spalle spero che sia lui, lui che non è qua, lui che chissà adesso dove sta, con chi sta?!! Perché continuo ad addormentarmi sempre con il cellulare sotto al cuscino sperando nella sua buonanotte?!! Perchè?!! Basta, adesso lo chiamo! Sono ubriaca, lo so, ma chi se ne frega; ridicola, patetica, ma ‘sti cazzi, ho solo voglia di sentirlo! Di provarci! Di dirgli che mi manca. Di chiarire, di essere me stessa come sempre, nel bene e nel male!!-.

Poco lontano da noi, come sempre capita, anche questa volta Barry White deve polemizzare. Il vecchio brontolone lo deve fare. Regolare. Un orologio svizzero! Al terzo bicchiere diventa molesto e mi piace!!

-ehi amico, cazzo dici, parli con me?! Porca troia, lo sai, sono contrario alle canzoni sfumate! E che cazzo, questo solo chiedo: se ti prendi la responsabilità di farci ascoltare rock’ n’ roll suicide allora devi lasciarmela fino alla fine!! É chiedere tanto?!!! Non mi sembra! E allora, puttana lurida, devi farmi ascoltare David Bowie e quella sua ultima stramaledettissima nota del cazzo!! Se cambi sul più bello mi uccidi! Mi spezzi un’emozione e mi fai incazzare parecchio! Te ne rendi conto, sì o no?! Niente, ma che te lo dico a fare, tu non puoi capire, tu sei arido dentro e sei proprio una brutta persona! Sai cosa ti dico biondino?! Fottiti! Sì, hai capito bene, F-O-T-T-I-T-I!! Fottiti e torna alle tue canzoncine da teenager del cazzo!-

Intanto i piccioncini fritti e rifritti, cotti in forno con patate e rosmarino, ignari del mondo e delle sue bizzarre creazioni, continuano ad accarezzarsi lievemente. Come al solito impantanati nel loro microcosmo intriso di paroline dolci, sguardi complici e baci veloci. Lei; autoritaria, fredda, gelosa, ansiosa, sicura del loro futuro e dei loro obiettivi. Lei che tiene ancora un telo sul loro divano, comprato ormai più di due anni fa, semplicemente per paura di sporcarlo, per paura di vivere. Lei che ha invaso la loro casa di fotografie per ricordargli quanto è fortunato. Lei che continua ad allontanarlo dai suoi amici. Lui che non ride più come prima.

E poi c’è Bakunin: -ne scrivi di cazzate, bello mio, complimenti! Sempre pronti a sputare sentenze, a catalogare, a giudicare! Vi ostinate a proiettare sempre la vostra vita e le vostre idee personali sulla vita degli altri! Ma con quale diritto? Ma cosa ne vuoi sapere se loro due sono felici così? Se lui è felice? Dove tu, vecchio compagno di sbronze delle mie palle vedi limiti magari loro trovano l’infinito, ci hai mai pensato a questo?-

Arsura intanto fregandosene beatamente di tante discussioni pseudofilosofiche, dopo un riuscitissimo rutto intona un potente inno alla fica, inciampa nella radice dell’ultimo abete e rotola beato e soddisfatto a fondo valle. Giada lo guarda divertita. Poi continua a ballare e a bere e si accende un’altra diana blu. Giada con la sua inseparabile macchina fotografica che cerca bellezza nelle luci delle candele stese sull’erba umida. Giada che disegna pesci ciccioni, beve tennent’s, legge novelle di Gianni Rodari, ruba ciliege dagli alberi e ci regala armonia ed eleganza.

Lo scoiattolo burlone invece si gratta la pancia divertito, il tordo tace sotto alla grande luna bianca e la faina sorride alle donne degli altri. Il pavone poi mostra il suo ultimo tatuaggio, John Lee Hooker suona un altro blues e Franco bacia le labbra della bella straniera. Milos e Lukas, infine, sempre per i fatti loro, guardano estasiati sul ramo più alto di nonno castagno un gatto nero ed uno bianco che si corteggiano sulle note balcaniche di Goran Bregovic.

-…e allora io sai cosa ti dico tenente?! …che si fottano le risposte, che si fottano le speranze e i desideri, io stanotte voglio stare qua, qua ho tutto quello di cui ho bisogno!  Michela, ehi, ricordi quando vedemmo insieme a casa mia Amarcord? Ricordi cosa diceva il bambino all’inizio?! “Le manine sono su è l’inverno non c’è più!” Sì, ho proprio voglia di godermi questa primavera, o quanto meno questa notte!! Sì, ok, va bene, forse hai ragione anche tu, mi sto ubriacando, lo so, però intanto tu stai perdendo tempo… dai, non fare la vaga, non tergiversare, non mordere, muoviti e passami la birra!!-

Blues on my mind

“well up jumped the devil in a brand new cadillac

he stood ten feet tall, boy all dressed in black…”

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Fermo immagine su cerchi di fumo densi. Opportunità, distruzioni, inconsapevoli menzogne. Angoli oscuri e primitivi della mente. Deliranti e insolite direzioni delle mie notti. Flusso di coscienza sotto uso di benzedrina. Sotterranei blues. Vicoli stretti. Impulsi animali che non conoscono filtri né tanto meno umane ipocrisie. Nessuna certezza. Nessuna comoda salvezza. Non questa notte. Questa notte rotolerò in terra come una bestia selvatica, ucciderò la legge, distruggerò le nostre fragili promesse. E poi andrò sempre più a fondo perché solo nel fondo potrò provare a sfiorare la tua anima, perché solo andando a fondo ritroverò l’eleganza e l’armonia perduta nelle mie corse scomposte. Ancora una volta sovrano e carnefice dei miei folli pensieri. Ancora come un tempo inadeguato al comando. Meno che mai ad essere comandato. E allora vai dove vuoi però attenta, non voltarti indietro e non confondermi mai con nessuno perché nessuno si potrà mai nemmeno lontanamente avvicinare alle mie parole stonate, ai miei sogni, alle mie domande, alle mie cadute nel fango, alla mia voglia di ricominciare e di cercare ora più che mai qualcosa di più. Anche questa notte in equilibrio precario, sempre in bilico sull’orlo del precipizio perché solo così posso ritornare ad amare la bellezza che ritrovo sempre nelle stanche e serene rughe di vecchi montanari, nella pioggia che goccia dopo goccia bagna la terra, nelle parole d’amore di Momò l’arabo e di Romain Gary, nelle luci calde e seducenti di candele che illuminano e scaldano la tua schiena nuda e bianca. E allora non perdiamo altro tempo, vieni qua e lascia che questo vino bianco passi dalla mia alla tua bocca, lasciami ascoltare i tuoi brividi che all’improvviso rispondono alle mie mani, lascia passare la notte e non fermarla proprio adesso. Continua a ballare. Balla ancora per me, balla scalza sulla terra rossa tra bonghi, fuochi e polvere; non fermarti, voglio ancora il tuo ritmo, voglio una danza tribale, martellante, selvatica, ripetitiva, ossessiva; fammi girare dentro a questo torbido, erotico, incalzante, metallico labirinto.

Sai, tutto nasce in Africa. E dal Mali arriva al delta del Mississippi. E a volte passa pure di qua. Percussioni, fiati, sudore, respiri. La senti? Una tensione magica vibra dentro ad ogni corda. Fisicità, potenza, cupa sensualità, vertigine. Piccola mi senti? Sai, mi dicono di fare attenzione, mi dicono che da alcuni mesi ti occupi di stregoneria, dicono che conosci trucchi strani, forse riti voodoo. Così dicono. Guarda le mie mani, per te e per me radici ed erbe miracolose, talismani e amuleti. Guardami e non togliere lo sguardo finché non ti morderò la lingua. Non fermarti proprio adesso, voglio un altro boogie. Ballami addosso. Lecca le mie dita. Continua a dondolarti su di me fino a farmi sentire tutto il tuo ritmo e il tuo odore. Graffiami. Cavalca questi attimi, che sono solo nostri. Pungimi mentre stringo la tua pelle calda e non pensare a domani.

Manca poco a domani, sono solo e c’è puzza di pesce nell’aria. Fumo e nebbia nelle mie narici. Odore di metalli pesanti. Gocce acide sul mio viso. Un’armonica dolce, un blues rurale, un distacco teatrale. C’è un ubriacone che cerca fortuna nella discarica. Ci sono gatti neri che riposano placidi dentro ad una vecchia Cadillac mentre un altro blues suona nella mia mente.

Ci sono solo io, sono qua, in una città migliaia di chilometri lontana dalla tua e lungo questa strada polverosa vedo ancora l’ombra dei miei blues. Cammino verso una casa che non è la mia e penso che avrei potuto fare altre scelte nella vita. Avrei potuto essere più responsabile, più accondiscendente, più prevedibile. Avrei potuto ascoltare altra musica e leggere altri libri. Avrei potuto smettere di bere e di fumare. Ho scelto invece di continuare a sbagliare da solo. Avrei anche potuto abbassare la testa, inginocchiarmi e baciare l’anello del tuo amico cardinale, avrei potuto accettare l’invito a cena dell’assessore all’urbanistica, avrei potuto fingere, accontentarmi e scegliere una vita più tranquilla. Ho scelto di essere un po’ più libero e di ascoltare la musica che più mi piace.

Tradimento

“…mia madre mi disse:
non devi giocare con gli zingari nel bosco;
ma il bosco era scuro, l’erba già alta,
dite a mia madre che non tornerò”
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 Salto su un carro merci in corsa con la mia disarmante e infantile curiosità. Sento lo scricchiolare rassicurante del vecchio legno. Odore di rischio, coraggio, libertà. Un predicatore cieco canta un gospel e mi invita a seguirlo. Mi promette strade più sicure e meno polverose. Pepite e risposte. Mi spiace amico ma non lo posso fare. Devo continuare da solo. Alla ricerca di qualche dio, di qualcosa in più, di un altro treno. Lontano come al solito dalla legge del branco. Sorpreso e fragile come un tempo di fronte ad una carezza. Duro e impassibile guardando desolato la tua boria. Refrattario all’incanto dei tuoi regali d’oro. Non ho paura, no, ho solo bisogno di guardarmi in faccia e di scrivere su carta da pacchi consumata e gialla i deliri per le mie notti. Inseguo il mio sogno. Corro verso una nuova frontiera e ripenso per un attimo al giorno in cui una zingara a Granada davanti all’Alhambra mi lesse la mano. Mi promise una famiglia, un cane e una stella polare da tenere in tasca. Avevo diciannove anni, tasche bucate e giravo la Spagna in treno con uno zaino in spalla. Avevo tante stupide idee per la testa. Adesso me ne sto qua con altri sogni e con tante altre stupide idee per la testa. La distinzione tra fantasia e realtà non è affatto necessaria per i miei fini. Se solo tu la smettessi di giudicare ciò che non conosci. Rispetta le mie idee Apapaia. Sì, lo so, ti ho delusa. Lo avevo messo in conto e non posso farci niente. Io non sono e non sarò mai quello che tu vuoi che io sia ma se solo avrai la voglia di ascoltarmi magari un giorno conoscerai qualcosa di me che nessuno ha mai conosciuto. E’ vero, sono cambiato e tu non mi riconosci più. Lo vedi nel mio sguardo. Lo leggi nelle mie parole. Lo vedo nella tua paura. Finalmente orgoglioso delle mie insicurezze, dei miei dubbi, degli sbagli che ho fatto, della mia bellezza. Sei dolce quando menti. Sono più forte di te mentre piango, mentre rido, mentre inciampo, mentre vivo. Non posso fare altro. Ogni notte ti tradirò e tradirò chiunque voglia continuare ad amarmi. Ti tradirò per cercarmi più in fondo, per recuperare l’essenza delle cose, per affrontare gli angoli oscuri e primitivi della mia mente. Fatti avanti allora, non aspettare, sono qua. Graffiami, manda in frantumi il mio fragile vaso di parole vuote, inchiodami alle mie contraddizioni, mordi le mie labbra fino a vederle sanguinare e poi vai via. Non ti fermerò. E poi torna se te la senti. Torna con semplicità, senza rancore, senza supponenza, senza quel bisogno inutile di volermi cambiare, torna soltanto per sentire il mio odore ed io grazie a te cambierò, incrinerò le mie certezze, impazzirò.  Torna senza aspettative, senza recinti, senza il timore di esser giudicata, senza regole. Torna e io ti ascolterò come la spiaggia ascolta i desideri più nascosti delle onde. Torna e dammi le mani. Avrai in cambio dolcezza, comprensione e verità. Torna e dimmi finalmente chi sei.

Fiore di campo

“quei giorni perduti a rincorrere il vento

a chiederci un bacio e volerne altri cento…”

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Scendo verso il torrente lasciandomi alle spalle il prato giallo di ginestre e la luce del giorno. Un primo piano con molto contrasto, poi a sfumare. Le nostre mani perse in un valzer in bianco e nero di qualche tempo fa. I nostri passi colorati di rosso e arancione. Per il tramonto terra di siena bruciata. In principio poco colore. Un pennello piatto e largo. Armonia e calda simmetria degli opposti. Peli di seta bianca per una nuova tela da completare. Nella mia mente il miagolio della poiana. Nei miei occhi il volo di un airone.

Mi fermo. Respiro e riscaldo le mescolanze. Raccolgo viole etrusche e rose selvatiche. Fiori di campo per te che senza volerlo mi hai regalato semplicità, leggerezza e allegria quando ormai credevo di essermi perso.
Le voci del paese adesso sono lontane. Il vento si è fermato e i cani dei pastori non abbaiano più. Moltitudini di alberi sempre verdi filtrano pochi raggi di sole. Un folletto delle grotte ti regala un sorriso e tu mi mordi piano la pancia mentre canto una canzone stonata. Mi guardi, ridi e scappi via. Poi ti fermi e ti asciughi la fronte. Hai capelli raccolti. Capelli color miele che ti aggiusti sempre con un gesto della mano che riconoscerei a chilometri di distanza. Orecchini comprati insieme al mercatino delle pulci di Bologna. Ti guardo e vado via.
L’acqua è fredda e limpida. Mi tolgo i vestiti e mi tuffo. Siamo esseri umani meravigliosi, unici e irripetibili. Vieni qua! Tuffati, ho voglia d’amore. Buttati e lascia correre la corrente. Voglio un amore al di là delle esperienze altrui, al di là del saputo. Indecifrabile, destabilizzante, sconosciuto. Voglio follia e cedimenti. Sono nudo e vulnerabile di fronte a te. Nessuna protezione, nessuna sicurezza, nessuna certezza.
Sono lontani i rumori dei clacson di macchine ferme in coda sulla tangenziale. Lontane le sirene, le urla scomposte, i respiri affannati. Lontani anche quei poeti di varietà del sabato sera con indosso ridicole parrucche utili solo a compiacere signorotti potenti che ormai da troppo tempo hanno perso il senso del pudore e dell’umiltà. Uomini senza dubbi, senza sogni, senza fantasia. Uomini refrattari ad ogni cambiamento, sicuri del loro niente, imbalsamati nelle loro fragili menzogne e nel loro potere ridicolo.
Apro la bottiglia di vermentino lasciata a raffreddare nell’acqua cercando ancora di ricordare le parole di quella vecchia canzone popolare che ogni estate la banda suonava alla festa del paese e mi sembra di sprofondare in qualcosa di molto simile alla felicità.
Sei bella e non mi stanco di dirtelo. Sei bella e sai di pane fatto in casa. Assaporo le tue labbra rosse e la smetto, almeno per oggi, di decifrare fondi di caffè.