Blues on my mind

“well up jumped the devil in a brand new cadillac

he stood ten feet tall, boy all dressed in black…”

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Fermo immagine su cerchi di fumo densi. Opportunità, distruzioni, inconsapevoli menzogne. Angoli oscuri e primitivi della mente. Deliranti e insolite direzioni delle mie notti. Flusso di coscienza sotto uso di benzedrina. Sotterranei blues. Vicoli stretti. Impulsi animali che non conoscono filtri né tanto meno umane ipocrisie. Nessuna certezza. Nessuna comoda salvezza. Non questa notte. Questa notte rotolerò in terra come una bestia selvatica, ucciderò la legge, distruggerò le nostre fragili promesse. E poi andrò sempre più a fondo perché solo nel fondo potrò provare a sfiorare la tua anima, perché solo andando a fondo ritroverò l’eleganza e l’armonia perduta nelle mie corse scomposte. Ancora una volta sovrano e carnefice dei miei folli pensieri. Ancora come un tempo inadeguato al comando. Meno che mai ad essere comandato. E allora vai dove vuoi però attenta, non voltarti indietro e non confondermi mai con nessuno perché nessuno si potrà mai nemmeno lontanamente avvicinare alle mie parole stonate, ai miei sogni, alle mie domande, alle mie cadute nel fango, alla mia voglia di ricominciare e di cercare ora più che mai qualcosa di più. Anche questa notte in equilibrio precario, sempre in bilico sull’orlo del precipizio perché solo così posso ritornare ad amare la bellezza che ritrovo sempre nelle stanche e serene rughe di vecchi montanari, nella pioggia che goccia dopo goccia bagna la terra, nelle parole d’amore di Momò l’arabo e di Romain Gary, nelle luci calde e seducenti di candele che illuminano e scaldano la tua schiena nuda e bianca. E allora non perdiamo altro tempo, vieni qua e lascia che questo vino bianco passi dalla mia alla tua bocca, lasciami ascoltare i tuoi brividi che all’improvviso rispondono alle mie mani, lascia passare la notte e non fermarla proprio adesso. Continua a ballare. Balla ancora per me, balla scalza sulla terra rossa tra bonghi, fuochi e polvere; non fermarti, voglio ancora il tuo ritmo, voglio una danza tribale, martellante, selvatica, ripetitiva, ossessiva; fammi girare dentro a questo torbido, erotico, incalzante, metallico labirinto.

Sai, tutto nasce in Africa. E dal Mali arriva al delta del Mississippi. E a volte passa pure di qua. Percussioni, fiati, sudore, respiri. La senti? Una tensione magica vibra dentro ad ogni corda. Fisicità, potenza, cupa sensualità, vertigine. Piccola mi senti? Sai, mi dicono di fare attenzione, mi dicono che da alcuni mesi ti occupi di stregoneria, dicono che conosci trucchi strani, forse riti voodoo. Così dicono. Guarda le mie mani, per te e per me radici ed erbe miracolose, talismani e amuleti. Guardami e non togliere lo sguardo finché non ti morderò la lingua. Non fermarti proprio adesso, voglio un altro boogie. Ballami addosso. Lecca le mie dita. Continua a dondolarti su di me fino a farmi sentire tutto il tuo ritmo e il tuo odore. Graffiami. Cavalca questi attimi, che sono solo nostri. Pungimi mentre stringo la tua pelle calda e non pensare a domani.

Manca poco a domani, sono solo e c’è puzza di pesce nell’aria. Fumo e nebbia nelle mie narici. Odore di metalli pesanti. Gocce acide sul mio viso. Un’armonica dolce, un blues rurale, un distacco teatrale. C’è un ubriacone che cerca fortuna nella discarica. Ci sono gatti neri che riposano placidi dentro ad una vecchia Cadillac mentre un altro blues suona nella mia mente.

Ci sono solo io, sono qua, in una città migliaia di chilometri lontana dalla tua e lungo questa strada polverosa vedo ancora l’ombra dei miei blues. Cammino verso una casa che non è la mia e penso che avrei potuto fare altre scelte nella vita. Avrei potuto essere più responsabile, più accondiscendente, più prevedibile. Avrei potuto ascoltare altra musica e leggere altri libri. Avrei potuto smettere di bere e di fumare. Ho scelto invece di continuare a sbagliare da solo. Avrei anche potuto abbassare la testa, inginocchiarmi e baciare l’anello del tuo amico cardinale, avrei potuto accettare l’invito a cena dell’assessore all’urbanistica, avrei potuto fingere, accontentarmi e scegliere una vita più tranquilla. Ho scelto di essere un po’ più libero e di ascoltare la musica che più mi piace.

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Sara

“…rubai il primo cavallo e mi fecero uomo,

cambiai il mio nome in coda di lupo”

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L’immagine sulla copertina del libro aveva attirato la mia attenzione. Poi quel titolo, Ilona arriva con la pioggia! Sottotitolo, storia di “una maga della vita e dei giorni”, di Alvaro Mutis. Iniziai a leggere qualche pagina mentre l’aria condizionata della Feltrinelli allontanava per un po’ il caldo soffocante della città. Ero così così preso dalla lettura che non mi accorsi nemmeno del cellulare che stava vibrando. Finalmente alla terza chiamata pur non riconoscendo il numero risposi.
“Ehi, quanto mi fai aspettare, ma non mi riconosci?! Come stai?!! Sto venendo dalle tue parti, se sei impegnato fa niente! E poi scusami tanto, ma non hai più il mio numero in rubrica?”
In effetti avevo perso quasi tutti i numeri. Compreso il suo. Non sto qui a spiegare il motivo però diciamo che per una serie di sfortunati eventi il cellulare mi era finito con i pantaloni in lavatrice. Lavaggio, candeggio e centrifuga. Pantaloni perfetti e profumati all’uscita, cellulare da buttare. Ma questa è un’altra storia.
“Sara ciao, certo che ti riconosco, come stai?!”
Era una vita che non ci sentivamo. L’ultima volta tre anni prima di sfuggita alla festa del mio paese. Ero tornato per un paio di giorni. Lei stava passeggiando con la figlia, il compagno e il cane. Io ero di aperitivo lungo. Ricordo che mi avvicinai per un saluto veloce e guardando dentro alla culla non potei fare a meno di complimentarmi con la mamma.
“Che bel bambino, che amore!”
”È una bambina, scemo!”
“Lo so, stavo scherzando, è bellissima!”
Quel giorno parlammo poco, pochi minuti, poi basta, né più visti né più sentiti. Fino alla sua telefonata.
”Come stai? E la bambina?”
“Lei sta benissimo, cresce ed è bello vederla sorridere! Allora dimmi, sei a Bologna? Io sono in treno e tra un paio d’ore dovrei essere là. Scusa se non ti ho avvertito ma è stata una cosa improvvisata. Mi sono svegliata stamattina e ho deciso di partire. Ho lasciato la bimba da mia mamma e sono corsa alla stazione. Volevo starmene un po’ da sola. Un giorno tutto per me. E poi ti ho pensato. Mi piacerebbe vederti, però ripeto, non sentirti obbligato!
“Ma quale obbligato, fa piacere anche a me rivederti, e poi oggi sono libero, dai ti aspetto!”
“Che bello! Senti, senti una cosa, ma ce l’hai sempre la cassetta che ti registrai alle elementari?”
“Certo che ce l’ho.”
“Ok, e non ti dimenticare, lo so che hai sempre la testa tra le nuvole, però non lasciarmi alla stazione, mi raccomando, vienimi a prendere!”
“Ma smettila, a dopo!”
Pagai il libro e me ne tornai verso casa. Mentre stavo sull’autobus pensavo al fatto che era tutto così strano. Era un secolo che non ci vedevamo da soli io e lei. E certo, poi mi tornò in mente anche la cassetta. Chissà dove era finita. Forse da qualche parte nella soffitta dei miei. Sara me la regalò in quinta elementare. Questo lo ricordavo bene. Dentro c’erano tante canzonine mielose, tutte cuore amore, cose da femmine insomma! Aveva registrato anche la sua voce. Ricordo che parlava veloce, rideva e diceva quanto le piacesse guardarmi giocare a pallone dalla finestra di casa sua, diceva che ero proprio bravo. Era simpatica Sara però dai, cosa doveva capire del pallone, lei che perdeva il suo tempo a giocare con le bambole e con la cucina! Io in quel periodo pensavo ad altro. Cose da maschi, cose da grandi, vuoi mettere. Leggevo i giornaletti di mio cugino io, leggevo Tex, andavo a cercare i bisonti nelle praterie, i pipistrelli nelle grotte, le rane nei fiumi, uccidevo lucertole, tiravo sassi ai barattoli di latta con la mia fionda, avevo la mia banda, cosa me ne potevo fare delle sue canzoncine mielose. In quel periodo dopo gli allenamenti di calcio passavo sempre da mio zio Cesare. Anche questo facevo. Era uno spasso mio zio, davvero. Mi parlava di guerra, di tigri, di oceani, di pianeti, mi leggeva tanti libri, mi portava ogni volta dentro mondi fantastici e per me sconosciuti. Era l’unico che mi faceva sentire grande. Molti tra i miei parenti non lo potevano sopportare, lo consideravano una pecora nera, un anarchico, uno un po’ strano insomma. Per me era il migliore zio del mondo. Purtroppo morì troppo presto. Mia zia pochi giorni dopo il funerale mi portò nella sua cantina e mi disse che c’era qualcosa per me. Un grosso scatolone e una lettera. E dentro allo scatolone tanti libri. Hemingway, Flaubert, Melville, Marcuse, Platone, Nietzsche. Il suo ultimo regalo per me. I suoi amati libri. Lui che aveva dovuto abbandonare la scuola in terza elementare. Parlavamo tanto io e mio zio. Il più delle volte però lo stavo ad ascoltare. Mi parlava di politica, viaggi, filosofia, storia. E poi ovviamente anche di donne.
“senti ma non è che hai problemi con le donne?”
“no zio, certo che no!”
“ma la fica ti piace o non ti piace?”
“…”
“la fica non ti piace?”
“sì, cioè, in che senso, sì…”
“e alla tua amica, a quella Sara glielo hai messo in mano, glielo hai fatto vedere?”
“cosa?”
“Come cosa, sveglia, il tuo pisello, guarda che c’è qualcosa di più bello della masturbazione, mica mi voglio ritrovare un nipote segaiolo!”
“…”
“Dai scherzo, su, non diventarmi rosso, dimmi un po’, come vanno le cose tra voi due?”
“come vanno zio, vanno. Per dirti, quando siamo andati in gita la mia amica Ilaria mi ha detto che Sara voleva mettersi con me però si vergognava troppo a dirmelo direttamente. Comunque io già l’avevo intuito per via di una cassetta che lei mi aveva registrato. Mi aveva anche lasciato un bigliettino in classe. Con due cuoricini attaccati, in uno aveva scritto il suo nome, nell’altro il mio e sotto c’era scritto speriamo. Insomma cosa vuoi che le dica, mi ha chiesto Ilaria. Cosa vuoi dirle, dille che per me è ok, va bene! Questo ho risposto.”
“Ottimo, quindi state insieme! Ma a te piace proprio questa Sara, non mi sembri convintissimo?”
“Certo che mi piace, penso di sì, a parte la musica che ascolta, per il resto è una tipa in gamba! Giochiamo insieme, ci teniamo per mano e vorrei anche darle un bacio però non so come fare, ho un po’ di paura, meglio aspettare secondo me, che dici?”
“Ho capito, massimo una settima e ti lascia per uno più grande e più sveglio di te. Una settimana e sei scaricato bello mio! Ma cosa devi aspettare, di diventare vecchio come me?! Ricordati, se non la baci ti rinnego come nipote! Adesso vieni qua e dammi un abbraccio forte. Ti voglio bene piccola peste e per qualsiasi cosa lo sai che io per te ci sarò sempre. Ora vai e fai piano con la bici!”
Aveva ragione mio zio. Dovevo trovare il coraggio. Dovevo baciarla. Il giorno dopo mi decisi e andai a trovarla a casa. I suoi erano a lavoro. La testa mi stava scoppiando. Non riuscivo a trovare una battuta simpatica per rompere il ghiaccio. Niente di niente. Vuoto assoluto. Maledizione. Eravamo seduti in silenzio sullo stesso divano. Ero nel panico. Il tempo non passava mai. Decisi a quel punto, non riuscendo a fare altro, di concentrarmi sul veliero enorme appoggiato sopra alla mensola.
“Ma sai che questo veliero è pazzesco, bellissimo!”
“Grazie, è di mio padre”
“È una bomba, grandioso!”
Amerigo Vespucci c’era scritto. Lungo più di un metro sicuramente. Guardai ogni particolare e più lo guardavo più pensavo a quanto ero fifone! Basta, non ce la facevo più, la situazione era troppo imbarazzante, me ne dovevo andare. La ringraziai per l’aranciata e scappai al fiume dai miei amici. Correvo e pensavo che ero stato proprio un deficiente, un bambino buono a nulla. Cosa me ne poteva poi importare di quel maledetto veliero o galeone o nave che fosse? E i miei amici subito a chiedere, a voler sapere i particolari. Ed io che non ne volevo parlare.
“Stai a vedere che questo si è proprio innamorato, proprio come le femminucce!”
“Ma quale innamorato, non ho tempo per queste stronzate, andiamo a fare un tuffo, dai!”
Quella notte dormii male e poco. Il giorno dopo chiesi a Sara di venire con me alla fontana, quella nel campo di Fernando. Là saremmo stati tranquilli. Lei venne e mi portò un regalino, un piccolo modellino di nave. Un Amerigo Vespucci in miniatura. Io per ringraziarla all’improvviso le baciai le labbra. Un bacio velocissimo. Un nanosecondo. Niente di particolarmente interessante e entusiasmante. Sarei riuscito a fare un po’ meglio tempo dopo però comunque quello fu il nostro primo bacio e da quel giorno eravamo sempre insieme. Avevo iniziato anche a trascurare i miei amici e stavo uccidendo molte meno lucertole. Dopo l’estate poi ci lasciammo per rimetterci insieme alcuni mesi dopo. Litigavamo e facevamo la pace. Sempre. E poi ci perdemmo di vista. Ognuno per la propria strada. E dopo anni ecco la sua telefonata. Eccola a Bologna.
Scendendo dal treno mi venne incontro correndo con le braccia aperte, ancora con quell’espressione dispettosa e furba che aveva da bambina. Era una situazione un po’ strana però fui sinceramente felice di rivederla. Ce ne andammo in giro per la città e dopo aver camminato a lungo la portai ai giardini Margherita per una birra fresca e un po’ di ombra. Seduti sul prato lei mi raccontò di sua figlia, delle sue paure, della storia finita con lui, del fatto che a volte le sembrava di non farcela a respirare. Poi si sdraiò sull’erba e chiuse gli occhi.
“Senti, va bene per te se riparto domattina?”
“Certo che va bene”
“Allora resto, basta solo che tu non mi violenti stanotte, me lo prometti?”
“Questo non te lo posso garantire, mi spiace!”
“Ok, non importa, correrò il rischio!”
Comprammo una bottiglia di vino e andammo a casa mia. Mentre lei parlava al telefono con la bambina io cucinai qualcosa. Aprimmo il vino e ridemmo di quanto eravamo buffi noi da bambini. Il tempo era volato, era ormai tardi e la mattina ci saremmo dovuti alzare presto. Cambiammo le lenzuola del mio letto dove lei avrebbe dormito. Io mi accomodai sul divano nell’altra stanza. Non riuscendo a prendere sonno lessi qualche pagina del libro comprato la mattina alla Feltrinelli. Dopo cinque minuti due, tre colpetti sul muro.
“ehi, stai dormendo?”
“no Sara, leggevo un po’.”
“ti va di venire di qua cinque minuti? Devo dirti una cosa.”
“Certo, eccomi. Dimmi?”
“Grazie, è stata una bella giornata!”
“ma allora perché piangi?”
“non sto piangendo, niente, abbracciami per favore e raccontami di cosa parla il libro di Mutis”
Le raccontai del libro, aspettai che si addormentasse e me ne tornai sul divano. Lessi qualche altra pagina e dopo poco mi addormentai anch’io.

Fiore di campo

“quei giorni perduti a rincorrere il vento

a chiederci un bacio e volerne altri cento…”

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Scendo verso il torrente lasciandomi alle spalle il prato giallo di ginestre e la luce del giorno. Un primo piano con molto contrasto, poi a sfumare. Le nostre mani perse in un valzer in bianco e nero di qualche tempo fa. I nostri passi colorati di rosso e arancione. Per il tramonto terra di siena bruciata. In principio poco colore. Un pennello piatto e largo. Armonia e calda simmetria degli opposti. Peli di seta bianca per una nuova tela da completare. Nella mia mente il miagolio della poiana. Nei miei occhi il volo di un airone.

Mi fermo. Respiro e riscaldo le mescolanze. Raccolgo viole etrusche e rose selvatiche. Fiori di campo per te che senza volerlo mi hai regalato semplicità, leggerezza e allegria quando ormai credevo di essermi perso.
Le voci del paese adesso sono lontane. Il vento si è fermato e i cani dei pastori non abbaiano più. Moltitudini di alberi sempre verdi filtrano pochi raggi di sole. Un folletto delle grotte ti regala un sorriso e tu mi mordi piano la pancia mentre canto una canzone stonata. Mi guardi, ridi e scappi via. Poi ti fermi e ti asciughi la fronte. Hai capelli raccolti. Capelli color miele che ti aggiusti sempre con un gesto della mano che riconoscerei a chilometri di distanza. Orecchini comprati insieme al mercatino delle pulci di Bologna. Ti guardo e vado via.
L’acqua è fredda e limpida. Mi tolgo i vestiti e mi tuffo. Siamo esseri umani meravigliosi, unici e irripetibili. Vieni qua! Tuffati, ho voglia d’amore. Buttati e lascia correre la corrente. Voglio un amore al di là delle esperienze altrui, al di là del saputo. Indecifrabile, destabilizzante, sconosciuto. Voglio follia e cedimenti. Sono nudo e vulnerabile di fronte a te. Nessuna protezione, nessuna sicurezza, nessuna certezza.
Sono lontani i rumori dei clacson di macchine ferme in coda sulla tangenziale. Lontane le sirene, le urla scomposte, i respiri affannati. Lontani anche quei poeti di varietà del sabato sera con indosso ridicole parrucche utili solo a compiacere signorotti potenti che ormai da troppo tempo hanno perso il senso del pudore e dell’umiltà. Uomini senza dubbi, senza sogni, senza fantasia. Uomini refrattari ad ogni cambiamento, sicuri del loro niente, imbalsamati nelle loro fragili menzogne e nel loro potere ridicolo.
Apro la bottiglia di vermentino lasciata a raffreddare nell’acqua cercando ancora di ricordare le parole di quella vecchia canzone popolare che ogni estate la banda suonava alla festa del paese e mi sembra di sprofondare in qualcosa di molto simile alla felicità.
Sei bella e non mi stanco di dirtelo. Sei bella e sai di pane fatto in casa. Assaporo le tue labbra rosse e la smetto, almeno per oggi, di decifrare fondi di caffè.

Radici

“C’è un bambino che sale un cancello

ruba ciliege e piume d’uccello

tira sassate non ha dolori

volta la carta c’è il fante di cuori”

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Lasciare la città per tornare nella mia montagna. Tornare anche per poco, anche solo per seguire le orme di cinghiali e caprioli che mi accompagnano ancora una volta dentro sentieri nascosti, familiari e sicuri dove posso ritrovare sempre il senso profondo del tempo e dello spazio. Fermare il tempo restando in silenzio. Querce, faggi, scoiattoli e poiane. Piume di fagiano, voli di ghiandaie, istrici impaurite, tramontana. Le mie radici stanno qua. Stanno sotto a questo castagno dove i miei nonni ragazzini si baciarono per la prima volta tanti anni fa. Stanno nei canti popolari, nelle poesie recitate a memoria, nelle fiabe sussurrate la sera da vecchi montanari  seduti davanti ad un camino con in mano un bicchiere di vino rosso. Stanno dentro a queste grotte dove tra pipistrelli, umidità e rabbia dormivano, resistevano e lottavano uomini liberi non ancora ventenni.

Come una volta sono di fronte al torrente. Mi inginocchio e lascio riposare le mani nell’acqua. Da piccolo mi dicevano che era pericoloso. Dovevo fare attenzione alle vipere. Mia nonna spaventata mi chiamava ogni volta a gran voce dalla strada. Io però ero già troppo lontano. Le mie mani lasciavano partire barchette di carta ed io immaginavo spiagge esotiche dove poi sarebbero arrivate. Ricordo il mio primo tuffo. Ricordo una lontana sensazione di proibito, di paura e di libertà. Un giorno poi finalmente la convinsi a venire con me. Quel pomeriggio d’estate vicino alla cascata finalmente baciai quelle labbra umide e tremanti. E chissà adesso lei come sta, chissà come ricorda. Sempre qua ho fumato la mia prima sigaretta. Ti ricordi Francesco? Eravamo seduti sul masso vicino al ponte. Eravamo come al solito lontano dagli occhi indiscreti del paese, lontano dalla morale sterile degli altri provando inutilmente anche quel giorno a sentirci un po’ più grandi e più maturi.

In questo torrente ho preso anche la mia prima trota.
-nasconditi bene, non farti vedere! Mettiti dietro alla roccia, vicino alle felci, così, bravo il mio bambino, ora lancia e aspetta.
-Nonno nonno eccola, l’ho presa!! Ma quanto tira, è una supertrotagigante! Nonno, sai, stasera vorrei che tu mi tenessi come un tempo la mano, vorrei che mi raccontassi un’altra storia. Mi mancano le tue storie. Però non preoccuparti, tornerò sempre nella tua montagna e troverò come un tempo nel nostro nascondiglio segreto, sotto alle foglie colorate di scuro un altro porcino. Poi nonno sai cosa farò? Mi perderò dimenticandomi del giorno dentro al bosco di abeti, amerò l’estate che per me ha ancora il sapore di fragole e di more raccolte insieme a te, correrò sudato come da bambino nel prato di narcisi dietro ad un pallone, mi sporcherò le mani con la terra bagnata e sentirò sempre nelle vene un dolcissimo odore di casa.