Sara

“…rubai il primo cavallo e mi fecero uomo,

cambiai il mio nome in coda di lupo”

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L’immagine sulla copertina del libro aveva attirato la mia attenzione. Poi quel titolo, Ilona arriva con la pioggia! Sottotitolo, storia di “una maga della vita e dei giorni”, di Alvaro Mutis. Iniziai a leggere qualche pagina mentre l’aria condizionata della Feltrinelli allontanava per un po’ il caldo soffocante della città. Ero così così preso dalla lettura che non mi accorsi nemmeno del cellulare che stava vibrando. Finalmente alla terza chiamata pur non riconoscendo il numero risposi.
“Ehi, quanto mi fai aspettare, ma non mi riconosci?! Come stai?!! Sto venendo dalle tue parti, se sei impegnato fa niente! E poi scusami tanto, ma non hai più il mio numero in rubrica?”
In effetti avevo perso quasi tutti i numeri. Compreso il suo. Non sto qui a spiegare il motivo però diciamo che per una serie di sfortunati eventi il cellulare mi era finito con i pantaloni in lavatrice. Lavaggio, candeggio e centrifuga. Pantaloni perfetti e profumati all’uscita, cellulare da buttare. Ma questa è un’altra storia.
“Sara ciao, certo che ti riconosco, come stai?!”
Era una vita che non ci sentivamo. L’ultima volta tre anni prima di sfuggita alla festa del mio paese. Ero tornato per un paio di giorni. Lei stava passeggiando con la figlia, il compagno e il cane. Io ero di aperitivo lungo. Ricordo che mi avvicinai per un saluto veloce e guardando dentro alla culla non potei fare a meno di complimentarmi con la mamma.
“Che bel bambino, che amore!”
”È una bambina, scemo!”
“Lo so, stavo scherzando, è bellissima!”
Quel giorno parlammo poco, pochi minuti, poi basta, né più visti né più sentiti. Fino alla sua telefonata.
”Come stai? E la bambina?”
“Lei sta benissimo, cresce ed è bello vederla sorridere! Allora dimmi, sei a Bologna? Io sono in treno e tra un paio d’ore dovrei essere là. Scusa se non ti ho avvertito ma è stata una cosa improvvisata. Mi sono svegliata stamattina e ho deciso di partire. Ho lasciato la bimba da mia mamma e sono corsa alla stazione. Volevo starmene un po’ da sola. Un giorno tutto per me. E poi ti ho pensato. Mi piacerebbe vederti, però ripeto, non sentirti obbligato!
“Ma quale obbligato, fa piacere anche a me rivederti, e poi oggi sono libero, dai ti aspetto!”
“Che bello! Senti, senti una cosa, ma ce l’hai sempre la cassetta che ti registrai alle elementari?”
“Certo che ce l’ho.”
“Ok, e non ti dimenticare, lo so che hai sempre la testa tra le nuvole, però non lasciarmi alla stazione, mi raccomando, vienimi a prendere!”
“Ma smettila, a dopo!”
Pagai il libro e me ne tornai verso casa. Mentre stavo sull’autobus pensavo al fatto che era tutto così strano. Era un secolo che non ci vedevamo da soli io e lei. E certo, poi mi tornò in mente anche la cassetta. Chissà dove era finita. Forse da qualche parte nella soffitta dei miei. Sara me la regalò in quinta elementare. Questo lo ricordavo bene. Dentro c’erano tante canzonine mielose, tutte cuore amore, cose da femmine insomma! Aveva registrato anche la sua voce. Ricordo che parlava veloce, rideva e diceva quanto le piacesse guardarmi giocare a pallone dalla finestra di casa sua, diceva che ero proprio bravo. Era simpatica Sara però dai, cosa doveva capire del pallone, lei che perdeva il suo tempo a giocare con le bambole e con la cucina! Io in quel periodo pensavo ad altro. Cose da maschi, cose da grandi, vuoi mettere. Leggevo i giornaletti di mio cugino io, leggevo Tex, andavo a cercare i bisonti nelle praterie, i pipistrelli nelle grotte, le rane nei fiumi, uccidevo lucertole, tiravo sassi ai barattoli di latta con la mia fionda, avevo la mia banda, cosa me ne potevo fare delle sue canzoncine mielose. In quel periodo dopo gli allenamenti di calcio passavo sempre da mio zio Cesare. Anche questo facevo. Era uno spasso mio zio, davvero. Mi parlava di guerra, di tigri, di oceani, di pianeti, mi leggeva tanti libri, mi portava ogni volta dentro mondi fantastici e per me sconosciuti. Era l’unico che mi faceva sentire grande. Molti tra i miei parenti non lo potevano sopportare, lo consideravano una pecora nera, un anarchico, uno un po’ strano insomma. Per me era il migliore zio del mondo. Purtroppo morì troppo presto. Mia zia pochi giorni dopo il funerale mi portò nella sua cantina e mi disse che c’era qualcosa per me. Un grosso scatolone e una lettera. E dentro allo scatolone tanti libri. Hemingway, Flaubert, Melville, Marcuse, Platone, Nietzsche. Il suo ultimo regalo per me. I suoi amati libri. Lui che aveva dovuto abbandonare la scuola in terza elementare. Parlavamo tanto io e mio zio. Il più delle volte però lo stavo ad ascoltare. Mi parlava di politica, viaggi, filosofia, storia. E poi ovviamente anche di donne.
“senti ma non è che hai problemi con le donne?”
“no zio, certo che no!”
“ma la fica ti piace o non ti piace?”
“…”
“la fica non ti piace?”
“sì, cioè, in che senso, sì…”
“e alla tua amica, a quella Sara glielo hai messo in mano, glielo hai fatto vedere?”
“cosa?”
“Come cosa, sveglia, il tuo pisello, guarda che c’è qualcosa di più bello della masturbazione, mica mi voglio ritrovare un nipote segaiolo!”
“…”
“Dai scherzo, su, non diventarmi rosso, dimmi un po’, come vanno le cose tra voi due?”
“come vanno zio, vanno. Per dirti, quando siamo andati in gita la mia amica Ilaria mi ha detto che Sara voleva mettersi con me però si vergognava troppo a dirmelo direttamente. Comunque io già l’avevo intuito per via di una cassetta che lei mi aveva registrato. Mi aveva anche lasciato un bigliettino in classe. Con due cuoricini attaccati, in uno aveva scritto il suo nome, nell’altro il mio e sotto c’era scritto speriamo. Insomma cosa vuoi che le dica, mi ha chiesto Ilaria. Cosa vuoi dirle, dille che per me è ok, va bene! Questo ho risposto.”
“Ottimo, quindi state insieme! Ma a te piace proprio questa Sara, non mi sembri convintissimo?”
“Certo che mi piace, penso di sì, a parte la musica che ascolta, per il resto è una tipa in gamba! Giochiamo insieme, ci teniamo per mano e vorrei anche darle un bacio però non so come fare, ho un po’ di paura, meglio aspettare secondo me, che dici?”
“Ho capito, massimo una settima e ti lascia per uno più grande e più sveglio di te. Una settimana e sei scaricato bello mio! Ma cosa devi aspettare, di diventare vecchio come me?! Ricordati, se non la baci ti rinnego come nipote! Adesso vieni qua e dammi un abbraccio forte. Ti voglio bene piccola peste e per qualsiasi cosa lo sai che io per te ci sarò sempre. Ora vai e fai piano con la bici!”
Aveva ragione mio zio. Dovevo trovare il coraggio. Dovevo baciarla. Il giorno dopo mi decisi e andai a trovarla a casa. I suoi erano a lavoro. La testa mi stava scoppiando. Non riuscivo a trovare una battuta simpatica per rompere il ghiaccio. Niente di niente. Vuoto assoluto. Maledizione. Eravamo seduti in silenzio sullo stesso divano. Ero nel panico. Il tempo non passava mai. Decisi a quel punto, non riuscendo a fare altro, di concentrarmi sul veliero enorme appoggiato sopra alla mensola.
“Ma sai che questo veliero è pazzesco, bellissimo!”
“Grazie, è di mio padre”
“È una bomba, grandioso!”
Amerigo Vespucci c’era scritto. Lungo più di un metro sicuramente. Guardai ogni particolare e più lo guardavo più pensavo a quanto ero fifone! Basta, non ce la facevo più, la situazione era troppo imbarazzante, me ne dovevo andare. La ringraziai per l’aranciata e scappai al fiume dai miei amici. Correvo e pensavo che ero stato proprio un deficiente, un bambino buono a nulla. Cosa me ne poteva poi importare di quel maledetto veliero o galeone o nave che fosse? E i miei amici subito a chiedere, a voler sapere i particolari. Ed io che non ne volevo parlare.
“Stai a vedere che questo si è proprio innamorato, proprio come le femminucce!”
“Ma quale innamorato, non ho tempo per queste stronzate, andiamo a fare un tuffo, dai!”
Quella notte dormii male e poco. Il giorno dopo chiesi a Sara di venire con me alla fontana, quella nel campo di Fernando. Là saremmo stati tranquilli. Lei venne e mi portò un regalino, un piccolo modellino di nave. Un Amerigo Vespucci in miniatura. Io per ringraziarla all’improvviso le baciai le labbra. Un bacio velocissimo. Un nanosecondo. Niente di particolarmente interessante e entusiasmante. Sarei riuscito a fare un po’ meglio tempo dopo però comunque quello fu il nostro primo bacio e da quel giorno eravamo sempre insieme. Avevo iniziato anche a trascurare i miei amici e stavo uccidendo molte meno lucertole. Dopo l’estate poi ci lasciammo per rimetterci insieme alcuni mesi dopo. Litigavamo e facevamo la pace. Sempre. E poi ci perdemmo di vista. Ognuno per la propria strada. E dopo anni ecco la sua telefonata. Eccola a Bologna.
Scendendo dal treno mi venne incontro correndo con le braccia aperte, ancora con quell’espressione dispettosa e furba che aveva da bambina. Era una situazione un po’ strana però fui sinceramente felice di rivederla. Ce ne andammo in giro per la città e dopo aver camminato a lungo la portai ai giardini Margherita per una birra fresca e un po’ di ombra. Seduti sul prato lei mi raccontò di sua figlia, delle sue paure, della storia finita con lui, del fatto che a volte le sembrava di non farcela a respirare. Poi si sdraiò sull’erba e chiuse gli occhi.
“Senti, va bene per te se riparto domattina?”
“Certo che va bene”
“Allora resto, basta solo che tu non mi violenti stanotte, me lo prometti?”
“Questo non te lo posso garantire, mi spiace!”
“Ok, non importa, correrò il rischio!”
Comprammo una bottiglia di vino e andammo a casa mia. Mentre lei parlava al telefono con la bambina io cucinai qualcosa. Aprimmo il vino e ridemmo di quanto eravamo buffi noi da bambini. Il tempo era volato, era ormai tardi e la mattina ci saremmo dovuti alzare presto. Cambiammo le lenzuola del mio letto dove lei avrebbe dormito. Io mi accomodai sul divano nell’altra stanza. Non riuscendo a prendere sonno lessi qualche pagina del libro comprato la mattina alla Feltrinelli. Dopo cinque minuti due, tre colpetti sul muro.
“ehi, stai dormendo?”
“no Sara, leggevo un po’.”
“ti va di venire di qua cinque minuti? Devo dirti una cosa.”
“Certo, eccomi. Dimmi?”
“Grazie, è stata una bella giornata!”
“ma allora perché piangi?”
“non sto piangendo, niente, abbracciami per favore e raccontami di cosa parla il libro di Mutis”
Le raccontai del libro, aspettai che si addormentasse e me ne tornai sul divano. Lessi qualche altra pagina e dopo poco mi addormentai anch’io.

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Bologna è un divano blu

“… Bologna per me provinciale Parigi minore”
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 Bologna è un divano blu consumato trovato per strada. È Andrea Pazienza, Stefano Benni, Federico Aldrovandi. È scuola pubblica, è radio città del capo, è tolleranza. Bologna é tirar tardi parlando per ore di niente, è l’attimo di follia in cui credi di averne afferrato il senso, è una delle mie magliette che metti prima di dormire quando fuori c’è la neve, è un abbraccio per un amico che se ne va, una brandina per un amico che ritorna. È un altro dei miei viaggi tra passato e presente, è un girotondo di sguardi, è tutto quello che vedo dalla mia finestra. Portici rossi e ovattati. Protettivi e soporiferi. Spicchi di cielo. Pachistani che vendono pomodori pachino e tigelle, pizzaioli magrebini alla bella Napoli, studenti fuori sede e fuori corso, giocolieri veneti sui trampoli fermi ai semafori, slavi che improvvisano concerti per strada. Bologna è piazza Santo Stefano in compagnia di un amico marchigiano e della sua chitarra. È il sorriso delle ragazze spagnole che si avvicinano cantando e offrendo una bottiglia di vino. È via Petroni di notte per l’ultimo cicchetto con gli amici dell’erasmus, è via Borgonuovo aspettando le paste calde di Luigi prima di andare a dormire. Bologna è Ustica, Sydney, Valencia, Ragusa, Istanbul. È un Kebab, un Gulasch, del pane carasau, del lambrusco. È dialetto, cultura, caos, puzza di pesce, nebbia, mistero, precarietà, umidità, lontananza, anarchia, fantasia, lentezza, allegria, poesia.

Per me appena maggiorenne Bologna è stata la fuga dai pettegolezzi delle vecchie vedove del mio paese. Dai loro occhi scolpiti e immobili come il granito sui davanzali delle loro finestre chiuse. È  stata la lontananza dalle loro idee bigotte, dalla loro fede, dal loro buon giorno e dal loro buon natale. In quei giorni di grandi decisioni e d’inconsapevolezza l’importante per me era solo lasciare tutto e partire. E dopo l’estate ecco finalmente Bologna! Ecco San Petronio, l’università, le feste in casa di perfetti sconosciuti, gli studentati dove farsi ospitare dalla ragazza romagnola che ti piaceva tanto senza che il custode si accorgesse di te. Ecco i concerti ska all’estragon, le pinte di birra in via del Pratello, il jazz in via Mascarella, i pranzi in mensa dopo file interminabili, le partite a carte per decidere chi avrebbe dovuto poi lavare i piatti della cena, San Luca a piedi che una volta sola può anche bastare, i lavori che ti sei dovuto trovare, il sessanta notturno che non passa mai quando ti serve, la francese che non te l’ha mai data, le notti sui tetti di via Cartoleria aspettando l’alba, l’appuntamento sotto alla statua del Nettuno con quella ragazza conosciuta la sera prima e che ricordavi molto più carina.

E poi la ricerca di una casa, l’appartamento misto, la voglia di condivisione, la mancanza di intimità, il congelatore troppo piccolo, il proprietario rompicoglioni che suona sempre nei momenti meno opportuni, gli spaghetti alle due di notte, le spese condominiali comprese nel prezzo, le selezioni surreali per scegliere nuovi coinquilini dopo aver attaccato centinai di volantini in via Zamboni. Ed eccoli arrivare. Prego, vieni pure, lui è Riccardo, lei Simona e questa è la stanza. Ecco il fascista che non conosce la storia, che non conosce un cazzo e se ripensi a quello che i suoi simili hanno fatto al tuo amico e al suo compagno vorresti sputargli in faccia e sbatterlo fuori all’istante. Ecco quello strafatto di cocaina che deve assolutamente provare il letto e deve per forza saltarci sopra come una biscia impazzita. Come un’anguilla gigante. Che apre senza un apparente motivo le ante dell’armadio quelle sei settemila volte e tu vorresti solo tornartene a dormire. Ecco la ragazza enorme e sorridente che la camera nemmeno la guarda, concentrata solo sulla cucina e sul forno troppo piccolo per le sue torte giganti. E poi la fighettina bolognese che oddio quanto è piccola questa stanza, e cosa sono tutte quelle scritte sui muri, e il cinquantenne abbronzato e abbandonato dalla moglie e dai figli, e l’allevatore di pitoni, il punkabbestia, la matricola, il suonatore di bonghi, la bellissima studentessa del dams, l’aspirante regista, il coltivatore di marijuana, il figlio di papà con l’alberghetto a Sorrento. E tu ogni volta a spiegare le due, tre regole della casa. E fare domande. E sperare che finisca tutto il prima possibile.

Ne è passato di tempo da quel primo giorno a Bologna. Dalla sorpresa, dall’eccitazione, dall’euforia, dal primo esame, dal “vuole una sportina” al “può darmi il tiro”. Poi altre città, altri amori, altre delusioni, altri lavori, altri entusiasmi. Dopo qualche anno eccomi di nuovo qua. Un po’ di cose sono cambiate. Alcuni amici li ho persi per strada, altri li ho ritrovati, altri si sono sposati, qualcuno poi è tornato a vivere con i genitori. Non so per quanto mi fermerò questa volta. Non so quando mi fermerò. Davvero, non lo so, e adesso non mi interessa. Adesso so solo che il frigo è vuoto e devo pensare alla spesa. Uova, verdura, latte, detersivo e qualcos’altro che poi mi verrà in mente strada facendo. Stasera ho voglia di risotto gamberetti e zucchine. Scappo. Ben ritrovata Bologna, mi sei mancata!