La maturità

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-C’è qualcuno in questa classe che si è messo in testa di portare italiano alla maturità… cose da pazzi! Vi dovreste solo vergognare! Non avete pudore, siete solo degli ignoranti!

Ogni mattina quella troia della professoressa di italiano così, pressappoco, si rivolgeva a me. A me certo, perché italiano lo portavamo in due, in due su ventiquattro: la Rossi, la secchiona, otto di media in tutte le materie, e il sottoscritto, che come il resto della classe oscillava tra quattro e cinque.

Non farò mai nomi e cognomi, non li ho mai fatti, poi se li faccio li invento. Davvero, non mi importa, non ha senso, è passato ormai tanto tempo. Non porto rancore, e poi quella professoressa non mi ha certo rovinato la vita però devo ammettere che l’ultimo anno al liceo scientifico non è stato affatto semplice per me.

Sapevo fin dall’inizio che sarei stato ammesso con quattro ma me ne fottevo altamente. Questione di principio, di orgoglio, di stupidità, vai a sapere.

Ricordo sempre le prime parole della troia, quel primo giorno, quando in classe facemmo la sua sgradita conoscenza. Così si presentò:

-sapete ragazzi, io la sera prima di andare a dormire chiudo sempre a chiave i cassetti dove metto i coltelli della cucina, non si sa mai, qualcuno potrebbe venire a sgozzarmi nel cuore della notte mentre sto dormendo!

Ok. Benvenuta. Solo questo ci mancava!

Scoprimmo poi, con poco sorpresa da parte nostra per la verità, che aveva chiesto il trasferimento dalla scuola dove prima insegnava perché tra le altre cose un ragazzo le aveva tirato un banco addosso! Il nostro eroe quel ragazzo.

Ogni mattina, la cara professoressa, come un’invasata, prima di entrare in classe, girava intorno alla sua Clio blu quelle sette otto volte. Come una molla impazzita controllava ogni millimetro della sua macchina. Aveva  proprio tanta tanta paura che qualcuno le facesse un brutto scherzo. E non aveva tutti i torti. Direi proprio di no. I suoi timori infatti diventarono realtà quando una mattina due miei amici le bloccarono tutte le serrature con la gomma da masticare. Cose che succedono quando sai come farti voler bene.

La zoccola in questione era una donnina secca secca, tutta ossa e nervi. Rughe e disperazione. Consumata dal tabacco, dall’alcol e dalla vita. Non si era mai sposata, non aveva figli. Abitava con una madre paralizzata. Le sue frustrazioni, come purtroppo a volte accade,  le sfogava su di noi appena entrava in classe.

Per quanto mi riguarda devo dire che non ho mai fatto atti di vandalismo, non ho mai tirato banchi addosso alle insegnanti, né messo gomme da masticare nelle serrature delle macchine, non è mai stato nel mio stile però purtroppo avevo commesso una colpa ancora peggiore e ormai ero diventato il suo bersaglio, la sua ragione di vita. Il suo odio me lo sputava addosso ogni volta che ne aveva l’occasione.

Entrava in classe, con una cura maniacale sistemava quelle sue quattro cazzate sulla cattedra e poi si concentrava su di me. Sia ben chiaro, mai che mi avesse guardato negli occhi, mai. Non diceva mai il mio nome, ma parlava di me, sempre.

Come mi ero permesso di infrangere le sue certezze e le sue regole?! La Rossi, la cocchina, passi pure, ma uno scarafaggio arrogante e presuntuoso come me perché aveva avuto l’ardire di scegliere tra le due materie proprio italiano?

Fottiti puttana, mi hai torturato, mi hai umiliato, mi hai fatto incazzare, mi hai fatto svegliare nel cuore della notte sudato e impaurito, tremante e con attacchi di pianto ma non mi hai certo fatto cambiare idea. Lessi di tutto. Studiai come un pazzo. D’Annunzio. Leopardi. Pirandello. Svevo. Manzoni, e chi più ne ha più ne metta. Tutto. Anche cose fuori dal programma. Federigo Tozzi per esempio. Luciano Bianciardi anche. Ero teso. Ero diventato intrattabile. Avevo anche iniziato a mangiarmi le unghie, cosa che non avevo mai fatto prima e che non mi è più capitato di fare dopo quell’ultimo anno.

La mia ragazza mi ha aiutato, mi ha sopportato, mi ha fatto ridere quando avrei solo voluto mandare tutto a farsi fottere. I miei genitori pure, mi sono stati vicino. Hanno anche provato a farmi cambiare idea, mi consigliavano spesso di scegliere un’altra materia dove avevo voti migliori, ero ancora in tempo. Niente da fare. Non volevo dargliela vinta a quella grandissima megera. E poi c’erano le “riunioni politiche” nella soffitta del mio amico. Per fortuna avevo anche loro, i miei pazzi amici. Per fortuna! Ricordo le nostre chiacchierate interminabili, le nostre partite a poker,  la nostra voglia di rivoluzione, Paolo Conte nello stereo e la bottiglia di jack daniel’s chiusa a chiave nell’armadietto di Andrea dove la nonna non sarebbe mai potuta andare a controllare.

Ricordo una delle mie ultime interrogazioni prima della maturità.

Argomento: Il paradiso di Dante.

Porca puttana!!

Dante mi è sempre stato un po’ sul cazzo, lo ammetto. A parte l’inferno che era più movimentato e peccaminoso, per il resto due palle incredibili! Comunque. Chi chiamiamo, chi non chiamiamo. Il solito balletto. Dieci minuti per decidere… sempre così, sempre la solita vecchia sadica troia!

Tocca ad Arianna. Non ricordo più la domanda che le fece. Ricordò però che Arianna non rispose e se ne tornò immediatamente al suo posto con quattro. Tempo effettivo: trenta secondi. Sempre la stessa solita storia. Lurida puttana! Arianna piangeva mentre le venivano indirizzate offese gratuite.

Adesso chi chiamiamo?

Dai, coraggio, sono pronto! Eccomi. Tocca a me.

Per amore di verità quella domanda non la sapevo. Non avevo la più pallida idea di cosa stesse farneticando.

Mi avvicinai alla cattedra con fare sicuro, lasciai che mi fosse ripetuta la domanda e con calma le dissi che non conoscevo la risposta. Mi invitò, senza troppi giri di parole ad andarmene. Ovviamente il voto sarebbe stato un quattro, tanto per cambiare.

-Mi spiace ma io non torno a sedere. Io resto qua. Lei adesso mi fa altre due domande. Altre due e se non rispondo poi può pure mandarmi a sedere, può fare quello che vuole, ma non adesso. Adesso non sarebbe giusto, come non è stato giusto mandare la B. al suo posto con una sola domanda.

Non l’avessi mai detto! La troia iniziò a tremare toccandosi istericamente gli occhiali. Rimase in silenzio per quei dieci secondi e poi balzò in piedi facendo cadere la sedia alle sue spalle! Iniziò a correre tra i banchi come una belva inferocita! Non riuscivo più a seguirla. Non capivo cosa cazzo stesse facendo. Muoveva la testa come una biscia impazzita, si schiaffeggiava le braccia, si stropicciava la gonna e poi, all’improvviso, come ispirata dall’alto, fermandosi ad ogni banco ripeteva ad ognuno la sua litania:

– Voi siete dei ragazzi violenti! VIOLENTIIII!!!! Avete capito?? Siete violenti, arroganti e presuntuosi. Voi mi fate paura!

Io la stavo aspettando. Restavo immobile mentre lei, per l’ennesima volta, ci raccontava di sua madre paralizzata, dei suoi problemi, della sua solitudine. Peccato che a me non me ne fottesse un cazzo dei suoi problemi. Volevo solo che mi facesse le altre due domande. Solo quello stavo aspettando.

E così fece.

Risposi alla seconda. Niente di entusiasmante, per la verità .

Risposi anche alla terza domanda sempre su quel cazzo di paradiso di dante.

Un po’ meglio questa volta, niente di eccezionale, passabile dai.

Appena finito di rispondere dal fondo della classe ricordo però che partì un applauso fragoroso! La troia sbiancò. Gianni sbatteva i piedi sotto al tavolo. Simone lanciava pezzetti di quaderno in aria. Cristina e Giada alzavano le braccia in segno di vittoria. Una bolgia infernale, insomma.

Appena tornò la calma lei mi chiese se poteva andarmi bene un sei.

Presi quel sudatissimo sei e me ne tornai al mio posto.

Quel voto non alzò certo la media, ovviamente. Fui ammesso con quattro.

La mia fortuna però fu che quell’anno c’era una commissione esterna alla maturità. Il professore era un ragazzo giovane con una barba incolta. Il tema fortunatamente andò molto bene. Scelsi quello “libero”. I valori del passato da portare nel presente eccetera eccetera, qualcosa del genere. Ricordo che citai l’urlo di Munch, Martin Luther King, Antonio Gramsci, Guernica di Picasso e altro. Parlai della resistenza e chissà, forse il professore era un comunista come lo ero io in quel periodo, boh, vai a sapere, fatto sta che rimase molto impressionato. Anche l’orale andò bene. Presi finalmente la mia rivincita e immediatamente dopo partii con la mia vespa e la mia tenda per l’isola d’Elba. Al ritorno appena il tempo di recuperare un po’ le forze e di nuovo in viaggio, destinazione Spagna. InterRail. Un’estate fantastica!

Ripensandoci adesso, vorrei non essermela presa così tanto per quei miei piccoli problemi, avrei potuto godermi di più quell’ultimo anno di scuola! Certo, avrei potuto vivermi i miei diciott’anni con più leggerezza ma non importa, va benissimo così!

Adesso, mentre scrivo, ripenso a quel periodo con tenerezza però, ancora oggi, desidererei tanto che a certe persone fosse severamente vietato insegnare. L’insegnante insieme al genitore è il lavoro più difficile che possa esserci. E che cazzo. Possibile che dobbiamo ancora sentire storie ignobili di violenze, di soprusi, di prevaricazioni. Ok, devo stare calmo che fa caldo! Possibile che non si riesce ancora a fare abbastanza per evitare certe degenerazioni? Possibile che tanti bambini fin dalle elementari debbano ancora subire la prepotenza e la cattiveria dei grandi? Lasciate stare i bambini, per favore. Per favore. Ok. Basta, sennò mi innervosisco di nuovo. La smetto, giuro. La smetto e vado a farmi una birretta fresca, che è meglio!

 

 

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Compagni di sbronze

on air: into the mystic Van Morrison

Ma quante siete!  Quanto siete belle! Io mi perdo mentre voi oziose, placide e bianche vi lasciate cadere con coraggio ed incoscienza dai rami più alti degli alberi. Io ci provo, provo a prendervi! Ci provo perché siete soffici, innocenti e leggere! Perché siete la risposta che non trovo e che vorrei. Perché siete l’allegria che mi manca da tempo. E allora vi inseguo! Corro mentre vi abbandonate alla bellezza ed alla grazia del volo senza il peso di tutte quante le stupide domande degli uomini. Incuranti della gravità, dei miei piccoli affanni, della mia irrecuperabile sensibilità. Siete solo natura. Natura e vita! E allora cosa posso fare io con voi?! Ammirarvi, questo solo mi è concesso!! Ammirarvi mentre vi lasciate cullare da calme e dolci brezze di vento. E ringraziarvi mentre dispettose giocate con la fantasia dei bambini e con i miei pensieri ingarbugliati facendomi provare per un attimo un infinito senso di piacere e di pace!

Poi però, senza che possa farci nulla, veloci e improvvise cambiate direzione. Salite in alto, andate dove volete, andate dove io non posso andare. Raggiungete anche quella nuvola buffa che a me sembra proprio un cucciolo di cane steso a pancia in su nell’attesa solo di un po’ di coccole! Lo ammetto, oggi vorrei venire con voi! Oggi lo vorrei! Anche solo per capire. Per capire se c’è una via d’uscita, se c’è un altro frutto antico che ancora non conosco, se l’odore che sogno ogni notte è reale e può finalmente scacciare questa apatia che ogni tanto torna a farmi visita. Fosse solo possibile per me accettare una volta e per sempre questa distruttiva e destabilizzante anarchia!

Sì, vorrei andare via! Andarmene lontano. Lontano dalla volgarità dei luoghi comuni. Lontano dai miei morsi avidi sulla loro mela proibita. Andarmene da solo. Solo con la mia confusione e con la mia straordinaria unicità. Con le mie poesie e con la mia eresia. Soltanto io. Sterminato e immenso come rugiada su gigli di campo. Lontano dall’arrogante nullità e dalla stucchevole cortesia degli uomini. Dalla loro morale intollerante, dalla loro comunione e dal loro buon natale, dai loro buongiorno e buonasera del cazzo. Lontano dalle loro infallibili sicurezze fatte di niente. Lontano dalle loro ingannevoli illusioni e dalla loro volgare ignoranza.

A volte però, quando viene la notte, mi manca la forza. Altre volte invece paura e piacere si fondono insieme. A volte non distinguo nemmeno il falso dal vero. Manine dove state andando? Sentirò forse in lontananza ancora per poco questo impercettibile, seducente e ormai irraggiungibile canto di sirene. Tutto finirà, lo so. Sarà stato soltanto un attimo, niente di più, ma non ha importanza, va bene così perché ancora una volta sono riuscito a fotografare cose che altri non vedranno mai. Le mie fotografie di spazzatura e fiori.

Sì, ve ne andrete lontano. Sempre più lontano fino a raggiungere quella meravigliosa ragazza! Sicuramente volerete sopra di lei e la vedrete schizzare tra una macchina e l’altra con la sua bici verde oliva arrugginita mentre il pantalone le si impiglia nei bulloni del pedale!

Lo so, sarete già lontane mentre qua è quasi arrivata la sera. Mentre continuo a parlare di nuvole col tenente. Il tenente che se ne sta davanti alla griglia sommerso da zucchine, melanzane, salsicce, bistecche al sangue, fumo e canzoni. Il tenente che ha la barba lunga di sei giorni, pantaloni larghi a fiori e vicino a sé tiene la sua inseparabile chitarra e la sua erba bianca. Il tenente che ha paura di innamorarsi ancora, che avrebbe tanta voglia di potersi lasciare andare come un tempo. 

E poi stasera c’è anche Serena. Serena che prepara un filtrino, aspira e poi aspetta. Serena che sospira e sogna di poter finalmente far conoscere in giro i suoi cortometraggi. Serena che vorrebbe tanto lasciare il negozio di scarpe dove da anni lavora annoiata e distratta con una madre troppo apprensiva e bigotta. Serena che pensa a lui.

-perché se vedo qualcuno di spalle spero che sia lui, lui che non è qua, lui che chissà adesso dove sta, con chi sta?!! Perché continuo ad addormentarmi sempre con il cellulare sotto al cuscino sperando nella sua buonanotte?!! Perchè?!! Basta, adesso lo chiamo! Sono ubriaca, lo so, ma chi se ne frega; ridicola, patetica, ma ‘sti cazzi, ho solo voglia di sentirlo! Di provarci! Di dirgli che mi manca. Di chiarire, di essere me stessa come sempre, nel bene e nel male!!-.

Poco lontano da noi, come sempre capita, anche questa volta Barry White deve polemizzare. Il vecchio brontolone lo deve fare. Regolare. Un orologio svizzero! Al terzo bicchiere diventa molesto e mi piace!!

-ehi amico, cazzo dici, parli con me?! Porca troia, lo sai, sono contrario alle canzoni sfumate! E che cazzo, questo solo chiedo: se ti prendi la responsabilità di farci ascoltare rock’ n’ roll suicide allora devi lasciarmela fino alla fine!! É chiedere tanto?!!! Non mi sembra! E allora, puttana lurida, devi farmi ascoltare David Bowie e quella sua ultima stramaledettissima nota del cazzo!! Se cambi sul più bello mi uccidi! Mi spezzi un’emozione e mi fai incazzare parecchio! Te ne rendi conto, sì o no?! Niente, ma che te lo dico a fare, tu non puoi capire, tu sei arido dentro e sei proprio una brutta persona! Sai cosa ti dico biondino?! Fottiti! Sì, hai capito bene, F-O-T-T-I-T-I!! Fottiti e torna alle tue canzoncine da teenager del cazzo!-

Intanto i piccioncini fritti e rifritti, cotti in forno con patate e rosmarino, ignari del mondo e delle sue bizzarre creazioni, continuano ad accarezzarsi lievemente. Come al solito impantanati nel loro microcosmo intriso di paroline dolci, sguardi complici e baci veloci. Lei; autoritaria, fredda, gelosa, ansiosa, sicura del loro futuro e dei loro obiettivi. Lei che tiene ancora un telo sul loro divano, comprato ormai più di due anni fa, semplicemente per paura di sporcarlo, per paura di vivere. Lei che ha invaso la loro casa di fotografie per ricordargli quanto è fortunato. Lei che continua ad allontanarlo dai suoi amici. Lui che non ride più come prima.

E poi c’è Bakunin: -ne scrivi di cazzate, bello mio, complimenti! Sempre pronti a sputare sentenze, a catalogare, a giudicare! Vi ostinate a proiettare sempre la vostra vita e le vostre idee personali sulla vita degli altri! Ma con quale diritto? Ma cosa ne vuoi sapere se loro due sono felici così? Se lui è felice? Dove tu, vecchio compagno di sbronze delle mie palle vedi limiti magari loro trovano l’infinito, ci hai mai pensato a questo?-

Arsura intanto fregandosene beatamente di tante discussioni pseudofilosofiche, dopo un riuscitissimo rutto intona un potente inno alla fica, inciampa nella radice dell’ultimo abete e rotola beato e soddisfatto a fondo valle. Giada lo guarda divertita. Poi continua a ballare e a bere e si accende un’altra diana blu. Giada con la sua inseparabile macchina fotografica che cerca bellezza nelle luci delle candele stese sull’erba umida. Giada che disegna pesci ciccioni, beve tennent’s, legge novelle di Gianni Rodari, ruba ciliege dagli alberi e ci regala armonia ed eleganza.

Lo scoiattolo burlone invece si gratta la pancia divertito, il tordo tace sotto alla grande luna bianca e la faina sorride alle donne degli altri. Il pavone poi mostra il suo ultimo tatuaggio, John Lee Hooker suona un altro blues e Franco bacia le labbra della bella straniera. Milos e Lukas, infine, sempre per i fatti loro, guardano estasiati sul ramo più alto di nonno castagno un gatto nero ed uno bianco che si corteggiano sulle note balcaniche di Goran Bregovic.

-…e allora io sai cosa ti dico tenente?! …che si fottano le risposte, che si fottano le speranze e i desideri, io stanotte voglio stare qua, qua ho tutto quello di cui ho bisogno!  Michela, ehi, ricordi quando vedemmo insieme a casa mia Amarcord? Ricordi cosa diceva il bambino all’inizio?! “Le manine sono su è l’inverno non c’è più!” Sì, ho proprio voglia di godermi questa primavera, o quanto meno questa notte!! Sì, ok, va bene, forse hai ragione anche tu, mi sto ubriacando, lo so, però intanto tu stai perdendo tempo… dai, non fare la vaga, non tergiversare, non mordere, muoviti e passami la birra!!-

Per te

“ascolta come mi batte forte il tuo cuore” 

Wislawa Szymborska

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Queste parole sono per te, per la realtà della tua fantasia, per i tuoi occhi vivaci e attenti, per i sogni magici e fantastici delle tue notti, per la tua voglia contagiosa di stupirti, di sognare folletti curiosi a spasso nel tempo e di ricordare i cavalli verdi delle tue fiabe di bambina. Queste parole sono per te perché non smetterei mai di guardarti correre dietro ad un cagnolino per strada, camminare a piedi nudi nei torrenti, rubare grappoli d’uva e cantare con me per ore in macchina, e poi fermarti sul ciglio della strada, raccogliere fiorellini dimenticati e regalarmeli insieme al tuo sorriso e alla tua semplicità. Queste parole sono per te perché gli attimi di felicità si nascondono dentro ai sospiri degli scrittori, nei mandorli di Van Gogh, nei sogni di Fellini, nei tuoi occhi gentili. Sai dirmi perché in questo tempo veloce e colorato mi sono aperto nudo e sincero a te, dolcissimo e sconosciuto fiore? Perché ho condiviso con te, gattina testarda ed orgogliosa le mie gioie, le mie paure, i miei sogni, i miei sbalzi d’umore? Perché come altre sere non ho proseguito libero e indifferente per la mia strada? Perché alla calma rassicurante ed oziosa di un fiume di pianura ho preferito la forza irruenta e imprevedibile delle onde del mare? Non parlare, non adesso. Adesso fermiamoci qua e sdraiamoci nudi e vicini sopra a questo tappeto indiano. Non dire niente. Lascia solo che il fuoco del camino scaldi la tua pelle che risplende alla sua luce. Lascia che questo vino rosso passi dalla mia alla tua bocca. Lascia solo che ti baci la schiena mentre ascolto i tuoi respiri e i tuoi brividi.

Vita nei boschi

on air: Rio Ancho – Paco De Lucia

“un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”

Henry David Thoreau

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L’insegna dell’unica osteria del paese è sempre quella di quando ero bambino. Arrugginita, scolorita e tutta piegata da una parte. Sicuro che prima o poi cadrà in testa a qualcuno, per forza, prima o poi succederà. Quindi adesso basta traccheggiare qua sotto perdendosi nei ricordi, molto meglio entrare. Dopo tanto eccomi di nuovo qua, in questo paesino dimenticato dal mondo, da dio e sì, anche da me per troppo tempo. Quattro cacciatori, gli unici esseri umani incontrati nell’arco di chilometri, sono seduti al tavolo vicino alla finestra e appena mi vedono entrare smettono di giocare a carte, di bere vino, di raccontare aneddoti, di ridere, di respirare e mi fissano come si fissa uno sprovveduto in cerca di guai, come qualcuno che ha appena fatto il più grosso errore della sua vita. Salve, faccio io, sapendo bene che un solo passo falso potrebbe costarmi caro. Salve fa uno di loro. Gli altri continuano a fissarmi come si fissa un cinghiale a pochi metri dal tuo fucile. “È andata bene la caccia?” Ostento sicurezza. Non ci possiamo lamentare mi viene risposto ma la conversazione non decolla, c’è tensione nell’aria, inutile negarlo. E Antinesca? chiedo io. È di là fa quello più socievole mentre si pulisce le unghie col suo coltello. Gli altri tre sembrano paralizzati e parecchio incazzati. Ora mi menano. Cinque minuti e mi gonfiano di botte, sicuro. Antinesca come al solito è di là che la sua osteria è un tutt’uno con la casa. Il posto neanche a dirlo è sempre uguale, sempre lo stesso, nemmeno le sedie ha cambiato in tutti questi anni. Ancora la solita polvere, il solito odore di fritto, il solito congelatore che la notte durante l’estate teneva spento per risparmiare e quando da bambino compravi il tuo cornetto al cioccolato ti sembrava di mangiare una pappiccia geneticamente modificata che a tutto assomigliava tranne che al cornetto al cioccolato che desideravi tanto. Ancora il solito biliardino. I soliti quattro quadri anonimi e i soliti biscotti al finocchio sul bancone. Sì forse anche loro sono sempre gli stessi. E in un angolo, in fondo, al buio e nascosto dal fumo c’è Anselmo che sta leggendo un libro e ovviamente beve vino rosso. Anselmo era un grande amico di mio nonno.

-Ehi Anselmo come stai?

Anselmo è un montanaro rugoso, sdentato e anarchico. Potrebbe avere dagli ottanta ai centoventi anni, non lo so. So però che è un gran bestemmiatore. Le sue bestemmie sono leggendarie, conosciute in tutta la montagna. Ogni tre parole riesce ad infilarci come per magia quelle ventisei, ventisette bestemmie, così, tanto per rendere più chiaro il concetto e per dare colore alla discussione. E mai che una sia uguale all’altra. Questa è la sua forza, questo è Anselmo. Sì, ok, lo ammetto, all’inizio forse può un po’ intimorirti ma poi ti passa, dopo tanti anni ti passa. Anselmo vuole subito offrirmi del vino e guai a rifiutare anche se devo ancora pranzare, anche se preferirei solo un bicchiere d’acqua, anche se sono appena arrivato dopo un viaggio in macchina di sei ore.

-Ma guarda un po’ chi si rivede, il cittadino. ANTINESCA MUOVITI, PORTA IL VINO! Allora ancora ti ricordi delle tue radici, dei tuoi posti?!  QUESTO VINO ARRIVA O NON ARRIVA?? E come mai vieni da queste parti tutto solo? Bravo, bravo, fai come me, non ti sposare che le donne sono solo una gran rottura di coglioni. ANTINESCA VUOI FARCI MORIRE DI SETE! Il signorino sarà ormai abituato a quelle schifezze della città, stai a vedere che mi si è imborghesito ormai, ma ci penso io, ora ti faccio assaggiare roba buona, vedrai.

Anselmo parla, bestemmia e dice che non devo farmi infinocchiare, non devo farmi fregare dall’omologazione culturale, dal pensiero unico, dal profitto. Dice che dobbiamo difendere la diversità e la tolleranza. Dice anche che il vino è come l’amicizia, da gustare. Il vino assomiglia alle persone. E nelle città invece vince il più delle volte il pensiero unico che annulla le differenze, propone modelli vincenti, gusti dolci, seducenti, senza personalità e profondità . Non ci cascare, mi dice, il modo in cui produci il vino riflette chi sei. Ci vuole un poeta per fare un grande vino, non lo dimenticare. Ci vuole amore e piacere. Anselmo dice anche che i vini si devono gustare lentamente, che ci metti del tempo prima di conoscerli a fondo. I vini imbroglioni invece vengono dritti verso di te, ti vengono incontro e poi ti abbandonano. Le persone ormai ci sono abituate, amano essere ingannate da prodotti, da cibi, da vini senza identità. Ad Anselmo piacciono i vini decisi. Quelli molli invece gli stanno parecchio sul cazzo.

Mi alzo e vado a chiamare Antinesca che se ne sta nella sua cucina con la televisione a tutto volume e appena mi vede entrare mi abbraccia e mi bacia. Antinesca è una vecchiettina secca secca che sembra possa spezzarsi da un momento all’altro se la stringi troppo forte però l’aspetto non deve certo ingannare. Basti sapere che in tutti questi anni è riuscita a tenere a bada con ironia, simpatia, forza e furbizia ubriaconi, cacciatori, bestemmiatori, ragazzini e chi più ne ha più ne metta. Ricordo che qua nella sua osteria da bambini organizzammo anche uno spettacolino per parenti e amici. Anzi un signor spettacolo, diciamolo. Le ragazze se ne stavano pomeriggi interi a provare i loro balletti sotto ai castagni nell’attesa del grande giorno. Noi maschi invece no, noi eravamo un po’ più sfaticati e un po’ più per l’improvvisazione del momento. Dario, un mio amico ad esempio doveva fare l’imitazione di Maradona, così era stato deciso, e per rendere il tutto più credibile la sera dello spettacolo iniziò anche a palleggiare e vedendo che il pubblico apprezzava parecchio prese coraggio e si spinse oltre, lasciò perdere il copione e si cimentò in una rovesciata mitica rischiando di spaccarsi la testa. Si salvò per fortuna però l’unico inconveniente fu che il pallone finì preciso preciso contro la mensola dove erano sistemate tutte le bottiglie di liquori. Un disastro e i soldi guadagnati aimè ci servirono per ripagare il danno però ancora a distanza di anni posso dire che quella fu davvero una gran bella rovesciata!! Antinesca adesso mi prepara in tutta fretta una busta con del formaggio e del pane. È forte Antinesca però sta invecchiando e tra qualche mese dovrà chiudere. Troppe spese, troppi cambiamenti dovrebbe fare nella sua osteria per andare incontro alle richieste dell’asl e poi da queste parti non è più come prima, adesso non viene quasi più nessuno e lei è stanca. Torno da Anselmo, beviamo e mi lascio conquistare ancora una volta dai suoi racconti. Mi parla delle tradizioni contadine, delle stagioni, del suo orto, dei suoi libri. Gli dico che ho voglia di fermarmi nella casa dei miei nonni per qualche giorno e che voglio raccogliere castagne come facevo da piccolo, cercare funghi e  starmene tranquillo per un po’ lontano dal trambusto della città. Ho anche bisogno di capire, di fare chiarezza, di ritrovarmi, di starti lontano, di stare lontano da tutti per un po’. Questo però non glielo dico. Anselmo mi versa da bere e mi parla dei castagni. Del fatto che un tempo i castagneti erano tenuti come giardini e adesso invece guarda qua sono quasi tutti abbandonati. Mi racconta che il lavoro iniziava già a primavera. A primavera bisognava potare i rami e tagliare i polloni che altrimenti avrebbero tolto linfa vitale alla pianta. A settembre poi bisognava ripulire il sottobosco, tagliare l’erba e con il rastrello raccogliere le foglie secche che poi sarebbero state bruciate e così nel mese di ottobre sarebbe stato più facile il raccolto. I quattro cacciatori ormai tranquillizzati dalla mia presenza si inseriscono nella discussione e ci parlano della loro mattinata a caccia. A me non piace la caccia, ma qualcosa mi dice di non rovinare l’armonia creata con tanta fatica. Mi dicono che hanno preso due lepri e che la lepre è molto furba. Ad esempio, racconta il cacciatore col coltello, quando c’è la neve vedi le sue impronte per un po’ e poi all’improvviso più niente. Il cane la segue, sente l’odore e poi all’improvviso più niente. Lei per far perdere le tracce improvvisamente salta a destra o a sinistra. Ma non un saltino, macchè, un salto incredibilmente lungo e il cane resta lì inebetito a chiedersi dove diavolo se ne sia andata quell’infame di lepre. Non ci sono più impronte, non si sente più l’odore e lei chissà dov’è. Ovviamente non sempre riesce a salvarsi. Ovviamente faccio il tifo per la lepre ma mi rendo conto che anche questa cosa è meglio non dirla.

Ultimo sorso. Saluto Antinesca e i quattro cacciatori. Accompagno Anselmo a casa. Prima di andare via mi regala un po’ di legna per accendere il fuoco e due bottiglie di vino. Gli dico di fare attenzione e di non avventurarsi da solo nel bosco che non è più un ragazzino. Per tutta risposta mi regala anche una sfilza di nuove bestemmie e poi si allontana lento e ingobbito in compagnia dei suoi due bastoni. Salgo di nuovo in macchina e imbocco una stradina sterrata. Vado verso la casa che è ancora più isolata e abbandonata. Sono ormai vicino, tengo i finestrini abbassati, guardo ogni albero che incontro e respiro come non facevo da un po’.

Fiore di campo

“quei giorni perduti a rincorrere il vento

a chiederci un bacio e volerne altri cento…”

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Scendo verso il torrente lasciandomi alle spalle il prato giallo di ginestre e la luce del giorno. Un primo piano con molto contrasto, poi a sfumare. Le nostre mani perse in un valzer in bianco e nero di qualche tempo fa. I nostri passi colorati di rosso e arancione. Per il tramonto terra di siena bruciata. In principio poco colore. Un pennello piatto e largo. Armonia e calda simmetria degli opposti. Peli di seta bianca per una nuova tela da completare. Nella mia mente il miagolio della poiana. Nei miei occhi il volo di un airone.

Mi fermo. Respiro e riscaldo le mescolanze. Raccolgo viole etrusche e rose selvatiche. Fiori di campo per te che senza volerlo mi hai regalato semplicità, leggerezza e allegria quando ormai credevo di essermi perso.
Le voci del paese adesso sono lontane. Il vento si è fermato e i cani dei pastori non abbaiano più. Moltitudini di alberi sempre verdi filtrano pochi raggi di sole. Un folletto delle grotte ti regala un sorriso e tu mi mordi piano la pancia mentre canto una canzone stonata. Mi guardi, ridi e scappi via. Poi ti fermi e ti asciughi la fronte. Hai capelli raccolti. Capelli color miele che ti aggiusti sempre con un gesto della mano che riconoscerei a chilometri di distanza. Orecchini comprati insieme al mercatino delle pulci di Bologna. Ti guardo e vado via.
L’acqua è fredda e limpida. Mi tolgo i vestiti e mi tuffo. Siamo esseri umani meravigliosi, unici e irripetibili. Vieni qua! Tuffati, ho voglia d’amore. Buttati e lascia correre la corrente. Voglio un amore al di là delle esperienze altrui, al di là del saputo. Indecifrabile, destabilizzante, sconosciuto. Voglio follia e cedimenti. Sono nudo e vulnerabile di fronte a te. Nessuna protezione, nessuna sicurezza, nessuna certezza.
Sono lontani i rumori dei clacson di macchine ferme in coda sulla tangenziale. Lontane le sirene, le urla scomposte, i respiri affannati. Lontani anche quei poeti di varietà del sabato sera con indosso ridicole parrucche utili solo a compiacere signorotti potenti che ormai da troppo tempo hanno perso il senso del pudore e dell’umiltà. Uomini senza dubbi, senza sogni, senza fantasia. Uomini refrattari ad ogni cambiamento, sicuri del loro niente, imbalsamati nelle loro fragili menzogne e nel loro potere ridicolo.
Apro la bottiglia di vermentino lasciata a raffreddare nell’acqua cercando ancora di ricordare le parole di quella vecchia canzone popolare che ogni estate la banda suonava alla festa del paese e mi sembra di sprofondare in qualcosa di molto simile alla felicità.
Sei bella e non mi stanco di dirtelo. Sei bella e sai di pane fatto in casa. Assaporo le tue labbra rosse e la smetto, almeno per oggi, di decifrare fondi di caffè.