Appunti di viaggio

“con le pinne, fucile ed occhiali

quando il mare è una tavola bluuuuu…”

Comune_grosseto_parco_uccellina

Mi stiracchio, sì mi stiracchio e aspetto altri cinque minuti prima di alzarmi. È domenica mattina e la signora calabrese del piano di sopra si è dimentica di mettere in moto l’aspirapolvere, il cellulare poi ancora non ha squillato e nessuno grazie a dio ha bussato alla porta. Mi stiracchio, mi stropiccio e bevo mezza bottiglia d’acqua lasciata questa notte sul comodino. Apro piano le finestre. Mi abituo con calma ai raggi del sole che passano come l’estate tra le tapparelle in vimini e bamboo e metto la moka sul fuoco. Innaffio la menta, il basilico e la santoreggia e già l’odore del caffè si diffonde per tutta la casa. Sir James Paul McCartney canta get back ed io canto con lui tenendo la tazzina di caffè come fosse un microfono, come fossi sul tetto della Apple nel ’69. Io e i Beatles, che gruppo ragazzi! Scendo dai tetti e torno da te che ancora fai finta di dormire; non ti vuoi alzare, no, fai le finte, fai le bizze, ti lamenti come una bambina che non vuole andare a scuola e ti nascondi dispettosa sotto alle lenzuola. Alla fine poi mi tiri verso di te e mi convinci in un attimo che tutto quello che ti sto dicendo non ha senso, che tutto quello che c’è da fare può ancora aspettare. Ancora un po’. Stesi sul letto ridiamo ricordando le tequile sale e limone bevute alla calata durante il concerto brasiliano della sera prima alla Montagnola, i bicchieri rubati e nascosti nella tua borsa, e la nostra decisione finale, alcolica e definitiva di partire. Non per via dei bicchieri rubati ovviamente, non siamo ricercati, no, non credo, spero di no. Partire così, per partire, per viaggiare. Qualche giorno lontano dalla città, in campeggio. In campeggio??? Sono anni che non vado in campeggio però dai sì, la tenda dovrei ancora averla da qualche parte, spero in cantina, ora ci guardo. Avevo anche un fornellino ma vai a sapere dove è finito. Non importa. Usato una sola volta e con pessimi risultati.

Carico in macchina la tenda e i sacchi a pelo, tu la tua inseparabile moleskine e la tua Canon. Siamo al casello e ancora dobbiamo decidere dove andare e quanto stare. Particolari senza importanza. L’unica certezza per adesso è il mare e la mia mano sulle tue gambe. Senza una meta per qualche giorno, una settimana, forse più, vediamo. Senza programmi, senza progetti, senza una direzione. Code a tratti sull’A1 tanto per cambiare. Ma oggi non importa. Canti Rino Gaetano e poi, chissà perché, senza apparente motivo, mi metti le dita nelle orecchie, non contenta decidi anche che dovrei masticare il tuo chewingam consumato, e poi mi fai il solletico, mi sbottoni la camicia, mi gratti la pancia, insomma, vuoi farmi arrabbiare. Ok, l’hai voluto tu. Non si torna indietro. Ora basta, a tutto c’è un limite. Mi fermo con l’intenzione di punirti, di farti capire come vanno le cose del mondo e di lasciarti una volta per tutte in mezzo all’autostrada, dalle parti di Barberino del Mugello. Sola e abbandonata. Così deve essere e così sarà. Parcheggio, provo a fare il serio, faccio finta di spingerti fuori dalla macchina però l’unica cosa che voglio lo sai è baciarti. Non voglio altro, solo le tue labbra rosse e la tua allegra anarchia.

Il mare è vicino ed è quasi sera. Arriviamo al campeggio e però prima di montare la tenda ci meritiamo un tuffo. Assolutamente. Il posto è bellissimo a parte un cartello un po’ inquietante e surreale che dice di fare attenzione alle frecce volanti. Quali frecce? Mah. Faremo attenzione! Ci mettiamo il costume e ci incamminiamo verso la spiaggia lungo una stradina polverosa e ombrosa. Pini marittimi ci accompagnano. Intorno cavalli e bovini allo stato brado. Sulla destra in lontananza colline e torri medievali ormai in rovina che dominano la macchia mediterranea e che forse servivano per avvistare pirati turchi, vai a sapere o forse davano rifugio a monaci dediti alla preghiera e al silenzio, chissà. Comunque solo natura; natura e nessuna villa abusiva, nessun albergo, niente cemento, niente di niente, sembra un sogno! Ti fermi solo un attimo per fotografare un giglio di mare cresciuto solitario sulle dune e finalmente raggiungiamo una piccola caletta. Non c’è nessuno. Solo un gruppo di gabbiani reali leggermente infastiditi dalla nostra presenza. Sulla spiaggia capanne sparse e improvvisate con tronchi bianchi portati dal mare. Ne scegliamo una, lasciamo le nostre cose e corriamo a tuffarci. Lontano il profilo sbiadito di un’isola. Un muggine o forse una spigola o chissà cosa poco distante da te salta fuori dall’acqua mentre pesciolini striati e vispi nuotato vicino alle mie gambe. Guardo attraverso l’acqua limpida la sabbia ondulata illuminata dalla luce ormai tenue del sole e penso che forse questa sensazione che provo adesso è quella cosa che chiamano felicità, forse sì, forse è così.

Tornati al campeggio scopro con stupore che è buio, che non ho una torcia e che la mia tenda ha mille ingranaggi strani che non ricordavo esistessero. Picchetti, pali, tiranti, un bordello. Per fortuna con l’aiuto di una signora nostra vicina e del suo martello riusciamo a montare il tutto e per festeggiare la grandiosa impresa o solo per compassione veniamo invitati a bere un bicchiere di vino da lei e dalla sua compagna nella loro tenda. Ecco, la loro sì che è una tenda, altroché storie. Sembra una casa, c’è pure la veranda e una piccola finestra. Hanno anche un tavolo fuori, apparecchiato con candele, fantascienza per noi! Doveva essere un bicchiere e alla fine rimaniamo con loro per tutta la sera. È  notte ormai, ci salutiamo le ringraziamo e subito dopo mi dici che vuoi tornare nella nostra capanna sulla spiaggia passando per la pineta. Per la pineta?

–         Ma sei impazzita? Guarda che la notte ci sono i cinghiali che mozzicano!

–         Ma smettila, non hanno mai mozzicato nessuno!

–         Ti giuro, da queste parti mozzicano, guarda come fanno, vieni qua, mozzicano così, lo diceva anche Stefania, non hai sentito? E poi ricordati che ci sono le frecce volanti e….

–         Fifone andiamo, muoviti!

Camminiamo e per un attimo penso a mio babbo. Da piccolo nelle sere d’estate andavamo insieme in macchina nelle strade di montagna, quelle più isolate sperando di veder attraversare un tasso, una lepre, un istrice, una volpe oppure, appunto, un cinghiale. La nostra oretta tra uomini avventurosi. Una sera incontrammo una cinghialessa enorme che stava attraversando la strada e per nulla impaurita ricordo che restò immobile e fiera di fronte ai fari della nostra macchina. Non si mosse fino a quando tutti i suoi piccoli, cinque o sei, non attraversarono la strada. E quando finalmente furono al sicuro anche lei sparì nella notte.

Arriviamo alla spiaggia e alla nostra capanna sani e salvi, nessun cinghiale e nel cielo tante di quelle stelle che la città accecata dalla pubblicità se le sogna nostalgica nei libri di astronomia.

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