Profumo di gelsomino

1044343_10200716660531277_986052194_n

“La Patagonia è un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo.

Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più.”

Bruce Chatwin

Lo scompartimento ero vuoto. Un po’ leggevo, un po’ ripensavo ai giorni appena trascorsi in Veneto, un po’ guardavo fuori.

Covoni di fieno stesi su colline gialle bruciate dal sole. Filari di vigne preceduti da rose color corallo, pesca e arancio. Casolari in pietra con gerani rossi alle finestre. Due bambini che stavano salutando come si fa con gli aerei. Il treno procedeva lento verso casa. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Stavo quasi per addormentarmi. Ancora due paesi, altre colline, altri cipressi, ancora due stazioni e poi finalmente un letto.

Il sole stava colorando di rosso la campagna. Il dondolio del sedile accarezza i miei occhi stanchi. Senza rendermene conto mi addormentai. Non so proprio quanto avessi dormito, dieci minuti, forse mezz’ora. Una ragazza era venuta a sedersi accanto a me, alla mia destra.

-ciao! Dissi.

Avevo la bocca ancora impastata, il braccio sinistro addormentato e una gran voglia di caffè.

-ciao a te, ti ho raccolto il libro, ti era caduto.

-oh grazie.

Grazie, grazie, grazie! Aveva stivaletti bassi, neri e borchiati, gambe nude, una gonna leggera, una canotta dei ramones, poco trucco, occhi neri, profondi e bellissimi. Bella! Sentivo il suo profumo. Gelsomino. Forse. Forse no. Boh. Pensai di dirle che qualsiasi cosa fosse aveva un odore buonissimo! Pensai che avrei davvero voluto conoscerla meglio. Pensai anche che dovevo puzzare parecchio dopo un giorno in treno. E poi mi aveva pure visto dormire. Magari era rimasta disgustata dallo spettacolo. Magari avevo dormito con la bocca spalancata e magari un filo di bava mi era pure colato sulla maglietta. Che figura di merda! Controllai. No, almeno quello no! Va bene, comunque meglio aspettare. Ripigliati. Magari tra un po’ le avrei parlato. Magari sarei dovuto andare prima in bagno a lavarmi la faccia. Magari.

Mi stavo agitando. Tornai per un attimo a guardarla di nascosto e avevo una gran voglia di dirle altre mille volte ciao. Ciaociaociaociaociaociaoooo! Solo questo mi veniva in mente.

Guardavo fuori dal finestrino mentre lei sfogliava una rivista. Pensavo a quegli occhi. Chissà come si chiamava. Chissà quale colore aveva scelto per pitturare le pareti della sua camera. Chissà se era vegetariana, se le piacevano i vecchi film in bianco e nero, se aveva un cane. Dovevo darmi una mossa. Dire qualcosa. Fare qualcosa. Ancora due minuti, due minuti e forse le avrei parlato. Bloccato. Imbarazzato. E poi lei.

-scusa ma non ho potuto non notare il libro che ti era caduto. Non lo conosco, è bello?

-sì, mi sta piacendo, ma sono ancora all’inizio, ho letto solo poche pagine.

-di cosa parla?

-di marinai, di dinosauri, di viaggio, di radici, di cose così.

Stavo leggendo “In Patagonia” di Chatwin.

Le raccontai quel poco che avevo letto. La sua curiosità, scoprii, era dovuta al fatto che sua madre era argentina e lei era stata da piccola in Patagonia. Aveva viaggiato tanto. America, Australia, Giappone. Io no, qualche posto in Europa, poco più. Scoprii anche che le piacevano i film in bianco e nero, le piaceva Truffaut, le piaceva andarsene al parco a leggere, le piaceva Devendra Banhart. Le piacevano anche i prati di lavanda, la cioccolata fondente, i quadri di Frida Kahlo. A me piaceva starla ad ascoltare. Mi piacevano quegli occhi, quelle labbra rosse, quella semplicità. Parlammo per tutto il tempo e poi scendemmo nella stessa stazione.

-ehi, se ci ribecchiamo devi dirmi come finisce il libro, mi raccomando, sono curiosa!

-dai, lasciami il tuo numero, appena finito ti racconto tutto!

Ci scambiamo il numero. Arrivai a casa. Mi feci una doccia. Aprii il frigo. Vuoto. Solo un pezzo di grana, un limone e una corona. Tagliai il limone e lo misi nella birra. Mi buttai sul divano e misi nello stereo devendra banhart. Pensavo a lei. In continuazione. Mi era passato del tutto il sonno. Non potevo aspettare, dovevo chiamarla.

-ciao, ti disturbo? ho appena finito il libro, devo raccontartelo!

-ma se eri all’inizio, dai, non sei credibile!

-Ok, va bene. Però ho letto un’altra pagina e secondo me ci sta dentro tutto il pensiero di Chatwin. Credimi, pelle d’oca! Davvero, quella pagina dovrebbero farla leggere a scuola! Posso raccontartelo? È importante, non scherzo! Posso invitarti a cena fuori, da qualche parte?

-adesso? Sono le dieci passate, ho già cenato, stavo per mettermi a letto per la verità!

-come non detto… e mojito? O birretta veloce? Ti prometto che non ti faccio fare tardi!

-va bene, vai, aggiudicato, vada per la birretta, mi preparo, ci aggiorniamo tra poco!

-a dopo!

I capelli mi stavano male, cazzo. Quasi tutti i vestiti erano ancora spiegazzati nel borsone. Ancora tutto da lavare, anche la mia maglietta preferita! Cazzo. Cazzo. Cazzo! Era da un po’ che non provavo una sensazione del genere. Mi sentivo un po’ rincoglionito e anche parecchio felice.

Continua a leggere

Annunci

Sara

“…rubai il primo cavallo e mi fecero uomo,

cambiai il mio nome in coda di lupo”

400328_345564232129230_45343181_n

L’immagine sulla copertina del libro aveva attirato la mia attenzione. Poi quel titolo, Ilona arriva con la pioggia! Sottotitolo, storia di “una maga della vita e dei giorni”, di Alvaro Mutis. Iniziai a leggere qualche pagina mentre l’aria condizionata della Feltrinelli allontanava per un po’ il caldo soffocante della città. Ero così così preso dalla lettura che non mi accorsi nemmeno del cellulare che stava vibrando. Finalmente alla terza chiamata pur non riconoscendo il numero risposi.
“Ehi, quanto mi fai aspettare, ma non mi riconosci?! Come stai?!! Sto venendo dalle tue parti, se sei impegnato fa niente! E poi scusami tanto, ma non hai più il mio numero in rubrica?”
In effetti avevo perso quasi tutti i numeri. Compreso il suo. Non sto qui a spiegare il motivo però diciamo che per una serie di sfortunati eventi il cellulare mi era finito con i pantaloni in lavatrice. Lavaggio, candeggio e centrifuga. Pantaloni perfetti e profumati all’uscita, cellulare da buttare. Ma questa è un’altra storia.
“Sara ciao, certo che ti riconosco, come stai?!”
Era una vita che non ci sentivamo. L’ultima volta tre anni prima di sfuggita alla festa del mio paese. Ero tornato per un paio di giorni. Lei stava passeggiando con la figlia, il compagno e il cane. Io ero di aperitivo lungo. Ricordo che mi avvicinai per un saluto veloce e guardando dentro alla culla non potei fare a meno di complimentarmi con la mamma.
“Che bel bambino, che amore!”
”È una bambina, scemo!”
“Lo so, stavo scherzando, è bellissima!”
Quel giorno parlammo poco, pochi minuti, poi basta, né più visti né più sentiti. Fino alla sua telefonata.
”Come stai? E la bambina?”
“Lei sta benissimo, cresce ed è bello vederla sorridere! Allora dimmi, sei a Bologna? Io sono in treno e tra un paio d’ore dovrei essere là. Scusa se non ti ho avvertito ma è stata una cosa improvvisata. Mi sono svegliata stamattina e ho deciso di partire. Ho lasciato la bimba da mia mamma e sono corsa alla stazione. Volevo starmene un po’ da sola. Un giorno tutto per me. E poi ti ho pensato. Mi piacerebbe vederti, però ripeto, non sentirti obbligato!
“Ma quale obbligato, fa piacere anche a me rivederti, e poi oggi sono libero, dai ti aspetto!”
“Che bello! Senti, senti una cosa, ma ce l’hai sempre la cassetta che ti registrai alle elementari?”
“Certo che ce l’ho.”
“Ok, e non ti dimenticare, lo so che hai sempre la testa tra le nuvole, però non lasciarmi alla stazione, mi raccomando, vienimi a prendere!”
“Ma smettila, a dopo!”
Pagai il libro e me ne tornai verso casa. Mentre stavo sull’autobus pensavo al fatto che era tutto così strano. Era un secolo che non ci vedevamo da soli io e lei. E certo, poi mi tornò in mente anche la cassetta. Chissà dove era finita. Forse da qualche parte nella soffitta dei miei. Sara me la regalò in quinta elementare. Questo lo ricordavo bene. Dentro c’erano tante canzonine mielose, tutte cuore amore, cose da femmine insomma! Aveva registrato anche la sua voce. Ricordo che parlava veloce, rideva e diceva quanto le piacesse guardarmi giocare a pallone dalla finestra di casa sua, diceva che ero proprio bravo. Era simpatica Sara però dai, cosa doveva capire del pallone, lei che perdeva il suo tempo a giocare con le bambole e con la cucina! Io in quel periodo pensavo ad altro. Cose da maschi, cose da grandi, vuoi mettere. Leggevo i giornaletti di mio cugino io, leggevo Tex, andavo a cercare i bisonti nelle praterie, i pipistrelli nelle grotte, le rane nei fiumi, uccidevo lucertole, tiravo sassi ai barattoli di latta con la mia fionda, avevo la mia banda, cosa me ne potevo fare delle sue canzoncine mielose. In quel periodo dopo gli allenamenti di calcio passavo sempre da mio zio Cesare. Anche questo facevo. Era uno spasso mio zio, davvero. Mi parlava di guerra, di tigri, di oceani, di pianeti, mi leggeva tanti libri, mi portava ogni volta dentro mondi fantastici e per me sconosciuti. Era l’unico che mi faceva sentire grande. Molti tra i miei parenti non lo potevano sopportare, lo consideravano una pecora nera, un anarchico, uno un po’ strano insomma. Per me era il migliore zio del mondo. Purtroppo morì troppo presto. Mia zia pochi giorni dopo il funerale mi portò nella sua cantina e mi disse che c’era qualcosa per me. Un grosso scatolone e una lettera. E dentro allo scatolone tanti libri. Hemingway, Flaubert, Melville, Marcuse, Platone, Nietzsche. Il suo ultimo regalo per me. I suoi amati libri. Lui che aveva dovuto abbandonare la scuola in terza elementare. Parlavamo tanto io e mio zio. Il più delle volte però lo stavo ad ascoltare. Mi parlava di politica, viaggi, filosofia, storia. E poi ovviamente anche di donne.
“senti ma non è che hai problemi con le donne?”
“no zio, certo che no!”
“ma la fica ti piace o non ti piace?”
“…”
“la fica non ti piace?”
“sì, cioè, in che senso, sì…”
“e alla tua amica, a quella Sara glielo hai messo in mano, glielo hai fatto vedere?”
“cosa?”
“Come cosa, sveglia, il tuo pisello, guarda che c’è qualcosa di più bello della masturbazione, mica mi voglio ritrovare un nipote segaiolo!”
“…”
“Dai scherzo, su, non diventarmi rosso, dimmi un po’, come vanno le cose tra voi due?”
“come vanno zio, vanno. Per dirti, quando siamo andati in gita la mia amica Ilaria mi ha detto che Sara voleva mettersi con me però si vergognava troppo a dirmelo direttamente. Comunque io già l’avevo intuito per via di una cassetta che lei mi aveva registrato. Mi aveva anche lasciato un bigliettino in classe. Con due cuoricini attaccati, in uno aveva scritto il suo nome, nell’altro il mio e sotto c’era scritto speriamo. Insomma cosa vuoi che le dica, mi ha chiesto Ilaria. Cosa vuoi dirle, dille che per me è ok, va bene! Questo ho risposto.”
“Ottimo, quindi state insieme! Ma a te piace proprio questa Sara, non mi sembri convintissimo?”
“Certo che mi piace, penso di sì, a parte la musica che ascolta, per il resto è una tipa in gamba! Giochiamo insieme, ci teniamo per mano e vorrei anche darle un bacio però non so come fare, ho un po’ di paura, meglio aspettare secondo me, che dici?”
“Ho capito, massimo una settima e ti lascia per uno più grande e più sveglio di te. Una settimana e sei scaricato bello mio! Ma cosa devi aspettare, di diventare vecchio come me?! Ricordati, se non la baci ti rinnego come nipote! Adesso vieni qua e dammi un abbraccio forte. Ti voglio bene piccola peste e per qualsiasi cosa lo sai che io per te ci sarò sempre. Ora vai e fai piano con la bici!”
Aveva ragione mio zio. Dovevo trovare il coraggio. Dovevo baciarla. Il giorno dopo mi decisi e andai a trovarla a casa. I suoi erano a lavoro. La testa mi stava scoppiando. Non riuscivo a trovare una battuta simpatica per rompere il ghiaccio. Niente di niente. Vuoto assoluto. Maledizione. Eravamo seduti in silenzio sullo stesso divano. Ero nel panico. Il tempo non passava mai. Decisi a quel punto, non riuscendo a fare altro, di concentrarmi sul veliero enorme appoggiato sopra alla mensola.
“Ma sai che questo veliero è pazzesco, bellissimo!”
“Grazie, è di mio padre”
“È una bomba, grandioso!”
Amerigo Vespucci c’era scritto. Lungo più di un metro sicuramente. Guardai ogni particolare e più lo guardavo più pensavo a quanto ero fifone! Basta, non ce la facevo più, la situazione era troppo imbarazzante, me ne dovevo andare. La ringraziai per l’aranciata e scappai al fiume dai miei amici. Correvo e pensavo che ero stato proprio un deficiente, un bambino buono a nulla. Cosa me ne poteva poi importare di quel maledetto veliero o galeone o nave che fosse? E i miei amici subito a chiedere, a voler sapere i particolari. Ed io che non ne volevo parlare.
“Stai a vedere che questo si è proprio innamorato, proprio come le femminucce!”
“Ma quale innamorato, non ho tempo per queste stronzate, andiamo a fare un tuffo, dai!”
Quella notte dormii male e poco. Il giorno dopo chiesi a Sara di venire con me alla fontana, quella nel campo di Fernando. Là saremmo stati tranquilli. Lei venne e mi portò un regalino, un piccolo modellino di nave. Un Amerigo Vespucci in miniatura. Io per ringraziarla all’improvviso le baciai le labbra. Un bacio velocissimo. Un nanosecondo. Niente di particolarmente interessante e entusiasmante. Sarei riuscito a fare un po’ meglio tempo dopo però comunque quello fu il nostro primo bacio e da quel giorno eravamo sempre insieme. Avevo iniziato anche a trascurare i miei amici e stavo uccidendo molte meno lucertole. Dopo l’estate poi ci lasciammo per rimetterci insieme alcuni mesi dopo. Litigavamo e facevamo la pace. Sempre. E poi ci perdemmo di vista. Ognuno per la propria strada. E dopo anni ecco la sua telefonata. Eccola a Bologna.
Scendendo dal treno mi venne incontro correndo con le braccia aperte, ancora con quell’espressione dispettosa e furba che aveva da bambina. Era una situazione un po’ strana però fui sinceramente felice di rivederla. Ce ne andammo in giro per la città e dopo aver camminato a lungo la portai ai giardini Margherita per una birra fresca e un po’ di ombra. Seduti sul prato lei mi raccontò di sua figlia, delle sue paure, della storia finita con lui, del fatto che a volte le sembrava di non farcela a respirare. Poi si sdraiò sull’erba e chiuse gli occhi.
“Senti, va bene per te se riparto domattina?”
“Certo che va bene”
“Allora resto, basta solo che tu non mi violenti stanotte, me lo prometti?”
“Questo non te lo posso garantire, mi spiace!”
“Ok, non importa, correrò il rischio!”
Comprammo una bottiglia di vino e andammo a casa mia. Mentre lei parlava al telefono con la bambina io cucinai qualcosa. Aprimmo il vino e ridemmo di quanto eravamo buffi noi da bambini. Il tempo era volato, era ormai tardi e la mattina ci saremmo dovuti alzare presto. Cambiammo le lenzuola del mio letto dove lei avrebbe dormito. Io mi accomodai sul divano nell’altra stanza. Non riuscendo a prendere sonno lessi qualche pagina del libro comprato la mattina alla Feltrinelli. Dopo cinque minuti due, tre colpetti sul muro.
“ehi, stai dormendo?”
“no Sara, leggevo un po’.”
“ti va di venire di qua cinque minuti? Devo dirti una cosa.”
“Certo, eccomi. Dimmi?”
“Grazie, è stata una bella giornata!”
“ma allora perché piangi?”
“non sto piangendo, niente, abbracciami per favore e raccontami di cosa parla il libro di Mutis”
Le raccontai del libro, aspettai che si addormentasse e me ne tornai sul divano. Lessi qualche altra pagina e dopo poco mi addormentai anch’io.

Lettera quasi d’amore

“…e tu scrivimi scrivimi se ti viene la voglia e raccontami quello che fai,
se cammini nel mattino e t’ addormenti la sera
 e se dormi, che dormi e che sogni che fai…”
Van_Gogh_Almond_blossom

Ok, fatto tutto, quasi tutto ma che importa poi. Le otto di sera. Quasi le otto mentre corro verso l’antica fiaschetteria. Ancora aperta per fortuna. Vino rosso per me e per la mia serata. Questa mattina ho trovato la tua lettera nella cassetta della posta. Ci ho pensato tutto il giorno. E ora non ce la faccio più. Sono curioso. Ho voglia di leggerti. Dovevo solo aspettare il momento più adatto per farlo. Arrivo a casa e metto tutto sul tavolo del terrazzo. Portacenere, vino, apribottiglie, tagliere, salumi, fogli, candele. John Lee Hooker sullo sfondo. Non provate a disturbarmi. Per nessun motivo. Cellulare spento. Sorsata, sigaretta, catfish blues. Apro la lettera e leggo tutto d’un fiato le tue parole. Sorseggio piano, assaporo lentamente. Vorrei tanto averti qua in questo momento. Vorrei sentire i tuoi piedi freddi scaldarsi piano. Vorrei guardarti correre divertita dietro ad un cagnolino per strada. Vorrei che domattina tu mi buttassi giù dal letto pretendendo la colazione. Vorrei vedere la tua espressione subito dopo il mio rifiuto. Imbronciata, arrabbiata, buffa, complice. Vorrei vederti ridere prendendomi in giro. Vorrei baciarti le gambe e ascoltare i tuoi sospiri leggeri.

No, stasera non ti chiamo. No, non chiamarmi. Non risponderei. Aspettiamo domani. Stasera ho voglia di scriverti. A cosa stai pensando? Che cosa succede da quelle parti? Qua ci sono nuvole e chissà forse stanotte pioverà. Grazie per tutto. Grazie per la tua fantasia, per la tua libertà, per una serata come questa. Grazie per riuscire così bene a rispettare i miei silenzi e la mia solitudine. Alzo un po’ il volume. Led Zeppelin, Rolling Stones, Creedence, Barry White, David Bowie, Stevie Ray Vaughan. Ecco che torna Nick Horby. Cinque canzoni per una serata come questa. La prima ain’t no sunshine when she’s gone di Otis Redding. Guardo le nostre foto al mare. Sì, già avevo deciso, ti preparo un cd.

“e’ così sbagliato se voglio essere a casa in mezzo alla mia collezione di dischi? Collezionare dischi non è mica come collezionare francobolli, o sottobicchieri di carta, o bussole antiche. C’è tutto un mondo, qui, un mondo più bello, più sporco, più violento, più pacifico , più colorato, più aereo, più pericoloso, più amoroso di quello in cui vivo, qui ci sono la storia e la geografia, e la poesia..”

“..certi lo considererebbero un modo stupidissimo di passare una serata , ma io non sono fra quelli. Questa è la mia vita ed è bello sguazzarci in mezzo, immergerci dentro le braccia, toccarla”

Da dove iniziare però? Ok. Otis Redding. Al Green. E poi Marvin Gaye, Janis Joplin, Etta James, James Brown, Garbage, Portishead, Massive Attack, Chemical Brothers. Soul, blues, trip hop. Playlist soft, erotica, allucinata, psichedelica, confusionaria. Mi piace come scorre. Sì, sì, mi sta piacendo! Riempio il calice. Mai interrompere il flusso creativo. Mai! Devo mettermi le cuffie però. Mi ritorna in mente Jingo. La cerco. Mr. Santana e Mr. Eric Clapton dal vivo. Jingobalobabalo. Oh mio dio! Volume altissimo nella testa. I sensi si distendono. Fuori ormai poche luci accese. Mi perdo tra i miei pensieri, chiudo gli occhi e sento che tutto quanto il mio corpo risponde alla musica. Perché troppe persone danno così importanza a cose del tutto insignificanti? Gli occhi mi bruciano, le note passano da un orecchio all’altro. Freedom in loop. Richie Havens a Woodstock, wow! Tutto torna, tutto ha un senso e gola secca. Vino rosso. Scrivo molto lentamente adesso. Non so più cosa scrivo, the dark side of the moon e quella voce lungo tutta la schiena. Non posso più scrivere, no, troppe cose, troppe immagini, troppi colori. Brividi e basta. Pensiero da una parte e dita da un’altra. La Grange degli ZZ Top a tutto volume, fantastica! Dove sono? È tardi. Quasi le tre. Domani sveglia troppo presto. Sigaretta accesa dalla parte sbagliata. Tolgo le cuffie. Cammino a piedi scalzi per la cucina. Non posso spedirti. No. Devo dirti altre cose. Mi piacerebbe scriverti ancora un po’. Non adesso. Adesso non posso. Adesso Chopin. Notturno numero due. Mi butto sulla poltrona. Senso di calma e meraviglia. Alla nostra prossima notte. Ti bacio.