La zingarata

“Questa è la zingarata: una partenza senza meta né scòpi,…
un’evasione che può durare un giorno, due o una settimana.
Una volta durò venti giorni, salvo complicazioni”.
Il Perozzi
Amici miei – Mario Monicelli
 

 

E finalmente Riccardo si è sposato. Certo, con lei, con chi sennò, con la fidanzata storica. Io Riccardo l’ho conosciuto il primo anno del primo giorno di lezione all’università. Ero arrivato un po’ in ritardo quella mattina, ben oltre il quarto d’ora accademico. In ritardo e scombussolato dalle novità regalatemi in quei primi giorni dalla nuova città. Profumi, gonne, feste, musica, dialetti, rumore, luci. Tutto mi inebriava, tutto volevo assaporare. Comunque. Posti a sedere quella mattina nemmeno a parlarne. Trecento persone stipate come formiche dentro un formichiere verticale. Aula stracolma all’inverosimile. Analisi I avremmo dovuto seguire. La lavagna a mala pena riuscivo a vederla dalla mia ultima fila. La voce della professoressa era sovrastata dai gridolini di eccitazione del pubblico pagante. Accanto a me questo tipo mingherlino e dallo sguardo vispo.

L’amicizia tra noi è stata rapida e senza filtri come tutte quelle iniziate il primo anno per via dell’euforia, novità, eccitazione dello studente fuori sede. Di molti amici oggi nemmeno la faccia ricordo più. Con lui è stato diverso. Gli ho detto a Riccardo quella mattina: ma te capisci qualcosa, riesci a seguire? Niente mi ha risposto sorridendo. E sai giocare a biliardo? Me la cavo, certo. Perfetto, dopo dieci minuti di lezione eravamo già chiusi in un bar a raccontarci un po’ di noi e a bere una birra scura. Da dove è che vieni? Faccio io. E perché sei capitato proprio in questa città? E certo che sei proprio un ciuccio a giocare a biliardo! Sì, i Led zeppelin erano davvero forti, hai ragione! Le solite cose insomma.

E poi dopo quel giorno sempre insieme noi due, tra partite a pallone, concerti rock, festini erasmus, scherzi, appuntamenti a quattro, cene, gite fuori porta, cazzeggio. Una sera mi ha pure raccolto dopo che ubriaco avevo vomitato, mi ha anche abbracciato dopo che mi ha visto piangere per una storia finita con una ragazza del sud e mi ha sempre fatto ridere tanto con quelle sue espressioni buffe! Ricordo che una volta gli tolsi le lenti a contatto dopo una festa alcolica a base di assenzio arrivato direttamente per noi dalla Spagna. Due ubriachi in bagno e le mie dita dentro ai suoi occhi! Gli ho anche divorato le conserve deliziose preparate con tanto amore dalla mamma dopo le nostre serate tra amici a fumare erba, suonare la chitarra e parlare per ore di tutto e di niente.

Poi quel matto si fidanzò. Lei abitava a Ravenna, sua madre era austriaca e il padre boh, che me l’avrà pure detto ma adesso non ricordo. Lei, Teresa, la fidanzata storica, la moglie di cui sopra insomma, tanto per capirci. Già. Quel matto alla fine del nostro primo anno di università si fidanzò.

Io in quel periodo mi vedevo con una ragazza che lavorava all’Irish pub e ogni tanto riuscivo a bere anche gratis. Abitavo in una mansardina che sarà stata tre metri per tre. La finestrina dava su un buco verticale dove affacciavano altre finestrine e dal basso ricordo che arrivavano ad ogni ora, dal ristorante del piano terra, odori devastanti di fritto e di cipolla. Un caldo della madonna in quella stanza però che anno fantastico! Quando lei, la ragazza dell’Irish, la sera finiva di lavorare ce ne stavamo sui tetti sopra casa mia a fumarci una sigaretta e a raccontarci i nostri sogni. Per salire sui tetti bisognava passare dalla finestrina accanto al letto. Che bella che era Bologna di notte vista dall’alto con le sue torri rosse, le sue luci, la sua pace. Quanto era bella la ragazza dell’Irish! Ci eravamo conosciuti la sera di San Patrizio. Lei si era aggiunta al nostro gruppo invitata da Elisa, la ragazza di Massimo. Mi era piaciuta subito! All’istante! Nemmeno il tempo di pensarci. Tutto mi piaceva, i suoi capelli neri, il suo sorriso, i suoi pensieri, le lue gambe, tutto. Alla fine, quella sera stessa, abbiamo dormito insieme. Dopo neanche tre o quattro ore che ci eravamo conosciuti. Non proprio io e lei da soli. No. Abbiamo dormito in camera di Massimo. Eravamo in nove. Cinque materassi buttati per terra. Nove persone a dormire nella stessa stanza e a guardare Marrakech express di Gabriele Salvatores in tv. Io e lei nello stesso materasso singolo ed io che non è che riuscissi poi tanto a seguirlo bene quel film. Le mie mani sotto alla sua maglietta non riuscivano proprio a starsene ferme, proprio per niente. Continuavo a parlarle sottovoce all’orecchio mentre annusavo il profumo della sua pelle. Già, é passato un bel po’ di tempo da quella notte. Adesso mi hanno detto che lavora in una gelateria a Londra. Ma non è poi così sicuro. Boh, comunque, dovunque sia, spero davvero che le vada tutto bene.

Riccardo in quel periodo veniva spesso a trovarmi nella mia mansardina. Arrivava anche nei momenti meno opportuni. Portava sempre un paio di birre con sé. Arrivava sempre con un sorriso grande così! Una notte invece arrivò piangendo. Ci misi un po’ a svegliarmi e a capire. Mentre preparavo il caffè e lo maledicevo lui camminava nervoso in quella micro mansardina che avevo preso in affitto. Nella parete, quella vicina al portone, i proprietari avevano posizionato anche uno specchio enorme. Questione di prospettive, magari poteva sembrare più grande il tutto, pensavano loro. Beh, il trucco non funzionava, era sempre un buco quel posto e in più avevo paura che se Riccardo non si fosse calmato prima o poi ci sarebbe andato a sbattere addosso a quell’inutile specchio pacchiano e sproporzionato. C’era comunque poco da capire. La solita storia di sempre. Aveva di nuovo discusso con lei. Più lo ascoltavo e più capivo quanto era innamorato, quanto tenesse a quella ragazza. Per me era un po’ una stronza, lo ammetto, ma no, lui non condivideva. Per niente. Diceva che alla fine era lui che sbagliava. Non ero convinto ma smisi di interromperlo. Dopo un po’ non lo interruppi più. Lo ascoltai e lo lascia sfogare. Alle quattro di notte ci salutammo, lo abbracciai, gli dissi che gli volevo bene, gli confermai che secondo me lei era un po’ una stronza e me ne tornai a dormire. Lui mi sorrise e si diresse alla stazione intenzionato ad andare da Teresa per farsi perdonare. Di cosa poi, io più ci ripensavo più non riuscivo a capirlo. Ma questo non è importante. L’amore prende sempre direzioni strane. Ed ognuno sceglie quelle che preferisce. Per fortuna.

Riccardo poi piano piano è cambiato. Sempre di più. Sempre più ansioso, più nevrotico, sempre con quel cazzo di cellulare  a portata di mano perché se lei avesse fatto uno squillino (e lo faceva ogni dieci minuti) lui doveva rispondere all’istante. Squillino e fottutissimo contro squillino. Guai farla aspettare. Se non rispondeva lei entrava in paranoia. Un giorno, per risponderle il più in fretta possibile, mancò poco che Riccardo non si spaccasse la testa per scendere da una scala dove era salito per cambiare una lampadina.  Scivolò, cadde, si rialzò, prese il cellulare, rispose al suo amore e poi si accasciò esausto e dolorante sul divano. Cose da far venire il mal di stomaco. Io lo sfottevo però stava davvero cambiando, non era più come i primi tempi, si stava intristendo, o almeno a me così sembrava.

-Ehi Ricca ma lo sai adesso la tua bella mentre ti fa lo squillino cosa fa?! Lo sai sì che Ravenna è piena di bei maschioni vogliosi?! Lo sai adesso come sta messa?!! E gli mimavo la posizione erotica della sua bella. Però niente, non reagiva, non scherzava più come prima e a me passava anche un po’ la voglia di fare lo scemo.

Un giorno io, Riccardo, Tommaso e Simone andammo al funerale del nonno di un nostro amico di Parma. Forse non era il giorno adatto, era pur sempre morto il nonno di quel nostro amico però a noi dopo quel funerale ci venne una gran voglia di spassarcela in città. Tutti convinti, tranne uno, ovviamente! Già che siamo qua, perché non fermarci, pensavamo noi. Ci avevano parlato di un bel locale dove poter andare a ballare. Ovviamente io promettevo a Riccardo che saremmo subito subito tornati a casa, solo il tempo di una birretta e poi avremmo ripreso la macchina. In verità l’idea nostra era quella di dormirci in macchina e tornare solo il giorno dopo a Bologna. Quando alla fine scoprì il nostro trucco iniziò, come era prevedibile, a fare delle storie, come gli succedeva da un po’. Lui doveva tornare. Anche in treno, anche da solo. Doveva tornare a casa, chiamare la sua fidanzata e dirle che l’amava e doveva dirglielo chiuso tra quattro mura. Noi questo lo sapevamo e però quella sera non volevamo proprio farci impietosire. Tirò fuori pure la scusa del mal di pancia. Questa storia mi mandava fuori di testa. Non poteva ridursi così. Era un bravo ragazzo, non l’avrebbe mai tradita, perché lei non si fidava? Perché rifiutava che lui fosse felice e spensierato per una sera con i suoi amici? No, lei non mi è mai andata a genio, e la cosa era reciproca immagino perché alla fine della fiera è riuscita a portarlo via da me e da tutti i suoi amici. E lui non ha fatto niente per opporsi. Ovvio, nessun rancore da parte mia, nessun problema. Mi era dispiaciuto un po’, certo, ma poi basta, era quello che voleva e andava bene così. Io ho fatto lo stesso, forse ho fatto anche di peggio e dovrei chiedere ancora scusa migliaia di volte a molte persone che forse si sono sentite tradite da me e dal mio comportamento. Ma poi ognuno sceglie la propria strada. È giusto che sia così.

Con Riccardo ci siamo persi di vista. Ognuno dietro alle proprie storie, sbagli, egoismi, sogni, incomprensioni, paure, solitudini. Riccardo poi dopo il matrimonio se ne è andato in Veneto con lei. Lavorava per una multinazionale americana. Una volta dopo il suo matrimonio ci siamo anche rivisti. Passavo dalle sue parti. Un caffè veloce. Abbiamo ricordato, abbiamo riso, abbiamo condiviso però qualcosa era cambiato in noi. Non c’era più quella sintonia di un tempo o forse semplicemente eravamo solo cambiati. Altre esperienze, altre scelte, altre strade. L’affetto invece rimaneva, quello lo senti a pelle, non c’è niente da fare. Io continuavo a volergli bene.

Come una brutta storia da telefilm di terza categoria ho saputo poi che lei si è invaghita del suo commercialista e che Riccardo dopo conati di vomito, urla, stress, tristezza, delusione ha cercato di perdonarla. Ha tentato ma quell’ombra era ormai dentro di lui. Ha elaborato il suo e il loro fallimento e ha voltato pagina. Almeno così mi ha detto l’altro giorno per telefono. Fatto sta che abbiamo deciso di farci una vacanza  insieme. L’ho detto anche a Dario e Massimo e ci saranno pure loro. Ognuno di noi abita in regioni diverse, però sembra proprio che stavolta ce la facciamo. Sarà bello ritrovarsi. Una zingarata come ai vecchi tempi. Chissà cosa ne verrà fuori? Chissà quanto è cambiato in noi dai tempi di Bologna? Manca meno di una settimana. Ho proprio voglia di rivedervi. A presto amici miei.

P.s. Che poi se proprio devo dirla tutta il mio amico nemmeno si chiama Riccardo, che poi Riccardo potrebbe essere la storia di tanti miei amici, potrei essere io, potrebbe essere la mia voglia di scrivere, potrebbe essere altro e comunque basta, ho già scritto troppo e queste spiegazioni sono del tutto superflue.

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Meschino

“..è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.”

00.-G.Berengo

Mi hai odiato ed hai odiato te stessa. Mi hai dato del meschino. Nessuno l’aveva fatto prima, ma va bene così. E poi cattivo, egoista, insensibile. Sei riuscita pure a rinfacciarmi tutto quello che avevi fatto per me. Le lunghe camminate a piedi per arrivare fino a casa mia. Pensa un po’. I regali. Le telefonate. I baci. Tutto mi hai vomitato addosso. Avevi investito del tempo nella nostra relazione ed io avevo distrutto ogni cosa. Fosse stato per te non sarebbe mai successo. Ormai avevi scelto. Poche chiacchiere, poche domande, pochi dubbi. Andare sempre avanti e non perdersi dietro alle nuvole. Certezze, ordine, praticità. Altre voci da aggiungere al tuo curriculum, altri obiettivi da raggiungere per aumentare la tua autostima, altri traguardi per non deludere le aspettative di tua madre. Però scusami tanto, ma di cosa stiamo parlando? Di contabilità?  Di rate per un nuovo televisore al plasma? Di diritto privato?

Discorsi senza senso, discorsi tra sordi dentro una brevissima storia d’amore. Cosa cercavi in me? Cosa volevi? Era passato così poco tempo da quando ci eravamo conosciuti. Ma tu avevi fretta. Dovevi catalogare. Impacchettare. Spedire. Quello che sapevi era già sufficiente, ti era bastato un attimo per capirlo. Ti era bastato proiettare immagini di altre storie per fare di me qualcosa che esisteva solo dentro alla tua testa. Correvi veloce, ma non nella mia direzione. Volevi tutto e subito. E poi alla fine quando mi hai detto che mi amavi ti sei sentita umiliata solo per il fatto di non aver ricevuto in cambio parole che avresti voluto sentirti dire. E da quel giorno, è vero, sono cambiato. Pure tu. Sei diventata rancorosa, gelosa, morbosa, polemica, insicura, isterica. Eri convinta che ti tradissi quando in realtà avevo occhi solo per te. Ma questo non lo potevi vedere, eri troppo concentrata su te stessa e sui giudizi degli altri.

Sapevi così poco di me però anche questo sembrava non interessarti. Bastava il tuo manuale, questo era sufficiente. Idee chiare. Ragazza ambiziosa, concreta, testarda. Sapevi già tutto. Mai una pausa. Da qui all’eternità. Cosa cercavi? Non lo so. Però quello che cercavi non ero io, avresti dovuto capirlo, avrei dovuto capirlo. Io non potevo essere la tua arroganza, la tua superficialità, i tuoi luoghi comuni, la tua intolleranza, le tue finte sicurezze, la tua ipocrisia, il tuo ordine. No. Non ero i tuoi paroloni che contraddicevano le tue azioni. Mi amavi, così dicevi ma non ascoltavi. Sempre troppo concentrata nel descrivermi le tue qualità.

Ho voluto che finisse, certo. L’ho fatto per te e per me. Ma alla fine sono stato veramente io a volerlo? Non sforzarti, non c’è più tempo. Io non ti amavo, su questo avevi ragione. In quei giorni  non sapevo cosa eravamo, non lo avevo ancora capito, cercavo di capire, cercavo di godermi i giorni insieme a te, di vivere con leggerezza ogni attimo, tutto qua. Tu invece credevi in me, ti fidavi di me, ero essenziale per te, ero fondamentale per te. Su quali basi poi? Mah. Parlavi sempre d’amore. In continuazione. Parole, parole, parole. Cosa tu pensassi dell’amore però non l’ho mai capito. Amare per me se proprio te lo devo dire è non preoccuparsi di poter sbagliare, è mettersi in discussione, ridere, piangere, restare nudi e indifesi, prendersi in giro, non prendersi mai troppo sul serio. È fantasia. Pazzia. Caos. Amare per me è interpretare il bene dell’altro e non ostacolarlo per egoismo, possesso, insicurezza. Amare è abbandonare i vecchi pensieri, gli insegnamenti, mettere in discussione la propria identità, lasciarsi sfiorare ogni tanto dalle domande dell’altro, lanciarsi nel vuoto. Amare non è firmare un cazzo di contratto a vita ma vivere l’istante. Vivere l’oggi non per paura dei progetti come ti piaceva ripetere ma per il coraggio e la voglia di gustarmi ogni momento. Quali progetti poi? Niente. Tempi diversi. Due mondi diversi. E poi devi anche sapere che se non usavo frasi romantiche, se non ti facevo promesse per conquistarti, se a volte mi chiudevo nei miei silenzi non era perché volessi essere frivolo, immaturo, cinico, distaccato, irraggiungibile, quando mai, ero solo coerente con le mie idee e con la mia vita che non hai avuto la voglia di conoscere. A differenza tua non volevo essere tranquillizzato, volevo solo che tu fossi te stessa. E invece mi hai giudicato secondo le tue raggiunte sicurezze e secondo le tue passate esperienze fatte di piccoli uomini sempre uguali a se stessi. Mi hai confuso con qualcun altro e hai fatto la tua scelta. Non sei riuscita a conoscermi un po’ meglio, come non ci sono riuscito io. Però io non ho mai detto che ti amavo. C’è un po’ di differenza. Comunque non è obbligatorio stare insieme, credo che questo adesso tu l’abbia capito.

Io invece continuo a non capire quelli che proprio non riescono a starsene da soli. Quelli che prima di lasciare devono trovare un altro porto sicuro su cui attraccare. Quelli che non riescono a vivere nemmeno due settimane con le proprie forze e con le proprie fragilità. Quelli che si accontentano e si nascondono dietro le spalle dell’altro senza mai guardarsi allo specchio. Quelli che sono terrorizzati nello stare un sabato sera da soli con se stessi. Tornando a te, perché parlavi sempre d’amore? Perché hai rovinato tutto?  Perché non mi hai dato il tempo di conoscerti un po’ di più? Amare, amare, amare. Perché sto continuando a pensarci? Perché se ne parla così tanto? Perché scrivo cazzate? Perché dell’amore ancora non ho capito nulla? Tutte le esperienze di questo mondo a cosa servono? Mi sento oggi più che mai come un bambino di fronte alla vita. Pronto a partire, libero e curioso, con le mie contraddizioni, la mia confusione e il mio entusiasmo. Senza paraocchi. Pronto a sbagliare ancora, a non accontentarmi, a soffrire, a far soffrire, ad amare a modo mio, ad amarmi ogni giorno di più.

Questi pensieri confusi, tranquilla, sono solo per me, non li leggerai mai, quello che c’era da dire è già stato detto. Adesso non c’è più tempo e non ho più voglia. Però ogni tanto lo ammetto, penso anche a te. Ripenso a quando ci siamo incontrati la prima volta al concerto dopo che mi avevi rovesciato la birra sulla camicia, ai giorni passati insieme nel casolare in toscana, al bagno di notte alle terme di Saturnia. Sei anche questo per me. E adesso ci ripenso con tenerezza e allegria. Sono sicuro che non te lo aspetteresti mai. Devi continuare a crederlo. È giusto così. Ho voluto che finisse. Ho voluto cancellarti dalla mia vita come mi hai scritto tempo fa. Avevo cancellato anche il tuo numero se proprio devo dirlo. E l’ho fatto ancora. Così avrai il tempo per dimenticarmi e per trovare una persona come te. E non ci metterai molto. Quelle come te ottengono sempre quello che vogliono. Salvo rare eccezioni. Troverai sicuramente qualcuno che ti aiuterà a realizzare i tuoi sogni. Qualcuno che ti darà quello che non potevo darti io, qualcuno che saprà ascoltarti. Qualcuno con cui condividere la vita. E niente, ti auguro felicità, davvero. Adesso però lasciami andare, non cercarmi ancora, non portarmi a distruggere definitivamente alcuni ricordi di momenti allegri passati insieme. Lasciameli ricordare con piacere e in pace.