La maturità

Goya-3may-560

 

-C’è qualcuno in questa classe che si è messo in testa di portare italiano alla maturità… cose da pazzi! Vi dovreste solo vergognare! Non avete pudore, siete solo degli ignoranti!

Ogni mattina quella troia della professoressa di italiano così, pressappoco, si rivolgeva a me. A me certo, perché italiano lo portavamo in due, in due su ventiquattro: la Rossi, la secchiona, otto di media in tutte le materie, e il sottoscritto, che come il resto della classe oscillava tra quattro e cinque.

Non farò mai nomi e cognomi, non li ho mai fatti, poi se li faccio li invento. Davvero, non mi importa, non ha senso, è passato ormai tanto tempo. Non porto rancore, e poi quella professoressa non mi ha certo rovinato la vita però devo ammettere che l’ultimo anno al liceo scientifico non è stato affatto semplice per me.

Sapevo fin dall’inizio che sarei stato ammesso con quattro ma me ne fottevo altamente. Questione di principio, di orgoglio, di stupidità, vai a sapere.

Ricordo sempre le prime parole della troia, quel primo giorno, quando in classe facemmo la sua sgradita conoscenza. Così si presentò:

-sapete ragazzi, io la sera prima di andare a dormire chiudo sempre a chiave i cassetti dove metto i coltelli della cucina, non si sa mai, qualcuno potrebbe venire a sgozzarmi nel cuore della notte mentre sto dormendo!

Ok. Benvenuta. Solo questo ci mancava!

Scoprimmo poi, con poco sorpresa da parte nostra per la verità, che aveva chiesto il trasferimento dalla scuola dove prima insegnava perché tra le altre cose un ragazzo le aveva tirato un banco addosso! Il nostro eroe quel ragazzo.

Ogni mattina, la cara professoressa, come un’invasata, prima di entrare in classe, girava intorno alla sua Clio blu quelle sette otto volte. Come una molla impazzita controllava ogni millimetro della sua macchina. Aveva  proprio tanta tanta paura che qualcuno le facesse un brutto scherzo. E non aveva tutti i torti. Direi proprio di no. I suoi timori infatti diventarono realtà quando una mattina due miei amici le bloccarono tutte le serrature con la gomma da masticare. Cose che succedono quando sai come farti voler bene.

La zoccola in questione era una donnina secca secca, tutta ossa e nervi. Rughe e disperazione. Consumata dal tabacco, dall’alcol e dalla vita. Non si era mai sposata, non aveva figli. Abitava con una madre paralizzata. Le sue frustrazioni, come purtroppo a volte accade,  le sfogava su di noi appena entrava in classe.

Per quanto mi riguarda devo dire che non ho mai fatto atti di vandalismo, non ho mai tirato banchi addosso alle insegnanti, né messo gomme da masticare nelle serrature delle macchine, non è mai stato nel mio stile però purtroppo avevo commesso una colpa ancora peggiore e ormai ero diventato il suo bersaglio, la sua ragione di vita. Il suo odio me lo sputava addosso ogni volta che ne aveva l’occasione.

Entrava in classe, con una cura maniacale sistemava quelle sue quattro cazzate sulla cattedra e poi si concentrava su di me. Sia ben chiaro, mai che mi avesse guardato negli occhi, mai. Non diceva mai il mio nome, ma parlava di me, sempre.

Come mi ero permesso di infrangere le sue certezze e le sue regole?! La Rossi, la cocchina, passi pure, ma uno scarafaggio arrogante e presuntuoso come me perché aveva avuto l’ardire di scegliere tra le due materie proprio italiano?

Fottiti puttana, mi hai torturato, mi hai umiliato, mi hai fatto incazzare, mi hai fatto svegliare nel cuore della notte sudato e impaurito, tremante e con attacchi di pianto ma non mi hai certo fatto cambiare idea. Lessi di tutto. Studiai come un pazzo. D’Annunzio. Leopardi. Pirandello. Svevo. Manzoni, e chi più ne ha più ne metta. Tutto. Anche cose fuori dal programma. Federigo Tozzi per esempio. Luciano Bianciardi anche. Ero teso. Ero diventato intrattabile. Avevo anche iniziato a mangiarmi le unghie, cosa che non avevo mai fatto prima e che non mi è più capitato di fare dopo quell’ultimo anno.

La mia ragazza mi ha aiutato, mi ha sopportato, mi ha fatto ridere quando avrei solo voluto mandare tutto a farsi fottere. I miei genitori pure, mi sono stati vicino. Hanno anche provato a farmi cambiare idea, mi consigliavano spesso di scegliere un’altra materia dove avevo voti migliori, ero ancora in tempo. Niente da fare. Non volevo dargliela vinta a quella grandissima megera. E poi c’erano le “riunioni politiche” nella soffitta del mio amico. Per fortuna avevo anche loro, i miei pazzi amici. Per fortuna! Ricordo le nostre chiacchierate interminabili, le nostre partite a poker,  la nostra voglia di rivoluzione, Paolo Conte nello stereo e la bottiglia di jack daniel’s chiusa a chiave nell’armadietto di Andrea dove la nonna non sarebbe mai potuta andare a controllare.

Ricordo una delle mie ultime interrogazioni prima della maturità.

Argomento: Il paradiso di Dante.

Porca puttana!!

Dante mi è sempre stato un po’ sul cazzo, lo ammetto. A parte l’inferno che era più movimentato e peccaminoso, per il resto due palle incredibili! Comunque. Chi chiamiamo, chi non chiamiamo. Il solito balletto. Dieci minuti per decidere… sempre così, sempre la solita vecchia sadica troia!

Tocca ad Arianna. Non ricordo più la domanda che le fece. Ricordò però che Arianna non rispose e se ne tornò immediatamente al suo posto con quattro. Tempo effettivo: trenta secondi. Sempre la stessa solita storia. Lurida puttana! Arianna piangeva mentre le venivano indirizzate offese gratuite.

Adesso chi chiamiamo?

Dai, coraggio, sono pronto! Eccomi. Tocca a me.

Per amore di verità quella domanda non la sapevo. Non avevo la più pallida idea di cosa stesse farneticando.

Mi avvicinai alla cattedra con fare sicuro, lasciai che mi fosse ripetuta la domanda e con calma le dissi che non conoscevo la risposta. Mi invitò, senza troppi giri di parole ad andarmene. Ovviamente il voto sarebbe stato un quattro, tanto per cambiare.

-Mi spiace ma io non torno a sedere. Io resto qua. Lei adesso mi fa altre due domande. Altre due e se non rispondo poi può pure mandarmi a sedere, può fare quello che vuole, ma non adesso. Adesso non sarebbe giusto, come non è stato giusto mandare la B. al suo posto con una sola domanda.

Non l’avessi mai detto! La troia iniziò a tremare toccandosi istericamente gli occhiali. Rimase in silenzio per quei dieci secondi e poi balzò in piedi facendo cadere la sedia alle sue spalle! Iniziò a correre tra i banchi come una belva inferocita! Non riuscivo più a seguirla. Non capivo cosa cazzo stesse facendo. Muoveva la testa come una biscia impazzita, si schiaffeggiava le braccia, si stropicciava la gonna e poi, all’improvviso, come ispirata dall’alto, fermandosi ad ogni banco ripeteva ad ognuno la sua litania:

– Voi siete dei ragazzi violenti! VIOLENTIIII!!!! Avete capito?? Siete violenti, arroganti e presuntuosi. Voi mi fate paura!

Io la stavo aspettando. Restavo immobile mentre lei, per l’ennesima volta, ci raccontava di sua madre paralizzata, dei suoi problemi, della sua solitudine. Peccato che a me non me ne fottesse un cazzo dei suoi problemi. Volevo solo che mi facesse le altre due domande. Solo quello stavo aspettando.

E così fece.

Risposi alla seconda. Niente di entusiasmante, per la verità .

Risposi anche alla terza domanda sempre su quel cazzo di paradiso di dante.

Un po’ meglio questa volta, niente di eccezionale, passabile dai.

Appena finito di rispondere dal fondo della classe ricordo però che partì un applauso fragoroso! La troia sbiancò. Gianni sbatteva i piedi sotto al tavolo. Simone lanciava pezzetti di quaderno in aria. Cristina e Giada alzavano le braccia in segno di vittoria. Una bolgia infernale, insomma.

Appena tornò la calma lei mi chiese se poteva andarmi bene un sei.

Presi quel sudatissimo sei e me ne tornai al mio posto.

Quel voto non alzò certo la media, ovviamente. Fui ammesso con quattro.

La mia fortuna però fu che quell’anno c’era una commissione esterna alla maturità. Il professore era un ragazzo giovane con una barba incolta. Il tema fortunatamente andò molto bene. Scelsi quello “libero”. I valori del passato da portare nel presente eccetera eccetera, qualcosa del genere. Ricordo che citai l’urlo di Munch, Martin Luther King, Antonio Gramsci, Guernica di Picasso e altro. Parlai della resistenza e chissà, forse il professore era un comunista come lo ero io in quel periodo, boh, vai a sapere, fatto sta che rimase molto impressionato. Anche l’orale andò bene. Presi finalmente la mia rivincita e immediatamente dopo partii con la mia vespa e la mia tenda per l’isola d’Elba. Al ritorno appena il tempo di recuperare un po’ le forze e di nuovo in viaggio, destinazione Spagna. InterRail. Un’estate fantastica!

Ripensandoci adesso, vorrei non essermela presa così tanto per quei miei piccoli problemi, avrei potuto godermi di più quell’ultimo anno di scuola! Certo, avrei potuto vivermi i miei diciott’anni con più leggerezza ma non importa, va benissimo così!

Adesso, mentre scrivo, ripenso a quel periodo con tenerezza però, ancora oggi, desidererei tanto che a certe persone fosse severamente vietato insegnare. L’insegnante insieme al genitore è il lavoro più difficile che possa esserci. E che cazzo. Possibile che dobbiamo ancora sentire storie ignobili di violenze, di soprusi, di prevaricazioni. Ok, devo stare calmo che fa caldo! Possibile che non si riesce ancora a fare abbastanza per evitare certe degenerazioni? Possibile che tanti bambini fin dalle elementari debbano ancora subire la prepotenza e la cattiveria dei grandi? Lasciate stare i bambini, per favore. Per favore. Ok. Basta, sennò mi innervosisco di nuovo. La smetto, giuro. La smetto e vado a farmi una birretta fresca, che è meglio!

 

 

Annunci

Lettera quasi d’amore

“…e tu scrivimi scrivimi se ti viene la voglia e raccontami quello che fai,
se cammini nel mattino e t’ addormenti la sera
 e se dormi, che dormi e che sogni che fai…”
Van_Gogh_Almond_blossom

Ok, fatto tutto, quasi tutto ma che importa poi. Le otto di sera. Quasi le otto mentre corro verso l’antica fiaschetteria. Ancora aperta per fortuna. Vino rosso per me e per la mia serata. Questa mattina ho trovato la tua lettera nella cassetta della posta. Ci ho pensato tutto il giorno. E ora non ce la faccio più. Sono curioso. Ho voglia di leggerti. Dovevo solo aspettare il momento più adatto per farlo. Arrivo a casa e metto tutto sul tavolo del terrazzo. Portacenere, vino, apribottiglie, tagliere, salumi, fogli, candele. John Lee Hooker sullo sfondo. Non provate a disturbarmi. Per nessun motivo. Cellulare spento. Sorsata, sigaretta, catfish blues. Apro la lettera e leggo tutto d’un fiato le tue parole. Sorseggio piano, assaporo lentamente. Vorrei tanto averti qua in questo momento. Vorrei sentire i tuoi piedi freddi scaldarsi piano. Vorrei guardarti correre divertita dietro ad un cagnolino per strada. Vorrei che domattina tu mi buttassi giù dal letto pretendendo la colazione. Vorrei vedere la tua espressione subito dopo il mio rifiuto. Imbronciata, arrabbiata, buffa, complice. Vorrei vederti ridere prendendomi in giro. Vorrei baciarti le gambe e ascoltare i tuoi sospiri leggeri.

No, stasera non ti chiamo. No, non chiamarmi. Non risponderei. Aspettiamo domani. Stasera ho voglia di scriverti. A cosa stai pensando? Che cosa succede da quelle parti? Qua ci sono nuvole e chissà forse stanotte pioverà. Grazie per tutto. Grazie per la tua fantasia, per la tua libertà, per una serata come questa. Grazie per riuscire così bene a rispettare i miei silenzi e la mia solitudine. Alzo un po’ il volume. Led Zeppelin, Rolling Stones, Creedence, Barry White, David Bowie, Stevie Ray Vaughan. Ecco che torna Nick Horby. Cinque canzoni per una serata come questa. La prima ain’t no sunshine when she’s gone di Otis Redding. Guardo le nostre foto al mare. Sì, già avevo deciso, ti preparo un cd.

“e’ così sbagliato se voglio essere a casa in mezzo alla mia collezione di dischi? Collezionare dischi non è mica come collezionare francobolli, o sottobicchieri di carta, o bussole antiche. C’è tutto un mondo, qui, un mondo più bello, più sporco, più violento, più pacifico , più colorato, più aereo, più pericoloso, più amoroso di quello in cui vivo, qui ci sono la storia e la geografia, e la poesia..”

“..certi lo considererebbero un modo stupidissimo di passare una serata , ma io non sono fra quelli. Questa è la mia vita ed è bello sguazzarci in mezzo, immergerci dentro le braccia, toccarla”

Da dove iniziare però? Ok. Otis Redding. Al Green. E poi Marvin Gaye, Janis Joplin, Etta James, James Brown, Garbage, Portishead, Massive Attack, Chemical Brothers. Soul, blues, trip hop. Playlist soft, erotica, allucinata, psichedelica, confusionaria. Mi piace come scorre. Sì, sì, mi sta piacendo! Riempio il calice. Mai interrompere il flusso creativo. Mai! Devo mettermi le cuffie però. Mi ritorna in mente Jingo. La cerco. Mr. Santana e Mr. Eric Clapton dal vivo. Jingobalobabalo. Oh mio dio! Volume altissimo nella testa. I sensi si distendono. Fuori ormai poche luci accese. Mi perdo tra i miei pensieri, chiudo gli occhi e sento che tutto quanto il mio corpo risponde alla musica. Perché troppe persone danno così importanza a cose del tutto insignificanti? Gli occhi mi bruciano, le note passano da un orecchio all’altro. Freedom in loop. Richie Havens a Woodstock, wow! Tutto torna, tutto ha un senso e gola secca. Vino rosso. Scrivo molto lentamente adesso. Non so più cosa scrivo, the dark side of the moon e quella voce lungo tutta la schiena. Non posso più scrivere, no, troppe cose, troppe immagini, troppi colori. Brividi e basta. Pensiero da una parte e dita da un’altra. La Grange degli ZZ Top a tutto volume, fantastica! Dove sono? È tardi. Quasi le tre. Domani sveglia troppo presto. Sigaretta accesa dalla parte sbagliata. Tolgo le cuffie. Cammino a piedi scalzi per la cucina. Non posso spedirti. No. Devo dirti altre cose. Mi piacerebbe scriverti ancora un po’. Non adesso. Adesso non posso. Adesso Chopin. Notturno numero due. Mi butto sulla poltrona. Senso di calma e meraviglia. Alla nostra prossima notte. Ti bacio.