Il giovane esploratore

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“…Saraghina, Saraghina, Saraghina, la rumbaaaa!”

Federico Fellini

La sera, prima di andare a dormire, recitavo l’atto di dolore. Me lo aveva insegnato mia nonna. Mio Dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati perché peccando ho offeso te… Così suscettibile sei buon dio? davvero ti ho offeso?! 

La domenica mattina poi, con qualche amico, andavo anche a confessarmi nella chiesa del paese. Per me, ogni volta, ogni santa domenica, incenso, zolfo e tradizioni. Esercizio fisico, mentale e spirituale. Così si doveva fare. Così facevamo.

Il nostro cammino per la redenzione era però sempre troppo lungo e per forza di cose sempre interrotto dalle nostre risate complici e dal mitico bar di Rita. – Ragazzi, partitona a biliardino??? – Sì, e chi perde paga il gelato!! – Per me cornetto all’amarena, già mi prenoto!

E poi, dopo il partitone, la confessione. Quasi ogni domenica. Altre domeniche no. A volte andavamo a catturare rane, oppure ci asciugavamo al sole dopo un tuffo nel torrente sotto la chiesa. Sì, ricordo ancora il prete. Grasso per contratto e distratto per natura. Ricordo che tra uno sbadiglio e l’altro, mentre provava a digerire cipolle e pancetta, sopportava le mie parole e i miei segreti. Quanto ho peccato prete? Figliolo, tre padre nostro e cinque ave maria. E perché non cinque padre nostro e tre ave maria prete? Boh. Non importa. Dire, fare, pregare, soffrire. Rosso di sera bel tempo si spera.

Perché parlare con quel vecchio che nemmeno mi stava ad ascoltare? Lui era il potere, lo sapevo, lo sentivo. Lui era l’autorità, la sicurezza, il dogma infallibile. Io invece ero un bambino meraviglioso ed unico come tutti i bambini. Certo, ovvio, qualcosa bofonchiavo, qualcosa dovevo pur dirgli. Confessavo sempre il minimo sindacale però, così, tanto per avere la coscienza pulita. No, non dicevo tutto. Mica gli raccontavo di Paola, non scherziamo! Nemmeno del mio passatempo preferito se è per questo. No, non conosceva tutti quei pensieri profani che mi facevano scoppiare la testa e ribollire il sangue, assolutamente no!

Tutto quel trambusto nella mia testa, chissà, forse in quei giorni era solo dovuto al caso, forse alla curiosità, al metabolismo, alla passione o forse ancora più semplicemente alla voglia di scoprire il mio corpo. Non saprei dire, non ricordo, so solo che la prima volta fu una faticaccia assurda e il risultato decisamente deludente. Però mi ero incuriosito! Volevo afferrarne il senso. Qualcosa mi sfuggiva. Non poteva essere tutto là. Avevo altre informazioni in merito. Insomma, era davvero una gravosa e inebriante missione la mia! Oh mio dio, ero un giovanissimo esploratore di territori vergini e di poesia!

Ben presto, con mia grande soddisfazione e gioia, arrivarono i primi clamorosi ed inaspettati risultati. Fui rapito e conquistato sulla via di Damasco. Niente da aggiungere. Folgorato! Cieco d’amore e di passione! Sì, adesso capivo, era proprio tutta colpa della mia vicina di casa. Ecco quale era il vero motivo. Tutta colpa di Paola! Pensavo a lei mentre le mie mani sfioravano l’ignoto, mentre il mio respiro annaspava. Lei, molto più grande di me. Capelli rossi e sorriso allegro. La spiavo sempre mentre prendeva l’acqua alla fonte. La guardavo piegarsi asciugandosi il sudore della fronte mentre spostava i suoi capelli mossi. Quei capelli! La amavo sempre di più ogni volta che una flebile brezza di vento le faceva alzare di poco la gonna. Quelle gambe, quelle cosce, quel mistero, quel peccato originale! Che momenti, che pomeriggi, che soave poesia!  Un segno, il messaggio del buon dio, la luce al di là della collina! Zuppo di turbamento ed eccitazione mi nascondevo in soffitta e la sognavo, la vivevo, e mi sentivo adulto ed importante tra le sue cosce accoglienti e tremanti. Poi però è finita. L’ho dovuta lasciare. Già. Era diventata prevedibile, noiosa e troppo invadente. La mia Paola era cambiata. Sì, mi ero decisamente stancato di lei anche perché avevo conosciuto una ballerina contorsionista della televisione. Il mondo intero scompariva di fronte a quel visino dispettoso. Facevamo l’amore ogni ora del giorno e della notte. Insaziabile, focosa, porca. Ero distrutto. Poi per un breve periodo mi vidi pure con un’attricetta di terza classe. Aveva un trucco nero, spesso e volgare, un culone rotondo e pieno, seni enormi e sfatti, cosce morbide e grosse. La mia Saraghina voleva essere trattata male. Voleva sentirsi dire parole irripetibili. Ed io la accontentavo con piacere. Le strappavo paure e pudori, la legavo mentre la sua lingua assatanata toccava ogni parte di me, mentre le sue unghie lunghe e sporche graffiavano e facevano sanguinare il mio piacere. Nella mia testa un’orgia di immagini mitiche, carnali e lussuriose.

Asciugavo ogni volta con stupore tutte quelle emozioni! Ogni giorno zuppo di commozione! Ero diventato un santo voluttuoso e nel mio harem davo piacere ad ogni donna che attirava la mia attenzione cercando subito dopo di placare la mia meravigliosa tachicardia con sospiri profondi. Ero felice di commettere i miei soavi e angelici peccati. Le mie donne, quanto le ho amate! Intense passioni consumate nella mia soffitta tra un’ave maria e un padre nostro. Pensieri ed emozioni che il prete, quello di cui sopra, non ha mai ascoltato.

La messa adesso è finita, andiamo in pace.

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Profumo di gelsomino

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“La Patagonia è un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo.

Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più.”

Bruce Chatwin

Lo scompartimento ero vuoto. Un po’ leggevo, un po’ ripensavo ai giorni appena trascorsi in Veneto, un po’ guardavo fuori.

Covoni di fieno stesi su colline gialle bruciate dal sole. Filari di vigne preceduti da rose color corallo, pesca e arancio. Casolari in pietra con gerani rossi alle finestre. Due bambini che stavano salutando come si fa con gli aerei. Il treno procedeva lento verso casa. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Stavo quasi per addormentarmi. Ancora due paesi, altre colline, altri cipressi, ancora due stazioni e poi finalmente un letto.

Il sole stava colorando di rosso la campagna. Il dondolio del sedile accarezza i miei occhi stanchi. Senza rendermene conto mi addormentai. Non so proprio quanto avessi dormito, dieci minuti, forse mezz’ora. Una ragazza era venuta a sedersi accanto a me, alla mia destra.

-ciao! Dissi.

Avevo la bocca ancora impastata, il braccio sinistro addormentato e una gran voglia di caffè.

-ciao a te, ti ho raccolto il libro, ti era caduto.

-oh grazie.

Grazie, grazie, grazie! Aveva stivaletti bassi, neri e borchiati, gambe nude, una gonna leggera, una canotta dei ramones, poco trucco, occhi neri, profondi e bellissimi. Bella! Sentivo il suo profumo. Gelsomino. Forse. Forse no. Boh. Pensai di dirle che qualsiasi cosa fosse aveva un odore buonissimo! Pensai che avrei davvero voluto conoscerla meglio. Pensai anche che dovevo puzzare parecchio dopo un giorno in treno. E poi mi aveva pure visto dormire. Magari era rimasta disgustata dallo spettacolo. Magari avevo dormito con la bocca spalancata e magari un filo di bava mi era pure colato sulla maglietta. Che figura di merda! Controllai. No, almeno quello no! Va bene, comunque meglio aspettare. Ripigliati. Magari tra un po’ le avrei parlato. Magari sarei dovuto andare prima in bagno a lavarmi la faccia. Magari.

Mi stavo agitando. Tornai per un attimo a guardarla di nascosto e avevo una gran voglia di dirle altre mille volte ciao. Ciaociaociaociaociaociaoooo! Solo questo mi veniva in mente.

Guardavo fuori dal finestrino mentre lei sfogliava una rivista. Pensavo a quegli occhi. Chissà come si chiamava. Chissà quale colore aveva scelto per pitturare le pareti della sua camera. Chissà se era vegetariana, se le piacevano i vecchi film in bianco e nero, se aveva un cane. Dovevo darmi una mossa. Dire qualcosa. Fare qualcosa. Ancora due minuti, due minuti e forse le avrei parlato. Bloccato. Imbarazzato. E poi lei.

-scusa ma non ho potuto non notare il libro che ti era caduto. Non lo conosco, è bello?

-sì, mi sta piacendo, ma sono ancora all’inizio, ho letto solo poche pagine.

-di cosa parla?

-di marinai, di dinosauri, di viaggio, di radici, di cose così.

Stavo leggendo “In Patagonia” di Chatwin.

Le raccontai quel poco che avevo letto. La sua curiosità, scoprii, era dovuta al fatto che sua madre era argentina e lei era stata da piccola in Patagonia. Aveva viaggiato tanto. America, Australia, Giappone. Io no, qualche posto in Europa, poco più. Scoprii anche che le piacevano i film in bianco e nero, le piaceva Truffaut, le piaceva andarsene al parco a leggere, le piaceva Devendra Banhart. Le piacevano anche i prati di lavanda, la cioccolata fondente, i quadri di Frida Kahlo. A me piaceva starla ad ascoltare. Mi piacevano quegli occhi, quelle labbra rosse, quella semplicità. Parlammo per tutto il tempo e poi scendemmo nella stessa stazione.

-ehi, se ci ribecchiamo devi dirmi come finisce il libro, mi raccomando, sono curiosa!

-dai, lasciami il tuo numero, appena finito ti racconto tutto!

Ci scambiamo il numero. Arrivai a casa. Mi feci una doccia. Aprii il frigo. Vuoto. Solo un pezzo di grana, un limone e una corona. Tagliai il limone e lo misi nella birra. Mi buttai sul divano e misi nello stereo devendra banhart. Pensavo a lei. In continuazione. Mi era passato del tutto il sonno. Non potevo aspettare, dovevo chiamarla.

-ciao, ti disturbo? ho appena finito il libro, devo raccontartelo!

-ma se eri all’inizio, dai, non sei credibile!

-Ok, va bene. Però ho letto un’altra pagina e secondo me ci sta dentro tutto il pensiero di Chatwin. Credimi, pelle d’oca! Davvero, quella pagina dovrebbero farla leggere a scuola! Posso raccontartelo? È importante, non scherzo! Posso invitarti a cena fuori, da qualche parte?

-adesso? Sono le dieci passate, ho già cenato, stavo per mettermi a letto per la verità!

-come non detto… e mojito? O birretta veloce? Ti prometto che non ti faccio fare tardi!

-va bene, vai, aggiudicato, vada per la birretta, mi preparo, ci aggiorniamo tra poco!

-a dopo!

I capelli mi stavano male, cazzo. Quasi tutti i vestiti erano ancora spiegazzati nel borsone. Ancora tutto da lavare, anche la mia maglietta preferita! Cazzo. Cazzo. Cazzo! Era da un po’ che non provavo una sensazione del genere. Mi sentivo un po’ rincoglionito e anche parecchio felice.

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La maturità

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-C’è qualcuno in questa classe che si è messo in testa di portare italiano alla maturità… cose da pazzi! Vi dovreste solo vergognare! Non avete pudore, siete solo degli ignoranti!

Ogni mattina quella troia della professoressa di italiano così, pressappoco, si rivolgeva a me. A me certo, perché italiano lo portavamo in due, in due su ventiquattro: la Rossi, la secchiona, otto di media in tutte le materie, e il sottoscritto, che come il resto della classe oscillava tra quattro e cinque.

Non farò mai nomi e cognomi, non li ho mai fatti, poi se li faccio li invento. Davvero, non mi importa, non ha senso, è passato ormai tanto tempo. Non porto rancore, e poi quella professoressa non mi ha certo rovinato la vita però devo ammettere che l’ultimo anno al liceo scientifico non è stato affatto semplice per me.

Sapevo fin dall’inizio che sarei stato ammesso con quattro ma me ne fottevo altamente. Questione di principio, di orgoglio, di stupidità, vai a sapere.

Ricordo sempre le prime parole della troia, quel primo giorno, quando in classe facemmo la sua sgradita conoscenza. Così si presentò:

-sapete ragazzi, io la sera prima di andare a dormire chiudo sempre a chiave i cassetti dove metto i coltelli della cucina, non si sa mai, qualcuno potrebbe venire a sgozzarmi nel cuore della notte mentre sto dormendo!

Ok. Benvenuta. Solo questo ci mancava!

Scoprimmo poi, con poco sorpresa da parte nostra per la verità, che aveva chiesto il trasferimento dalla scuola dove prima insegnava perché tra le altre cose un ragazzo le aveva tirato un banco addosso! Il nostro eroe quel ragazzo.

Ogni mattina, la cara professoressa, come un’invasata, prima di entrare in classe, girava intorno alla sua Clio blu quelle sette otto volte. Come una molla impazzita controllava ogni millimetro della sua macchina. Aveva  proprio tanta tanta paura che qualcuno le facesse un brutto scherzo. E non aveva tutti i torti. Direi proprio di no. I suoi timori infatti diventarono realtà quando una mattina due miei amici le bloccarono tutte le serrature con la gomma da masticare. Cose che succedono quando sai come farti voler bene.

La zoccola in questione era una donnina secca secca, tutta ossa e nervi. Rughe e disperazione. Consumata dal tabacco, dall’alcol e dalla vita. Non si era mai sposata, non aveva figli. Abitava con una madre paralizzata. Le sue frustrazioni, come purtroppo a volte accade,  le sfogava su di noi appena entrava in classe.

Per quanto mi riguarda devo dire che non ho mai fatto atti di vandalismo, non ho mai tirato banchi addosso alle insegnanti, né messo gomme da masticare nelle serrature delle macchine, non è mai stato nel mio stile però purtroppo avevo commesso una colpa ancora peggiore e ormai ero diventato il suo bersaglio, la sua ragione di vita. Il suo odio me lo sputava addosso ogni volta che ne aveva l’occasione.

Entrava in classe, con una cura maniacale sistemava quelle sue quattro cazzate sulla cattedra e poi si concentrava su di me. Sia ben chiaro, mai che mi avesse guardato negli occhi, mai. Non diceva mai il mio nome, ma parlava di me, sempre.

Come mi ero permesso di infrangere le sue certezze e le sue regole?! La Rossi, la cocchina, passi pure, ma uno scarafaggio arrogante e presuntuoso come me perché aveva avuto l’ardire di scegliere tra le due materie proprio italiano?

Fottiti puttana, mi hai torturato, mi hai umiliato, mi hai fatto incazzare, mi hai fatto svegliare nel cuore della notte sudato e impaurito, tremante e con attacchi di pianto ma non mi hai certo fatto cambiare idea. Lessi di tutto. Studiai come un pazzo. D’Annunzio. Leopardi. Pirandello. Svevo. Manzoni, e chi più ne ha più ne metta. Tutto. Anche cose fuori dal programma. Federigo Tozzi per esempio. Luciano Bianciardi anche. Ero teso. Ero diventato intrattabile. Avevo anche iniziato a mangiarmi le unghie, cosa che non avevo mai fatto prima e che non mi è più capitato di fare dopo quell’ultimo anno.

La mia ragazza mi ha aiutato, mi ha sopportato, mi ha fatto ridere quando avrei solo voluto mandare tutto a farsi fottere. I miei genitori pure, mi sono stati vicino. Hanno anche provato a farmi cambiare idea, mi consigliavano spesso di scegliere un’altra materia dove avevo voti migliori, ero ancora in tempo. Niente da fare. Non volevo dargliela vinta a quella grandissima megera. E poi c’erano le “riunioni politiche” nella soffitta del mio amico. Per fortuna avevo anche loro, i miei pazzi amici. Per fortuna! Ricordo le nostre chiacchierate interminabili, le nostre partite a poker,  la nostra voglia di rivoluzione, Paolo Conte nello stereo e la bottiglia di jack daniel’s chiusa a chiave nell’armadietto di Andrea dove la nonna non sarebbe mai potuta andare a controllare.

Ricordo una delle mie ultime interrogazioni prima della maturità.

Argomento: Il paradiso di Dante.

Porca puttana!!

Dante mi è sempre stato un po’ sul cazzo, lo ammetto. A parte l’inferno che era più movimentato e peccaminoso, per il resto due palle incredibili! Comunque. Chi chiamiamo, chi non chiamiamo. Il solito balletto. Dieci minuti per decidere… sempre così, sempre la solita vecchia sadica troia!

Tocca ad Arianna. Non ricordo più la domanda che le fece. Ricordò però che Arianna non rispose e se ne tornò immediatamente al suo posto con quattro. Tempo effettivo: trenta secondi. Sempre la stessa solita storia. Lurida puttana! Arianna piangeva mentre le venivano indirizzate offese gratuite.

Adesso chi chiamiamo?

Dai, coraggio, sono pronto! Eccomi. Tocca a me.

Per amore di verità quella domanda non la sapevo. Non avevo la più pallida idea di cosa stesse farneticando.

Mi avvicinai alla cattedra con fare sicuro, lasciai che mi fosse ripetuta la domanda e con calma le dissi che non conoscevo la risposta. Mi invitò, senza troppi giri di parole ad andarmene. Ovviamente il voto sarebbe stato un quattro, tanto per cambiare.

-Mi spiace ma io non torno a sedere. Io resto qua. Lei adesso mi fa altre due domande. Altre due e se non rispondo poi può pure mandarmi a sedere, può fare quello che vuole, ma non adesso. Adesso non sarebbe giusto, come non è stato giusto mandare la B. al suo posto con una sola domanda.

Non l’avessi mai detto! La troia iniziò a tremare toccandosi istericamente gli occhiali. Rimase in silenzio per quei dieci secondi e poi balzò in piedi facendo cadere la sedia alle sue spalle! Iniziò a correre tra i banchi come una belva inferocita! Non riuscivo più a seguirla. Non capivo cosa cazzo stesse facendo. Muoveva la testa come una biscia impazzita, si schiaffeggiava le braccia, si stropicciava la gonna e poi, all’improvviso, come ispirata dall’alto, fermandosi ad ogni banco ripeteva ad ognuno la sua litania:

– Voi siete dei ragazzi violenti! VIOLENTIIII!!!! Avete capito?? Siete violenti, arroganti e presuntuosi. Voi mi fate paura!

Io la stavo aspettando. Restavo immobile mentre lei, per l’ennesima volta, ci raccontava di sua madre paralizzata, dei suoi problemi, della sua solitudine. Peccato che a me non me ne fottesse un cazzo dei suoi problemi. Volevo solo che mi facesse le altre due domande. Solo quello stavo aspettando.

E così fece.

Risposi alla seconda. Niente di entusiasmante, per la verità .

Risposi anche alla terza domanda sempre su quel cazzo di paradiso di dante.

Un po’ meglio questa volta, niente di eccezionale, passabile dai.

Appena finito di rispondere dal fondo della classe ricordo però che partì un applauso fragoroso! La troia sbiancò. Gianni sbatteva i piedi sotto al tavolo. Simone lanciava pezzetti di quaderno in aria. Cristina e Giada alzavano le braccia in segno di vittoria. Una bolgia infernale, insomma.

Appena tornò la calma lei mi chiese se poteva andarmi bene un sei.

Presi quel sudatissimo sei e me ne tornai al mio posto.

Quel voto non alzò certo la media, ovviamente. Fui ammesso con quattro.

La mia fortuna però fu che quell’anno c’era una commissione esterna alla maturità. Il professore era un ragazzo giovane con una barba incolta. Il tema fortunatamente andò molto bene. Scelsi quello “libero”. I valori del passato da portare nel presente eccetera eccetera, qualcosa del genere. Ricordo che citai l’urlo di Munch, Martin Luther King, Antonio Gramsci, Guernica di Picasso e altro. Parlai della resistenza e chissà, forse il professore era un comunista come lo ero io in quel periodo, boh, vai a sapere, fatto sta che rimase molto impressionato. Anche l’orale andò bene. Presi finalmente la mia rivincita e immediatamente dopo partii con la mia vespa e la mia tenda per l’isola d’Elba. Al ritorno appena il tempo di recuperare un po’ le forze e di nuovo in viaggio, destinazione Spagna. InterRail. Un’estate fantastica!

Ripensandoci adesso, vorrei non essermela presa così tanto per quei miei piccoli problemi, avrei potuto godermi di più quell’ultimo anno di scuola! Certo, avrei potuto vivermi i miei diciott’anni con più leggerezza ma non importa, va benissimo così!

Adesso, mentre scrivo, ripenso a quel periodo con tenerezza però, ancora oggi, desidererei tanto che a certe persone fosse severamente vietato insegnare. L’insegnante insieme al genitore è il lavoro più difficile che possa esserci. E che cazzo. Possibile che dobbiamo ancora sentire storie ignobili di violenze, di soprusi, di prevaricazioni. Ok, devo stare calmo che fa caldo! Possibile che non si riesce ancora a fare abbastanza per evitare certe degenerazioni? Possibile che tanti bambini fin dalle elementari debbano ancora subire la prepotenza e la cattiveria dei grandi? Lasciate stare i bambini, per favore. Per favore. Ok. Basta, sennò mi innervosisco di nuovo. La smetto, giuro. La smetto e vado a farmi una birretta fresca, che è meglio!

 

 

Vita nei boschi

on air: Rio Ancho – Paco De Lucia

“un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”

Henry David Thoreau

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L’insegna dell’unica osteria del paese è sempre quella di quando ero bambino. Arrugginita, scolorita e tutta piegata da una parte. Sicuro che prima o poi cadrà in testa a qualcuno, per forza, prima o poi succederà. Quindi adesso basta traccheggiare qua sotto perdendosi nei ricordi, molto meglio entrare. Dopo tanto eccomi di nuovo qua, in questo paesino dimenticato dal mondo, da dio e sì, anche da me per troppo tempo. Quattro cacciatori, gli unici esseri umani incontrati nell’arco di chilometri, sono seduti al tavolo vicino alla finestra e appena mi vedono entrare smettono di giocare a carte, di bere vino, di raccontare aneddoti, di ridere, di respirare e mi fissano come si fissa uno sprovveduto in cerca di guai, come qualcuno che ha appena fatto il più grosso errore della sua vita. Salve, faccio io, sapendo bene che un solo passo falso potrebbe costarmi caro. Salve fa uno di loro. Gli altri continuano a fissarmi come si fissa un cinghiale a pochi metri dal tuo fucile. “È andata bene la caccia?” Ostento sicurezza. Non ci possiamo lamentare mi viene risposto ma la conversazione non decolla, c’è tensione nell’aria, inutile negarlo. E Antinesca? chiedo io. È di là fa quello più socievole mentre si pulisce le unghie col suo coltello. Gli altri tre sembrano paralizzati e parecchio incazzati. Ora mi menano. Cinque minuti e mi gonfiano di botte, sicuro. Antinesca come al solito è di là che la sua osteria è un tutt’uno con la casa. Il posto neanche a dirlo è sempre uguale, sempre lo stesso, nemmeno le sedie ha cambiato in tutti questi anni. Ancora la solita polvere, il solito odore di fritto, il solito congelatore che la notte durante l’estate teneva spento per risparmiare e quando da bambino compravi il tuo cornetto al cioccolato ti sembrava di mangiare una pappiccia geneticamente modificata che a tutto assomigliava tranne che al cornetto al cioccolato che desideravi tanto. Ancora il solito biliardino. I soliti quattro quadri anonimi e i soliti biscotti al finocchio sul bancone. Sì forse anche loro sono sempre gli stessi. E in un angolo, in fondo, al buio e nascosto dal fumo c’è Anselmo che sta leggendo un libro e ovviamente beve vino rosso. Anselmo era un grande amico di mio nonno.

-Ehi Anselmo come stai?

Anselmo è un montanaro rugoso, sdentato e anarchico. Potrebbe avere dagli ottanta ai centoventi anni, non lo so. So però che è un gran bestemmiatore. Le sue bestemmie sono leggendarie, conosciute in tutta la montagna. Ogni tre parole riesce ad infilarci come per magia quelle ventisei, ventisette bestemmie, così, tanto per rendere più chiaro il concetto e per dare colore alla discussione. E mai che una sia uguale all’altra. Questa è la sua forza, questo è Anselmo. Sì, ok, lo ammetto, all’inizio forse può un po’ intimorirti ma poi ti passa, dopo tanti anni ti passa. Anselmo vuole subito offrirmi del vino e guai a rifiutare anche se devo ancora pranzare, anche se preferirei solo un bicchiere d’acqua, anche se sono appena arrivato dopo un viaggio in macchina di sei ore.

-Ma guarda un po’ chi si rivede, il cittadino. ANTINESCA MUOVITI, PORTA IL VINO! Allora ancora ti ricordi delle tue radici, dei tuoi posti?!  QUESTO VINO ARRIVA O NON ARRIVA?? E come mai vieni da queste parti tutto solo? Bravo, bravo, fai come me, non ti sposare che le donne sono solo una gran rottura di coglioni. ANTINESCA VUOI FARCI MORIRE DI SETE! Il signorino sarà ormai abituato a quelle schifezze della città, stai a vedere che mi si è imborghesito ormai, ma ci penso io, ora ti faccio assaggiare roba buona, vedrai.

Anselmo parla, bestemmia e dice che non devo farmi infinocchiare, non devo farmi fregare dall’omologazione culturale, dal pensiero unico, dal profitto. Dice che dobbiamo difendere la diversità e la tolleranza. Dice anche che il vino è come l’amicizia, da gustare. Il vino assomiglia alle persone. E nelle città invece vince il più delle volte il pensiero unico che annulla le differenze, propone modelli vincenti, gusti dolci, seducenti, senza personalità e profondità . Non ci cascare, mi dice, il modo in cui produci il vino riflette chi sei. Ci vuole un poeta per fare un grande vino, non lo dimenticare. Ci vuole amore e piacere. Anselmo dice anche che i vini si devono gustare lentamente, che ci metti del tempo prima di conoscerli a fondo. I vini imbroglioni invece vengono dritti verso di te, ti vengono incontro e poi ti abbandonano. Le persone ormai ci sono abituate, amano essere ingannate da prodotti, da cibi, da vini senza identità. Ad Anselmo piacciono i vini decisi. Quelli molli invece gli stanno parecchio sul cazzo.

Mi alzo e vado a chiamare Antinesca che se ne sta nella sua cucina con la televisione a tutto volume e appena mi vede entrare mi abbraccia e mi bacia. Antinesca è una vecchiettina secca secca che sembra possa spezzarsi da un momento all’altro se la stringi troppo forte però l’aspetto non deve certo ingannare. Basti sapere che in tutti questi anni è riuscita a tenere a bada con ironia, simpatia, forza e furbizia ubriaconi, cacciatori, bestemmiatori, ragazzini e chi più ne ha più ne metta. Ricordo che qua nella sua osteria da bambini organizzammo anche uno spettacolino per parenti e amici. Anzi un signor spettacolo, diciamolo. Le ragazze se ne stavano pomeriggi interi a provare i loro balletti sotto ai castagni nell’attesa del grande giorno. Noi maschi invece no, noi eravamo un po’ più sfaticati e un po’ più per l’improvvisazione del momento. Dario, un mio amico ad esempio doveva fare l’imitazione di Maradona, così era stato deciso, e per rendere il tutto più credibile la sera dello spettacolo iniziò anche a palleggiare e vedendo che il pubblico apprezzava parecchio prese coraggio e si spinse oltre, lasciò perdere il copione e si cimentò in una rovesciata mitica rischiando di spaccarsi la testa. Si salvò per fortuna però l’unico inconveniente fu che il pallone finì preciso preciso contro la mensola dove erano sistemate tutte le bottiglie di liquori. Un disastro e i soldi guadagnati aimè ci servirono per ripagare il danno però ancora a distanza di anni posso dire che quella fu davvero una gran bella rovesciata!! Antinesca adesso mi prepara in tutta fretta una busta con del formaggio e del pane. È forte Antinesca però sta invecchiando e tra qualche mese dovrà chiudere. Troppe spese, troppi cambiamenti dovrebbe fare nella sua osteria per andare incontro alle richieste dell’asl e poi da queste parti non è più come prima, adesso non viene quasi più nessuno e lei è stanca. Torno da Anselmo, beviamo e mi lascio conquistare ancora una volta dai suoi racconti. Mi parla delle tradizioni contadine, delle stagioni, del suo orto, dei suoi libri. Gli dico che ho voglia di fermarmi nella casa dei miei nonni per qualche giorno e che voglio raccogliere castagne come facevo da piccolo, cercare funghi e  starmene tranquillo per un po’ lontano dal trambusto della città. Ho anche bisogno di capire, di fare chiarezza, di ritrovarmi, di starti lontano, di stare lontano da tutti per un po’. Questo però non glielo dico. Anselmo mi versa da bere e mi parla dei castagni. Del fatto che un tempo i castagneti erano tenuti come giardini e adesso invece guarda qua sono quasi tutti abbandonati. Mi racconta che il lavoro iniziava già a primavera. A primavera bisognava potare i rami e tagliare i polloni che altrimenti avrebbero tolto linfa vitale alla pianta. A settembre poi bisognava ripulire il sottobosco, tagliare l’erba e con il rastrello raccogliere le foglie secche che poi sarebbero state bruciate e così nel mese di ottobre sarebbe stato più facile il raccolto. I quattro cacciatori ormai tranquillizzati dalla mia presenza si inseriscono nella discussione e ci parlano della loro mattinata a caccia. A me non piace la caccia, ma qualcosa mi dice di non rovinare l’armonia creata con tanta fatica. Mi dicono che hanno preso due lepri e che la lepre è molto furba. Ad esempio, racconta il cacciatore col coltello, quando c’è la neve vedi le sue impronte per un po’ e poi all’improvviso più niente. Il cane la segue, sente l’odore e poi all’improvviso più niente. Lei per far perdere le tracce improvvisamente salta a destra o a sinistra. Ma non un saltino, macchè, un salto incredibilmente lungo e il cane resta lì inebetito a chiedersi dove diavolo se ne sia andata quell’infame di lepre. Non ci sono più impronte, non si sente più l’odore e lei chissà dov’è. Ovviamente non sempre riesce a salvarsi. Ovviamente faccio il tifo per la lepre ma mi rendo conto che anche questa cosa è meglio non dirla.

Ultimo sorso. Saluto Antinesca e i quattro cacciatori. Accompagno Anselmo a casa. Prima di andare via mi regala un po’ di legna per accendere il fuoco e due bottiglie di vino. Gli dico di fare attenzione e di non avventurarsi da solo nel bosco che non è più un ragazzino. Per tutta risposta mi regala anche una sfilza di nuove bestemmie e poi si allontana lento e ingobbito in compagnia dei suoi due bastoni. Salgo di nuovo in macchina e imbocco una stradina sterrata. Vado verso la casa che è ancora più isolata e abbandonata. Sono ormai vicino, tengo i finestrini abbassati, guardo ogni albero che incontro e respiro come non facevo da un po’.

La voce della luna

“..far above the moon
planet earth is blue
and there’s nothing i can do”

space oddity – david bowie

hokusai

Tutto è bianco. Bianco e tenero come il profumo familiare di un ricordo lontano. Come un amarcord. Silenzioso e bianco come un morbido gesto d’amore che accarezza la parte più nascosta dentro me. Tutto è calmo. Ovattato e bianco come una parola dolce sussurrata appena e ricevuta in dono piangendo e tremando di felicità. Bianco e indecifrabile come la maestosa fragilità della luna che delicata e senza sosta qualche volta torna anche qua.

Fermati un po’ con me questa sera. Fermati e rallenta la terra. Fermati e parlami di luoghi incantati con semplicità perché tanto l’enfasi è solo di quelli che hanno pensieri troppo corti per poter vivere di vita propria. Fermati, ricordami il mio nome e aiutami a capire. Fermati ed io ti ascolterò restando in silenzio come gli uccelli quando arriva la notte. Non chiedermi perché. Non aspettarti risposte che io non posso dare. Lasciami solo guardare la tua bellezza e aiutami a non essere risucchiato nel vortice di questo mare fatto di scirocco e tramontana, schiacciato tra scilla e cariddi. Lasciami venire con te. Lasciami andare via. Lontano dai miei inevitabili fallimenti e dai miei graffi sulle loro parole bigotte. Lontano dai loro insegnamenti, dalla loro pubblicità di donne fotocopia, dalle loro crociate, dalle loro prese per il culo e dalle loro verità rivelate. Lontano dalle loro estenuanti strategie, dal loro insanabile bisogno di potere. Lontano dal loro odio e dal loro razzismo. Lontano da multinazionali che come lo stato, la chiesa, la scuola ti insegnano e ti inculcano valori da seguire. E tu sempre pronto a chiederti quanti desideri recepiti riuscirai a soddisfare questa fine settimana. Basta. Non ce la faccio più. Voglio andare via. Sempre più lontano da queste industrie progettate per plasmarti fin dall’infanzia, per insegnarti il loro stile di vita, il loro modo di pensare, pronte a catturarti in ogni momento, in ogni angolo della tua città con le loro trappole per insetti. Illusioni ingannevoli. Preghiere laiche. Rabbiose bestemmie.

Sai, da piccolo ho fatto la comunione, la cresima e religione in classe. Poi col tempo ho iniziato a pensare. Adesso confusione e paura. E poi la notte. E poi il silenzio. E poi tu, finalmente. Pace e bisogno di sentire, di annusare, di toccare, di sporcarmi le mani e di trovare ancora un sentiero segreto e nascosto tra le foglie. Ho bisogno ancora di te per poter scacciare questa mia malinconia, per capire la direzione. Dammi un po’ di serenità se puoi e non andartene via come le lucciole nelle mie corse sudate di bambino. Come queste note stonate dimenticate e perse nei miei cassetti che poi senza un motivo ritornano come un bacio sulla bocca. Come scintille di fuochi accesi la notte su prati di montagna. Come la dolce melodia di una chitarra classica che ancora non ho imparato a trattenere tra le mani. Aspetta se puoi e  lasciami cullare dalla tua luce. Lasciami impiastricciare ancora un po’ con pastelli il tuo contorno su fogli colorati. Aiutami e ti prometto che domani riuscirò a trovare la forza per lasciarti andar via. Scaldami e questo dolore invisibile, fidati, forse domani passerà.

Lettera quasi d’amore

“…e tu scrivimi scrivimi se ti viene la voglia e raccontami quello che fai,
se cammini nel mattino e t’ addormenti la sera
 e se dormi, che dormi e che sogni che fai…”
Van_Gogh_Almond_blossom

Ok, fatto tutto, quasi tutto ma che importa poi. Le otto di sera. Quasi le otto mentre corro verso l’antica fiaschetteria. Ancora aperta per fortuna. Vino rosso per me e per la mia serata. Questa mattina ho trovato la tua lettera nella cassetta della posta. Ci ho pensato tutto il giorno. E ora non ce la faccio più. Sono curioso. Ho voglia di leggerti. Dovevo solo aspettare il momento più adatto per farlo. Arrivo a casa e metto tutto sul tavolo del terrazzo. Portacenere, vino, apribottiglie, tagliere, salumi, fogli, candele. John Lee Hooker sullo sfondo. Non provate a disturbarmi. Per nessun motivo. Cellulare spento. Sorsata, sigaretta, catfish blues. Apro la lettera e leggo tutto d’un fiato le tue parole. Sorseggio piano, assaporo lentamente. Vorrei tanto averti qua in questo momento. Vorrei sentire i tuoi piedi freddi scaldarsi piano. Vorrei guardarti correre divertita dietro ad un cagnolino per strada. Vorrei che domattina tu mi buttassi giù dal letto pretendendo la colazione. Vorrei vedere la tua espressione subito dopo il mio rifiuto. Imbronciata, arrabbiata, buffa, complice. Vorrei vederti ridere prendendomi in giro. Vorrei baciarti le gambe e ascoltare i tuoi sospiri leggeri.

No, stasera non ti chiamo. No, non chiamarmi. Non risponderei. Aspettiamo domani. Stasera ho voglia di scriverti. A cosa stai pensando? Che cosa succede da quelle parti? Qua ci sono nuvole e chissà forse stanotte pioverà. Grazie per tutto. Grazie per la tua fantasia, per la tua libertà, per una serata come questa. Grazie per riuscire così bene a rispettare i miei silenzi e la mia solitudine. Alzo un po’ il volume. Led Zeppelin, Rolling Stones, Creedence, Barry White, David Bowie, Stevie Ray Vaughan. Ecco che torna Nick Horby. Cinque canzoni per una serata come questa. La prima ain’t no sunshine when she’s gone di Otis Redding. Guardo le nostre foto al mare. Sì, già avevo deciso, ti preparo un cd.

“e’ così sbagliato se voglio essere a casa in mezzo alla mia collezione di dischi? Collezionare dischi non è mica come collezionare francobolli, o sottobicchieri di carta, o bussole antiche. C’è tutto un mondo, qui, un mondo più bello, più sporco, più violento, più pacifico , più colorato, più aereo, più pericoloso, più amoroso di quello in cui vivo, qui ci sono la storia e la geografia, e la poesia..”

“..certi lo considererebbero un modo stupidissimo di passare una serata , ma io non sono fra quelli. Questa è la mia vita ed è bello sguazzarci in mezzo, immergerci dentro le braccia, toccarla”

Da dove iniziare però? Ok. Otis Redding. Al Green. E poi Marvin Gaye, Janis Joplin, Etta James, James Brown, Garbage, Portishead, Massive Attack, Chemical Brothers. Soul, blues, trip hop. Playlist soft, erotica, allucinata, psichedelica, confusionaria. Mi piace come scorre. Sì, sì, mi sta piacendo! Riempio il calice. Mai interrompere il flusso creativo. Mai! Devo mettermi le cuffie però. Mi ritorna in mente Jingo. La cerco. Mr. Santana e Mr. Eric Clapton dal vivo. Jingobalobabalo. Oh mio dio! Volume altissimo nella testa. I sensi si distendono. Fuori ormai poche luci accese. Mi perdo tra i miei pensieri, chiudo gli occhi e sento che tutto quanto il mio corpo risponde alla musica. Perché troppe persone danno così importanza a cose del tutto insignificanti? Gli occhi mi bruciano, le note passano da un orecchio all’altro. Freedom in loop. Richie Havens a Woodstock, wow! Tutto torna, tutto ha un senso e gola secca. Vino rosso. Scrivo molto lentamente adesso. Non so più cosa scrivo, the dark side of the moon e quella voce lungo tutta la schiena. Non posso più scrivere, no, troppe cose, troppe immagini, troppi colori. Brividi e basta. Pensiero da una parte e dita da un’altra. La Grange degli ZZ Top a tutto volume, fantastica! Dove sono? È tardi. Quasi le tre. Domani sveglia troppo presto. Sigaretta accesa dalla parte sbagliata. Tolgo le cuffie. Cammino a piedi scalzi per la cucina. Non posso spedirti. No. Devo dirti altre cose. Mi piacerebbe scriverti ancora un po’. Non adesso. Adesso non posso. Adesso Chopin. Notturno numero due. Mi butto sulla poltrona. Senso di calma e meraviglia. Alla nostra prossima notte. Ti bacio.