La maturità

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-C’è qualcuno in questa classe che si è messo in testa di portare italiano alla maturità… cose da pazzi! Vi dovreste solo vergognare! Non avete pudore, siete solo degli ignoranti!

Ogni mattina quella troia della professoressa di italiano così, pressappoco, si rivolgeva a me. A me certo, perché italiano lo portavamo in due, in due su ventiquattro: la Rossi, la secchiona, otto di media in tutte le materie, e il sottoscritto, che come il resto della classe oscillava tra quattro e cinque.

Non farò mai nomi e cognomi, non li ho mai fatti, poi se li faccio li invento. Davvero, non mi importa, non ha senso, è passato ormai tanto tempo. Non porto rancore, e poi quella professoressa non mi ha certo rovinato la vita però devo ammettere che l’ultimo anno al liceo scientifico non è stato affatto semplice per me.

Sapevo fin dall’inizio che sarei stato ammesso con quattro ma me ne fottevo altamente. Questione di principio, di orgoglio, di stupidità, vai a sapere.

Ricordo sempre le prime parole della troia, quel primo giorno, quando in classe facemmo la sua sgradita conoscenza. Così si presentò:

-sapete ragazzi, io la sera prima di andare a dormire chiudo sempre a chiave i cassetti dove metto i coltelli della cucina, non si sa mai, qualcuno potrebbe venire a sgozzarmi nel cuore della notte mentre sto dormendo!

Ok. Benvenuta. Solo questo ci mancava!

Scoprimmo poi, con poco sorpresa da parte nostra per la verità, che aveva chiesto il trasferimento dalla scuola dove prima insegnava perché tra le altre cose un ragazzo le aveva tirato un banco addosso! Il nostro eroe quel ragazzo.

Ogni mattina, la cara professoressa, come un’invasata, prima di entrare in classe, girava intorno alla sua Clio blu quelle sette otto volte. Come una molla impazzita controllava ogni millimetro della sua macchina. Aveva  proprio tanta tanta paura che qualcuno le facesse un brutto scherzo. E non aveva tutti i torti. Direi proprio di no. I suoi timori infatti diventarono realtà quando una mattina due miei amici le bloccarono tutte le serrature con la gomma da masticare. Cose che succedono quando sai come farti voler bene.

La zoccola in questione era una donnina secca secca, tutta ossa e nervi. Rughe e disperazione. Consumata dal tabacco, dall’alcol e dalla vita. Non si era mai sposata, non aveva figli. Abitava con una madre paralizzata. Le sue frustrazioni, come purtroppo a volte accade,  le sfogava su di noi appena entrava in classe.

Per quanto mi riguarda devo dire che non ho mai fatto atti di vandalismo, non ho mai tirato banchi addosso alle insegnanti, né messo gomme da masticare nelle serrature delle macchine, non è mai stato nel mio stile però purtroppo avevo commesso una colpa ancora peggiore e ormai ero diventato il suo bersaglio, la sua ragione di vita. Il suo odio me lo sputava addosso ogni volta che ne aveva l’occasione.

Entrava in classe, con una cura maniacale sistemava quelle sue quattro cazzate sulla cattedra e poi si concentrava su di me. Sia ben chiaro, mai che mi avesse guardato negli occhi, mai. Non diceva mai il mio nome, ma parlava di me, sempre.

Come mi ero permesso di infrangere le sue certezze e le sue regole?! La Rossi, la cocchina, passi pure, ma uno scarafaggio arrogante e presuntuoso come me perché aveva avuto l’ardire di scegliere tra le due materie proprio italiano?

Fottiti puttana, mi hai torturato, mi hai umiliato, mi hai fatto incazzare, mi hai fatto svegliare nel cuore della notte sudato e impaurito, tremante e con attacchi di pianto ma non mi hai certo fatto cambiare idea. Lessi di tutto. Studiai come un pazzo. D’Annunzio. Leopardi. Pirandello. Svevo. Manzoni, e chi più ne ha più ne metta. Tutto. Anche cose fuori dal programma. Federigo Tozzi per esempio. Luciano Bianciardi anche. Ero teso. Ero diventato intrattabile. Avevo anche iniziato a mangiarmi le unghie, cosa che non avevo mai fatto prima e che non mi è più capitato di fare dopo quell’ultimo anno.

La mia ragazza mi ha aiutato, mi ha sopportato, mi ha fatto ridere quando avrei solo voluto mandare tutto a farsi fottere. I miei genitori pure, mi sono stati vicino. Hanno anche provato a farmi cambiare idea, mi consigliavano spesso di scegliere un’altra materia dove avevo voti migliori, ero ancora in tempo. Niente da fare. Non volevo dargliela vinta a quella grandissima megera. E poi c’erano le “riunioni politiche” nella soffitta del mio amico. Per fortuna avevo anche loro, i miei pazzi amici. Per fortuna! Ricordo le nostre chiacchierate interminabili, le nostre partite a poker,  la nostra voglia di rivoluzione, Paolo Conte nello stereo e la bottiglia di jack daniel’s chiusa a chiave nell’armadietto di Andrea dove la nonna non sarebbe mai potuta andare a controllare.

Ricordo una delle mie ultime interrogazioni prima della maturità.

Argomento: Il paradiso di Dante.

Porca puttana!!

Dante mi è sempre stato un po’ sul cazzo, lo ammetto. A parte l’inferno che era più movimentato e peccaminoso, per il resto due palle incredibili! Comunque. Chi chiamiamo, chi non chiamiamo. Il solito balletto. Dieci minuti per decidere… sempre così, sempre la solita vecchia sadica troia!

Tocca ad Arianna. Non ricordo più la domanda che le fece. Ricordò però che Arianna non rispose e se ne tornò immediatamente al suo posto con quattro. Tempo effettivo: trenta secondi. Sempre la stessa solita storia. Lurida puttana! Arianna piangeva mentre le venivano indirizzate offese gratuite.

Adesso chi chiamiamo?

Dai, coraggio, sono pronto! Eccomi. Tocca a me.

Per amore di verità quella domanda non la sapevo. Non avevo la più pallida idea di cosa stesse farneticando.

Mi avvicinai alla cattedra con fare sicuro, lasciai che mi fosse ripetuta la domanda e con calma le dissi che non conoscevo la risposta. Mi invitò, senza troppi giri di parole ad andarmene. Ovviamente il voto sarebbe stato un quattro, tanto per cambiare.

-Mi spiace ma io non torno a sedere. Io resto qua. Lei adesso mi fa altre due domande. Altre due e se non rispondo poi può pure mandarmi a sedere, può fare quello che vuole, ma non adesso. Adesso non sarebbe giusto, come non è stato giusto mandare la B. al suo posto con una sola domanda.

Non l’avessi mai detto! La troia iniziò a tremare toccandosi istericamente gli occhiali. Rimase in silenzio per quei dieci secondi e poi balzò in piedi facendo cadere la sedia alle sue spalle! Iniziò a correre tra i banchi come una belva inferocita! Non riuscivo più a seguirla. Non capivo cosa cazzo stesse facendo. Muoveva la testa come una biscia impazzita, si schiaffeggiava le braccia, si stropicciava la gonna e poi, all’improvviso, come ispirata dall’alto, fermandosi ad ogni banco ripeteva ad ognuno la sua litania:

– Voi siete dei ragazzi violenti! VIOLENTIIII!!!! Avete capito?? Siete violenti, arroganti e presuntuosi. Voi mi fate paura!

Io la stavo aspettando. Restavo immobile mentre lei, per l’ennesima volta, ci raccontava di sua madre paralizzata, dei suoi problemi, della sua solitudine. Peccato che a me non me ne fottesse un cazzo dei suoi problemi. Volevo solo che mi facesse le altre due domande. Solo quello stavo aspettando.

E così fece.

Risposi alla seconda. Niente di entusiasmante, per la verità .

Risposi anche alla terza domanda sempre su quel cazzo di paradiso di dante.

Un po’ meglio questa volta, niente di eccezionale, passabile dai.

Appena finito di rispondere dal fondo della classe ricordo però che partì un applauso fragoroso! La troia sbiancò. Gianni sbatteva i piedi sotto al tavolo. Simone lanciava pezzetti di quaderno in aria. Cristina e Giada alzavano le braccia in segno di vittoria. Una bolgia infernale, insomma.

Appena tornò la calma lei mi chiese se poteva andarmi bene un sei.

Presi quel sudatissimo sei e me ne tornai al mio posto.

Quel voto non alzò certo la media, ovviamente. Fui ammesso con quattro.

La mia fortuna però fu che quell’anno c’era una commissione esterna alla maturità. Il professore era un ragazzo giovane con una barba incolta. Il tema fortunatamente andò molto bene. Scelsi quello “libero”. I valori del passato da portare nel presente eccetera eccetera, qualcosa del genere. Ricordo che citai l’urlo di Munch, Martin Luther King, Antonio Gramsci, Guernica di Picasso e altro. Parlai della resistenza e chissà, forse il professore era un comunista come lo ero io in quel periodo, boh, vai a sapere, fatto sta che rimase molto impressionato. Anche l’orale andò bene. Presi finalmente la mia rivincita e immediatamente dopo partii con la mia vespa e la mia tenda per l’isola d’Elba. Al ritorno appena il tempo di recuperare un po’ le forze e di nuovo in viaggio, destinazione Spagna. InterRail. Un’estate fantastica!

Ripensandoci adesso, vorrei non essermela presa così tanto per quei miei piccoli problemi, avrei potuto godermi di più quell’ultimo anno di scuola! Certo, avrei potuto vivermi i miei diciott’anni con più leggerezza ma non importa, va benissimo così!

Adesso, mentre scrivo, ripenso a quel periodo con tenerezza però, ancora oggi, desidererei tanto che a certe persone fosse severamente vietato insegnare. L’insegnante insieme al genitore è il lavoro più difficile che possa esserci. E che cazzo. Possibile che dobbiamo ancora sentire storie ignobili di violenze, di soprusi, di prevaricazioni. Ok, devo stare calmo che fa caldo! Possibile che non si riesce ancora a fare abbastanza per evitare certe degenerazioni? Possibile che tanti bambini fin dalle elementari debbano ancora subire la prepotenza e la cattiveria dei grandi? Lasciate stare i bambini, per favore. Per favore. Ok. Basta, sennò mi innervosisco di nuovo. La smetto, giuro. La smetto e vado a farmi una birretta fresca, che è meglio!

 

 

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La zingarata

“Questa è la zingarata: una partenza senza meta né scòpi,…
un’evasione che può durare un giorno, due o una settimana.
Una volta durò venti giorni, salvo complicazioni”.
Il Perozzi
Amici miei – Mario Monicelli
 

 

E finalmente Riccardo si è sposato. Certo, con lei, con chi sennò, con la fidanzata storica. Io Riccardo l’ho conosciuto il primo anno del primo giorno di lezione all’università. Ero arrivato un po’ in ritardo quella mattina, ben oltre il quarto d’ora accademico. In ritardo e scombussolato dalle novità regalatemi in quei primi giorni dalla nuova città. Profumi, gonne, feste, musica, dialetti, rumore, luci. Tutto mi inebriava, tutto volevo assaporare. Comunque. Posti a sedere quella mattina nemmeno a parlarne. Trecento persone stipate come formiche dentro un formichiere verticale. Aula stracolma all’inverosimile. Analisi I avremmo dovuto seguire. La lavagna a mala pena riuscivo a vederla dalla mia ultima fila. La voce della professoressa era sovrastata dai gridolini di eccitazione del pubblico pagante. Accanto a me questo tipo mingherlino e dallo sguardo vispo.

L’amicizia tra noi è stata rapida e senza filtri come tutte quelle iniziate il primo anno per via dell’euforia, novità, eccitazione dello studente fuori sede. Di molti amici oggi nemmeno la faccia ricordo più. Con lui è stato diverso. Gli ho detto a Riccardo quella mattina: ma te capisci qualcosa, riesci a seguire? Niente mi ha risposto sorridendo. E sai giocare a biliardo? Me la cavo, certo. Perfetto, dopo dieci minuti di lezione eravamo già chiusi in un bar a raccontarci un po’ di noi e a bere una birra scura. Da dove è che vieni? Faccio io. E perché sei capitato proprio in questa città? E certo che sei proprio un ciuccio a giocare a biliardo! Sì, i Led zeppelin erano davvero forti, hai ragione! Le solite cose insomma.

E poi dopo quel giorno sempre insieme noi due, tra partite a pallone, concerti rock, festini erasmus, scherzi, appuntamenti a quattro, cene, gite fuori porta, cazzeggio. Una sera mi ha pure raccolto dopo che ubriaco avevo vomitato, mi ha anche abbracciato dopo che mi ha visto piangere per una storia finita con una ragazza del sud e mi ha sempre fatto ridere tanto con quelle sue espressioni buffe! Ricordo che una volta gli tolsi le lenti a contatto dopo una festa alcolica a base di assenzio arrivato direttamente per noi dalla Spagna. Due ubriachi in bagno e le mie dita dentro ai suoi occhi! Gli ho anche divorato le conserve deliziose preparate con tanto amore dalla mamma dopo le nostre serate tra amici a fumare erba, suonare la chitarra e parlare per ore di tutto e di niente.

Poi quel matto si fidanzò. Lei abitava a Ravenna, sua madre era austriaca e il padre boh, che me l’avrà pure detto ma adesso non ricordo. Lei, Teresa, la fidanzata storica, la moglie di cui sopra insomma, tanto per capirci. Già. Quel matto alla fine del nostro primo anno di università si fidanzò.

Io in quel periodo mi vedevo con una ragazza che lavorava all’Irish pub e ogni tanto riuscivo a bere anche gratis. Abitavo in una mansardina che sarà stata tre metri per tre. La finestrina dava su un buco verticale dove affacciavano altre finestrine e dal basso ricordo che arrivavano ad ogni ora, dal ristorante del piano terra, odori devastanti di fritto e di cipolla. Un caldo della madonna in quella stanza però che anno fantastico! Quando lei, la ragazza dell’Irish, la sera finiva di lavorare ce ne stavamo sui tetti sopra casa mia a fumarci una sigaretta e a raccontarci i nostri sogni. Per salire sui tetti bisognava passare dalla finestrina accanto al letto. Che bella che era Bologna di notte vista dall’alto con le sue torri rosse, le sue luci, la sua pace. Quanto era bella la ragazza dell’Irish! Ci eravamo conosciuti la sera di San Patrizio. Lei si era aggiunta al nostro gruppo invitata da Elisa, la ragazza di Massimo. Mi era piaciuta subito! All’istante! Nemmeno il tempo di pensarci. Tutto mi piaceva, i suoi capelli neri, il suo sorriso, i suoi pensieri, le lue gambe, tutto. Alla fine, quella sera stessa, abbiamo dormito insieme. Dopo neanche tre o quattro ore che ci eravamo conosciuti. Non proprio io e lei da soli. No. Abbiamo dormito in camera di Massimo. Eravamo in nove. Cinque materassi buttati per terra. Nove persone a dormire nella stessa stanza e a guardare Marrakech express di Gabriele Salvatores in tv. Io e lei nello stesso materasso singolo ed io che non è che riuscissi poi tanto a seguirlo bene quel film. Le mie mani sotto alla sua maglietta non riuscivano proprio a starsene ferme, proprio per niente. Continuavo a parlarle sottovoce all’orecchio mentre annusavo il profumo della sua pelle. Già, é passato un bel po’ di tempo da quella notte. Adesso mi hanno detto che lavora in una gelateria a Londra. Ma non è poi così sicuro. Boh, comunque, dovunque sia, spero davvero che le vada tutto bene.

Riccardo in quel periodo veniva spesso a trovarmi nella mia mansardina. Arrivava anche nei momenti meno opportuni. Portava sempre un paio di birre con sé. Arrivava sempre con un sorriso grande così! Una notte invece arrivò piangendo. Ci misi un po’ a svegliarmi e a capire. Mentre preparavo il caffè e lo maledicevo lui camminava nervoso in quella micro mansardina che avevo preso in affitto. Nella parete, quella vicina al portone, i proprietari avevano posizionato anche uno specchio enorme. Questione di prospettive, magari poteva sembrare più grande il tutto, pensavano loro. Beh, il trucco non funzionava, era sempre un buco quel posto e in più avevo paura che se Riccardo non si fosse calmato prima o poi ci sarebbe andato a sbattere addosso a quell’inutile specchio pacchiano e sproporzionato. C’era comunque poco da capire. La solita storia di sempre. Aveva di nuovo discusso con lei. Più lo ascoltavo e più capivo quanto era innamorato, quanto tenesse a quella ragazza. Per me era un po’ una stronza, lo ammetto, ma no, lui non condivideva. Per niente. Diceva che alla fine era lui che sbagliava. Non ero convinto ma smisi di interromperlo. Dopo un po’ non lo interruppi più. Lo ascoltai e lo lascia sfogare. Alle quattro di notte ci salutammo, lo abbracciai, gli dissi che gli volevo bene, gli confermai che secondo me lei era un po’ una stronza e me ne tornai a dormire. Lui mi sorrise e si diresse alla stazione intenzionato ad andare da Teresa per farsi perdonare. Di cosa poi, io più ci ripensavo più non riuscivo a capirlo. Ma questo non è importante. L’amore prende sempre direzioni strane. Ed ognuno sceglie quelle che preferisce. Per fortuna.

Riccardo poi piano piano è cambiato. Sempre di più. Sempre più ansioso, più nevrotico, sempre con quel cazzo di cellulare  a portata di mano perché se lei avesse fatto uno squillino (e lo faceva ogni dieci minuti) lui doveva rispondere all’istante. Squillino e fottutissimo contro squillino. Guai farla aspettare. Se non rispondeva lei entrava in paranoia. Un giorno, per risponderle il più in fretta possibile, mancò poco che Riccardo non si spaccasse la testa per scendere da una scala dove era salito per cambiare una lampadina.  Scivolò, cadde, si rialzò, prese il cellulare, rispose al suo amore e poi si accasciò esausto e dolorante sul divano. Cose da far venire il mal di stomaco. Io lo sfottevo però stava davvero cambiando, non era più come i primi tempi, si stava intristendo, o almeno a me così sembrava.

-Ehi Ricca ma lo sai adesso la tua bella mentre ti fa lo squillino cosa fa?! Lo sai sì che Ravenna è piena di bei maschioni vogliosi?! Lo sai adesso come sta messa?!! E gli mimavo la posizione erotica della sua bella. Però niente, non reagiva, non scherzava più come prima e a me passava anche un po’ la voglia di fare lo scemo.

Un giorno io, Riccardo, Tommaso e Simone andammo al funerale del nonno di un nostro amico di Parma. Forse non era il giorno adatto, era pur sempre morto il nonno di quel nostro amico però a noi dopo quel funerale ci venne una gran voglia di spassarcela in città. Tutti convinti, tranne uno, ovviamente! Già che siamo qua, perché non fermarci, pensavamo noi. Ci avevano parlato di un bel locale dove poter andare a ballare. Ovviamente io promettevo a Riccardo che saremmo subito subito tornati a casa, solo il tempo di una birretta e poi avremmo ripreso la macchina. In verità l’idea nostra era quella di dormirci in macchina e tornare solo il giorno dopo a Bologna. Quando alla fine scoprì il nostro trucco iniziò, come era prevedibile, a fare delle storie, come gli succedeva da un po’. Lui doveva tornare. Anche in treno, anche da solo. Doveva tornare a casa, chiamare la sua fidanzata e dirle che l’amava e doveva dirglielo chiuso tra quattro mura. Noi questo lo sapevamo e però quella sera non volevamo proprio farci impietosire. Tirò fuori pure la scusa del mal di pancia. Questa storia mi mandava fuori di testa. Non poteva ridursi così. Era un bravo ragazzo, non l’avrebbe mai tradita, perché lei non si fidava? Perché rifiutava che lui fosse felice e spensierato per una sera con i suoi amici? No, lei non mi è mai andata a genio, e la cosa era reciproca immagino perché alla fine della fiera è riuscita a portarlo via da me e da tutti i suoi amici. E lui non ha fatto niente per opporsi. Ovvio, nessun rancore da parte mia, nessun problema. Mi era dispiaciuto un po’, certo, ma poi basta, era quello che voleva e andava bene così. Io ho fatto lo stesso, forse ho fatto anche di peggio e dovrei chiedere ancora scusa migliaia di volte a molte persone che forse si sono sentite tradite da me e dal mio comportamento. Ma poi ognuno sceglie la propria strada. È giusto che sia così.

Con Riccardo ci siamo persi di vista. Ognuno dietro alle proprie storie, sbagli, egoismi, sogni, incomprensioni, paure, solitudini. Riccardo poi dopo il matrimonio se ne è andato in Veneto con lei. Lavorava per una multinazionale americana. Una volta dopo il suo matrimonio ci siamo anche rivisti. Passavo dalle sue parti. Un caffè veloce. Abbiamo ricordato, abbiamo riso, abbiamo condiviso però qualcosa era cambiato in noi. Non c’era più quella sintonia di un tempo o forse semplicemente eravamo solo cambiati. Altre esperienze, altre scelte, altre strade. L’affetto invece rimaneva, quello lo senti a pelle, non c’è niente da fare. Io continuavo a volergli bene.

Come una brutta storia da telefilm di terza categoria ho saputo poi che lei si è invaghita del suo commercialista e che Riccardo dopo conati di vomito, urla, stress, tristezza, delusione ha cercato di perdonarla. Ha tentato ma quell’ombra era ormai dentro di lui. Ha elaborato il suo e il loro fallimento e ha voltato pagina. Almeno così mi ha detto l’altro giorno per telefono. Fatto sta che abbiamo deciso di farci una vacanza  insieme. L’ho detto anche a Dario e Massimo e ci saranno pure loro. Ognuno di noi abita in regioni diverse, però sembra proprio che stavolta ce la facciamo. Sarà bello ritrovarsi. Una zingarata come ai vecchi tempi. Chissà cosa ne verrà fuori? Chissà quanto è cambiato in noi dai tempi di Bologna? Manca meno di una settimana. Ho proprio voglia di rivedervi. A presto amici miei.

P.s. Che poi se proprio devo dirla tutta il mio amico nemmeno si chiama Riccardo, che poi Riccardo potrebbe essere la storia di tanti miei amici, potrei essere io, potrebbe essere la mia voglia di scrivere, potrebbe essere altro e comunque basta, ho già scritto troppo e queste spiegazioni sono del tutto superflue.

Compagni di sbronze

on air: into the mystic Van Morrison

Ma quante siete!  Quanto siete belle! Io mi perdo mentre voi oziose, placide e bianche vi lasciate cadere con coraggio ed incoscienza dai rami più alti degli alberi. Io ci provo, provo a prendervi! Ci provo perché siete soffici, innocenti e leggere! Perché siete la risposta che non trovo e che vorrei. Perché siete l’allegria che mi manca da tempo. E allora vi inseguo! Corro mentre vi abbandonate alla bellezza ed alla grazia del volo senza il peso di tutte quante le stupide domande degli uomini. Incuranti della gravità, dei miei piccoli affanni, della mia irrecuperabile sensibilità. Siete solo natura. Natura e vita! E allora cosa posso fare io con voi?! Ammirarvi, questo solo mi è concesso!! Ammirarvi mentre vi lasciate cullare da calme e dolci brezze di vento. E ringraziarvi mentre dispettose giocate con la fantasia dei bambini e con i miei pensieri ingarbugliati facendomi provare per un attimo un infinito senso di piacere e di pace!

Poi però, senza che possa farci nulla, veloci e improvvise cambiate direzione. Salite in alto, andate dove volete, andate dove io non posso andare. Raggiungete anche quella nuvola buffa che a me sembra proprio un cucciolo di cane steso a pancia in su nell’attesa solo di un po’ di coccole! Lo ammetto, oggi vorrei venire con voi! Oggi lo vorrei! Anche solo per capire. Per capire se c’è una via d’uscita, se c’è un altro frutto antico che ancora non conosco, se l’odore che sogno ogni notte è reale e può finalmente scacciare questa apatia che ogni tanto torna a farmi visita. Fosse solo possibile per me accettare una volta e per sempre questa distruttiva e destabilizzante anarchia!

Sì, vorrei andare via! Andarmene lontano. Lontano dalla volgarità dei luoghi comuni. Lontano dai miei morsi avidi sulla loro mela proibita. Andarmene da solo. Solo con la mia confusione e con la mia straordinaria unicità. Con le mie poesie e con la mia eresia. Soltanto io. Sterminato e immenso come rugiada su gigli di campo. Lontano dall’arrogante nullità e dalla stucchevole cortesia degli uomini. Dalla loro morale intollerante, dalla loro comunione e dal loro buon natale, dai loro buongiorno e buonasera del cazzo. Lontano dalle loro infallibili sicurezze fatte di niente. Lontano dalle loro ingannevoli illusioni e dalla loro volgare ignoranza.

A volte però, quando viene la notte, mi manca la forza. Altre volte invece paura e piacere si fondono insieme. A volte non distinguo nemmeno il falso dal vero. Manine dove state andando? Sentirò forse in lontananza ancora per poco questo impercettibile, seducente e ormai irraggiungibile canto di sirene. Tutto finirà, lo so. Sarà stato soltanto un attimo, niente di più, ma non ha importanza, va bene così perché ancora una volta sono riuscito a fotografare cose che altri non vedranno mai. Le mie fotografie di spazzatura e fiori.

Sì, ve ne andrete lontano. Sempre più lontano fino a raggiungere quella meravigliosa ragazza! Sicuramente volerete sopra di lei e la vedrete schizzare tra una macchina e l’altra con la sua bici verde oliva arrugginita mentre il pantalone le si impiglia nei bulloni del pedale!

Lo so, sarete già lontane mentre qua è quasi arrivata la sera. Mentre continuo a parlare di nuvole col tenente. Il tenente che se ne sta davanti alla griglia sommerso da zucchine, melanzane, salsicce, bistecche al sangue, fumo e canzoni. Il tenente che ha la barba lunga di sei giorni, pantaloni larghi a fiori e vicino a sé tiene la sua inseparabile chitarra e la sua erba bianca. Il tenente che ha paura di innamorarsi ancora, che avrebbe tanta voglia di potersi lasciare andare come un tempo. 

E poi stasera c’è anche Serena. Serena che prepara un filtrino, aspira e poi aspetta. Serena che sospira e sogna di poter finalmente far conoscere in giro i suoi cortometraggi. Serena che vorrebbe tanto lasciare il negozio di scarpe dove da anni lavora annoiata e distratta con una madre troppo apprensiva e bigotta. Serena che pensa a lui.

-perché se vedo qualcuno di spalle spero che sia lui, lui che non è qua, lui che chissà adesso dove sta, con chi sta?!! Perché continuo ad addormentarmi sempre con il cellulare sotto al cuscino sperando nella sua buonanotte?!! Perchè?!! Basta, adesso lo chiamo! Sono ubriaca, lo so, ma chi se ne frega; ridicola, patetica, ma ‘sti cazzi, ho solo voglia di sentirlo! Di provarci! Di dirgli che mi manca. Di chiarire, di essere me stessa come sempre, nel bene e nel male!!-.

Poco lontano da noi, come sempre capita, anche questa volta Barry White deve polemizzare. Il vecchio brontolone lo deve fare. Regolare. Un orologio svizzero! Al terzo bicchiere diventa molesto e mi piace!!

-ehi amico, cazzo dici, parli con me?! Porca troia, lo sai, sono contrario alle canzoni sfumate! E che cazzo, questo solo chiedo: se ti prendi la responsabilità di farci ascoltare rock’ n’ roll suicide allora devi lasciarmela fino alla fine!! É chiedere tanto?!!! Non mi sembra! E allora, puttana lurida, devi farmi ascoltare David Bowie e quella sua ultima stramaledettissima nota del cazzo!! Se cambi sul più bello mi uccidi! Mi spezzi un’emozione e mi fai incazzare parecchio! Te ne rendi conto, sì o no?! Niente, ma che te lo dico a fare, tu non puoi capire, tu sei arido dentro e sei proprio una brutta persona! Sai cosa ti dico biondino?! Fottiti! Sì, hai capito bene, F-O-T-T-I-T-I!! Fottiti e torna alle tue canzoncine da teenager del cazzo!-

Intanto i piccioncini fritti e rifritti, cotti in forno con patate e rosmarino, ignari del mondo e delle sue bizzarre creazioni, continuano ad accarezzarsi lievemente. Come al solito impantanati nel loro microcosmo intriso di paroline dolci, sguardi complici e baci veloci. Lei; autoritaria, fredda, gelosa, ansiosa, sicura del loro futuro e dei loro obiettivi. Lei che tiene ancora un telo sul loro divano, comprato ormai più di due anni fa, semplicemente per paura di sporcarlo, per paura di vivere. Lei che ha invaso la loro casa di fotografie per ricordargli quanto è fortunato. Lei che continua ad allontanarlo dai suoi amici. Lui che non ride più come prima.

E poi c’è Bakunin: -ne scrivi di cazzate, bello mio, complimenti! Sempre pronti a sputare sentenze, a catalogare, a giudicare! Vi ostinate a proiettare sempre la vostra vita e le vostre idee personali sulla vita degli altri! Ma con quale diritto? Ma cosa ne vuoi sapere se loro due sono felici così? Se lui è felice? Dove tu, vecchio compagno di sbronze delle mie palle vedi limiti magari loro trovano l’infinito, ci hai mai pensato a questo?-

Arsura intanto fregandosene beatamente di tante discussioni pseudofilosofiche, dopo un riuscitissimo rutto intona un potente inno alla fica, inciampa nella radice dell’ultimo abete e rotola beato e soddisfatto a fondo valle. Giada lo guarda divertita. Poi continua a ballare e a bere e si accende un’altra diana blu. Giada con la sua inseparabile macchina fotografica che cerca bellezza nelle luci delle candele stese sull’erba umida. Giada che disegna pesci ciccioni, beve tennent’s, legge novelle di Gianni Rodari, ruba ciliege dagli alberi e ci regala armonia ed eleganza.

Lo scoiattolo burlone invece si gratta la pancia divertito, il tordo tace sotto alla grande luna bianca e la faina sorride alle donne degli altri. Il pavone poi mostra il suo ultimo tatuaggio, John Lee Hooker suona un altro blues e Franco bacia le labbra della bella straniera. Milos e Lukas, infine, sempre per i fatti loro, guardano estasiati sul ramo più alto di nonno castagno un gatto nero ed uno bianco che si corteggiano sulle note balcaniche di Goran Bregovic.

-…e allora io sai cosa ti dico tenente?! …che si fottano le risposte, che si fottano le speranze e i desideri, io stanotte voglio stare qua, qua ho tutto quello di cui ho bisogno!  Michela, ehi, ricordi quando vedemmo insieme a casa mia Amarcord? Ricordi cosa diceva il bambino all’inizio?! “Le manine sono su è l’inverno non c’è più!” Sì, ho proprio voglia di godermi questa primavera, o quanto meno questa notte!! Sì, ok, va bene, forse hai ragione anche tu, mi sto ubriacando, lo so, però intanto tu stai perdendo tempo… dai, non fare la vaga, non tergiversare, non mordere, muoviti e passami la birra!!-

Sara

“…rubai il primo cavallo e mi fecero uomo,

cambiai il mio nome in coda di lupo”

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L’immagine sulla copertina del libro aveva attirato la mia attenzione. Poi quel titolo, Ilona arriva con la pioggia! Sottotitolo, storia di “una maga della vita e dei giorni”, di Alvaro Mutis. Iniziai a leggere qualche pagina mentre l’aria condizionata della Feltrinelli allontanava per un po’ il caldo soffocante della città. Ero così così preso dalla lettura che non mi accorsi nemmeno del cellulare che stava vibrando. Finalmente alla terza chiamata pur non riconoscendo il numero risposi.
“Ehi, quanto mi fai aspettare, ma non mi riconosci?! Come stai?!! Sto venendo dalle tue parti, se sei impegnato fa niente! E poi scusami tanto, ma non hai più il mio numero in rubrica?”
In effetti avevo perso quasi tutti i numeri. Compreso il suo. Non sto qui a spiegare il motivo però diciamo che per una serie di sfortunati eventi il cellulare mi era finito con i pantaloni in lavatrice. Lavaggio, candeggio e centrifuga. Pantaloni perfetti e profumati all’uscita, cellulare da buttare. Ma questa è un’altra storia.
“Sara ciao, certo che ti riconosco, come stai?!”
Era una vita che non ci sentivamo. L’ultima volta tre anni prima di sfuggita alla festa del mio paese. Ero tornato per un paio di giorni. Lei stava passeggiando con la figlia, il compagno e il cane. Io ero di aperitivo lungo. Ricordo che mi avvicinai per un saluto veloce e guardando dentro alla culla non potei fare a meno di complimentarmi con la mamma.
“Che bel bambino, che amore!”
”È una bambina, scemo!”
“Lo so, stavo scherzando, è bellissima!”
Quel giorno parlammo poco, pochi minuti, poi basta, né più visti né più sentiti. Fino alla sua telefonata.
”Come stai? E la bambina?”
“Lei sta benissimo, cresce ed è bello vederla sorridere! Allora dimmi, sei a Bologna? Io sono in treno e tra un paio d’ore dovrei essere là. Scusa se non ti ho avvertito ma è stata una cosa improvvisata. Mi sono svegliata stamattina e ho deciso di partire. Ho lasciato la bimba da mia mamma e sono corsa alla stazione. Volevo starmene un po’ da sola. Un giorno tutto per me. E poi ti ho pensato. Mi piacerebbe vederti, però ripeto, non sentirti obbligato!
“Ma quale obbligato, fa piacere anche a me rivederti, e poi oggi sono libero, dai ti aspetto!”
“Che bello! Senti, senti una cosa, ma ce l’hai sempre la cassetta che ti registrai alle elementari?”
“Certo che ce l’ho.”
“Ok, e non ti dimenticare, lo so che hai sempre la testa tra le nuvole, però non lasciarmi alla stazione, mi raccomando, vienimi a prendere!”
“Ma smettila, a dopo!”
Pagai il libro e me ne tornai verso casa. Mentre stavo sull’autobus pensavo al fatto che era tutto così strano. Era un secolo che non ci vedevamo da soli io e lei. E certo, poi mi tornò in mente anche la cassetta. Chissà dove era finita. Forse da qualche parte nella soffitta dei miei. Sara me la regalò in quinta elementare. Questo lo ricordavo bene. Dentro c’erano tante canzonine mielose, tutte cuore amore, cose da femmine insomma! Aveva registrato anche la sua voce. Ricordo che parlava veloce, rideva e diceva quanto le piacesse guardarmi giocare a pallone dalla finestra di casa sua, diceva che ero proprio bravo. Era simpatica Sara però dai, cosa doveva capire del pallone, lei che perdeva il suo tempo a giocare con le bambole e con la cucina! Io in quel periodo pensavo ad altro. Cose da maschi, cose da grandi, vuoi mettere. Leggevo i giornaletti di mio cugino io, leggevo Tex, andavo a cercare i bisonti nelle praterie, i pipistrelli nelle grotte, le rane nei fiumi, uccidevo lucertole, tiravo sassi ai barattoli di latta con la mia fionda, avevo la mia banda, cosa me ne potevo fare delle sue canzoncine mielose. In quel periodo dopo gli allenamenti di calcio passavo sempre da mio zio Cesare. Anche questo facevo. Era uno spasso mio zio, davvero. Mi parlava di guerra, di tigri, di oceani, di pianeti, mi leggeva tanti libri, mi portava ogni volta dentro mondi fantastici e per me sconosciuti. Era l’unico che mi faceva sentire grande. Molti tra i miei parenti non lo potevano sopportare, lo consideravano una pecora nera, un anarchico, uno un po’ strano insomma. Per me era il migliore zio del mondo. Purtroppo morì troppo presto. Mia zia pochi giorni dopo il funerale mi portò nella sua cantina e mi disse che c’era qualcosa per me. Un grosso scatolone e una lettera. E dentro allo scatolone tanti libri. Hemingway, Flaubert, Melville, Marcuse, Platone, Nietzsche. Il suo ultimo regalo per me. I suoi amati libri. Lui che aveva dovuto abbandonare la scuola in terza elementare. Parlavamo tanto io e mio zio. Il più delle volte però lo stavo ad ascoltare. Mi parlava di politica, viaggi, filosofia, storia. E poi ovviamente anche di donne.
“senti ma non è che hai problemi con le donne?”
“no zio, certo che no!”
“ma la fica ti piace o non ti piace?”
“…”
“la fica non ti piace?”
“sì, cioè, in che senso, sì…”
“e alla tua amica, a quella Sara glielo hai messo in mano, glielo hai fatto vedere?”
“cosa?”
“Come cosa, sveglia, il tuo pisello, guarda che c’è qualcosa di più bello della masturbazione, mica mi voglio ritrovare un nipote segaiolo!”
“…”
“Dai scherzo, su, non diventarmi rosso, dimmi un po’, come vanno le cose tra voi due?”
“come vanno zio, vanno. Per dirti, quando siamo andati in gita la mia amica Ilaria mi ha detto che Sara voleva mettersi con me però si vergognava troppo a dirmelo direttamente. Comunque io già l’avevo intuito per via di una cassetta che lei mi aveva registrato. Mi aveva anche lasciato un bigliettino in classe. Con due cuoricini attaccati, in uno aveva scritto il suo nome, nell’altro il mio e sotto c’era scritto speriamo. Insomma cosa vuoi che le dica, mi ha chiesto Ilaria. Cosa vuoi dirle, dille che per me è ok, va bene! Questo ho risposto.”
“Ottimo, quindi state insieme! Ma a te piace proprio questa Sara, non mi sembri convintissimo?”
“Certo che mi piace, penso di sì, a parte la musica che ascolta, per il resto è una tipa in gamba! Giochiamo insieme, ci teniamo per mano e vorrei anche darle un bacio però non so come fare, ho un po’ di paura, meglio aspettare secondo me, che dici?”
“Ho capito, massimo una settima e ti lascia per uno più grande e più sveglio di te. Una settimana e sei scaricato bello mio! Ma cosa devi aspettare, di diventare vecchio come me?! Ricordati, se non la baci ti rinnego come nipote! Adesso vieni qua e dammi un abbraccio forte. Ti voglio bene piccola peste e per qualsiasi cosa lo sai che io per te ci sarò sempre. Ora vai e fai piano con la bici!”
Aveva ragione mio zio. Dovevo trovare il coraggio. Dovevo baciarla. Il giorno dopo mi decisi e andai a trovarla a casa. I suoi erano a lavoro. La testa mi stava scoppiando. Non riuscivo a trovare una battuta simpatica per rompere il ghiaccio. Niente di niente. Vuoto assoluto. Maledizione. Eravamo seduti in silenzio sullo stesso divano. Ero nel panico. Il tempo non passava mai. Decisi a quel punto, non riuscendo a fare altro, di concentrarmi sul veliero enorme appoggiato sopra alla mensola.
“Ma sai che questo veliero è pazzesco, bellissimo!”
“Grazie, è di mio padre”
“È una bomba, grandioso!”
Amerigo Vespucci c’era scritto. Lungo più di un metro sicuramente. Guardai ogni particolare e più lo guardavo più pensavo a quanto ero fifone! Basta, non ce la facevo più, la situazione era troppo imbarazzante, me ne dovevo andare. La ringraziai per l’aranciata e scappai al fiume dai miei amici. Correvo e pensavo che ero stato proprio un deficiente, un bambino buono a nulla. Cosa me ne poteva poi importare di quel maledetto veliero o galeone o nave che fosse? E i miei amici subito a chiedere, a voler sapere i particolari. Ed io che non ne volevo parlare.
“Stai a vedere che questo si è proprio innamorato, proprio come le femminucce!”
“Ma quale innamorato, non ho tempo per queste stronzate, andiamo a fare un tuffo, dai!”
Quella notte dormii male e poco. Il giorno dopo chiesi a Sara di venire con me alla fontana, quella nel campo di Fernando. Là saremmo stati tranquilli. Lei venne e mi portò un regalino, un piccolo modellino di nave. Un Amerigo Vespucci in miniatura. Io per ringraziarla all’improvviso le baciai le labbra. Un bacio velocissimo. Un nanosecondo. Niente di particolarmente interessante e entusiasmante. Sarei riuscito a fare un po’ meglio tempo dopo però comunque quello fu il nostro primo bacio e da quel giorno eravamo sempre insieme. Avevo iniziato anche a trascurare i miei amici e stavo uccidendo molte meno lucertole. Dopo l’estate poi ci lasciammo per rimetterci insieme alcuni mesi dopo. Litigavamo e facevamo la pace. Sempre. E poi ci perdemmo di vista. Ognuno per la propria strada. E dopo anni ecco la sua telefonata. Eccola a Bologna.
Scendendo dal treno mi venne incontro correndo con le braccia aperte, ancora con quell’espressione dispettosa e furba che aveva da bambina. Era una situazione un po’ strana però fui sinceramente felice di rivederla. Ce ne andammo in giro per la città e dopo aver camminato a lungo la portai ai giardini Margherita per una birra fresca e un po’ di ombra. Seduti sul prato lei mi raccontò di sua figlia, delle sue paure, della storia finita con lui, del fatto che a volte le sembrava di non farcela a respirare. Poi si sdraiò sull’erba e chiuse gli occhi.
“Senti, va bene per te se riparto domattina?”
“Certo che va bene”
“Allora resto, basta solo che tu non mi violenti stanotte, me lo prometti?”
“Questo non te lo posso garantire, mi spiace!”
“Ok, non importa, correrò il rischio!”
Comprammo una bottiglia di vino e andammo a casa mia. Mentre lei parlava al telefono con la bambina io cucinai qualcosa. Aprimmo il vino e ridemmo di quanto eravamo buffi noi da bambini. Il tempo era volato, era ormai tardi e la mattina ci saremmo dovuti alzare presto. Cambiammo le lenzuola del mio letto dove lei avrebbe dormito. Io mi accomodai sul divano nell’altra stanza. Non riuscendo a prendere sonno lessi qualche pagina del libro comprato la mattina alla Feltrinelli. Dopo cinque minuti due, tre colpetti sul muro.
“ehi, stai dormendo?”
“no Sara, leggevo un po’.”
“ti va di venire di qua cinque minuti? Devo dirti una cosa.”
“Certo, eccomi. Dimmi?”
“Grazie, è stata una bella giornata!”
“ma allora perché piangi?”
“non sto piangendo, niente, abbracciami per favore e raccontami di cosa parla il libro di Mutis”
Le raccontai del libro, aspettai che si addormentasse e me ne tornai sul divano. Lessi qualche altra pagina e dopo poco mi addormentai anch’io.

Radici

“C’è un bambino che sale un cancello

ruba ciliege e piume d’uccello

tira sassate non ha dolori

volta la carta c’è il fante di cuori”

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Lasciare la città per tornare nella mia montagna. Tornare anche per poco, anche solo per seguire le orme di cinghiali e caprioli che mi accompagnano ancora una volta dentro sentieri nascosti, familiari e sicuri dove posso ritrovare sempre il senso profondo del tempo e dello spazio. Fermare il tempo restando in silenzio. Querce, faggi, scoiattoli e poiane. Piume di fagiano, voli di ghiandaie, istrici impaurite, tramontana. Le mie radici stanno qua. Stanno sotto a questo castagno dove i miei nonni ragazzini si baciarono per la prima volta tanti anni fa. Stanno nei canti popolari, nelle poesie recitate a memoria, nelle fiabe sussurrate la sera da vecchi montanari  seduti davanti ad un camino con in mano un bicchiere di vino rosso. Stanno dentro a queste grotte dove tra pipistrelli, umidità e rabbia dormivano, resistevano e lottavano uomini liberi non ancora ventenni.

Come una volta sono di fronte al torrente. Mi inginocchio e lascio riposare le mani nell’acqua. Da piccolo mi dicevano che era pericoloso. Dovevo fare attenzione alle vipere. Mia nonna spaventata mi chiamava ogni volta a gran voce dalla strada. Io però ero già troppo lontano. Le mie mani lasciavano partire barchette di carta ed io immaginavo spiagge esotiche dove poi sarebbero arrivate. Ricordo il mio primo tuffo. Ricordo una lontana sensazione di proibito, di paura e di libertà. Un giorno poi finalmente la convinsi a venire con me. Quel pomeriggio d’estate vicino alla cascata finalmente baciai quelle labbra umide e tremanti. E chissà adesso lei come sta, chissà come ricorda. Sempre qua ho fumato la mia prima sigaretta. Ti ricordi Francesco? Eravamo seduti sul masso vicino al ponte. Eravamo come al solito lontano dagli occhi indiscreti del paese, lontano dalla morale sterile degli altri provando inutilmente anche quel giorno a sentirci un po’ più grandi e più maturi.

In questo torrente ho preso anche la mia prima trota.
-nasconditi bene, non farti vedere! Mettiti dietro alla roccia, vicino alle felci, così, bravo il mio bambino, ora lancia e aspetta.
-Nonno nonno eccola, l’ho presa!! Ma quanto tira, è una supertrotagigante! Nonno, sai, stasera vorrei che tu mi tenessi come un tempo la mano, vorrei che mi raccontassi un’altra storia. Mi mancano le tue storie. Però non preoccuparti, tornerò sempre nella tua montagna e troverò come un tempo nel nostro nascondiglio segreto, sotto alle foglie colorate di scuro un altro porcino. Poi nonno sai cosa farò? Mi perderò dimenticandomi del giorno dentro al bosco di abeti, amerò l’estate che per me ha ancora il sapore di fragole e di more raccolte insieme a te, correrò sudato come da bambino nel prato di narcisi dietro ad un pallone, mi sporcherò le mani con la terra bagnata e sentirò sempre nelle vene un dolcissimo odore di casa.