Il giovane esploratore

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“…Saraghina, Saraghina, Saraghina, la rumbaaaa!”

Federico Fellini

La sera, prima di andare a dormire, recitavo l’atto di dolore. Me lo aveva insegnato mia nonna. Mio Dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati perché peccando ho offeso te… Così suscettibile sei buon dio? davvero ti ho offeso?! 

La domenica mattina poi, con qualche amico, andavo anche a confessarmi nella chiesa del paese. Per me, ogni volta, ogni santa domenica, incenso, zolfo e tradizioni. Esercizio fisico, mentale e spirituale. Così si doveva fare. Così facevamo.

Il nostro cammino per la redenzione era però sempre troppo lungo e per forza di cose sempre interrotto dalle nostre risate complici e dal mitico bar di Rita. – Ragazzi, partitona a biliardino??? – Sì, e chi perde paga il gelato!! – Per me cornetto all’amarena, già mi prenoto!

E poi, dopo il partitone, la confessione. Quasi ogni domenica. Altre domeniche no. A volte andavamo a catturare rane, oppure ci asciugavamo al sole dopo un tuffo nel torrente sotto la chiesa. Sì, ricordo ancora il prete. Grasso per contratto e distratto per natura. Ricordo che tra uno sbadiglio e l’altro, mentre provava a digerire cipolle e pancetta, sopportava le mie parole e i miei segreti. Quanto ho peccato prete? Figliolo, tre padre nostro e cinque ave maria. E perché non cinque padre nostro e tre ave maria prete? Boh. Non importa. Dire, fare, pregare, soffrire. Rosso di sera bel tempo si spera.

Perché parlare con quel vecchio che nemmeno mi stava ad ascoltare? Lui era il potere, lo sapevo, lo sentivo. Lui era l’autorità, la sicurezza, il dogma infallibile. Io invece ero un bambino meraviglioso ed unico come tutti i bambini. Certo, ovvio, qualcosa bofonchiavo, qualcosa dovevo pur dirgli. Confessavo sempre il minimo sindacale però, così, tanto per avere la coscienza pulita. No, non dicevo tutto. Mica gli raccontavo di Paola, non scherziamo! Nemmeno del mio passatempo preferito se è per questo. No, non conosceva tutti quei pensieri profani che mi facevano scoppiare la testa e ribollire il sangue, assolutamente no!

Tutto quel trambusto nella mia testa, chissà, forse in quei giorni era solo dovuto al caso, forse alla curiosità, al metabolismo, alla passione o forse ancora più semplicemente alla voglia di scoprire il mio corpo. Non saprei dire, non ricordo, so solo che la prima volta fu una faticaccia assurda e il risultato decisamente deludente. Però mi ero incuriosito! Volevo afferrarne il senso. Qualcosa mi sfuggiva. Non poteva essere tutto là. Avevo altre informazioni in merito. Insomma, era davvero una gravosa e inebriante missione la mia! Oh mio dio, ero un giovanissimo esploratore di territori vergini e di poesia!

Ben presto, con mia grande soddisfazione e gioia, arrivarono i primi clamorosi ed inaspettati risultati. Fui rapito e conquistato sulla via di Damasco. Niente da aggiungere. Folgorato! Cieco d’amore e di passione! Sì, adesso capivo, era proprio tutta colpa della mia vicina di casa. Ecco quale era il vero motivo. Tutta colpa di Paola! Pensavo a lei mentre le mie mani sfioravano l’ignoto, mentre il mio respiro annaspava. Lei, molto più grande di me. Capelli rossi e sorriso allegro. La spiavo sempre mentre prendeva l’acqua alla fonte. La guardavo piegarsi asciugandosi il sudore della fronte mentre spostava i suoi capelli mossi. Quei capelli! La amavo sempre di più ogni volta che una flebile brezza di vento le faceva alzare di poco la gonna. Quelle gambe, quelle cosce, quel mistero, quel peccato originale! Che momenti, che pomeriggi, che soave poesia!  Un segno, il messaggio del buon dio, la luce al di là della collina! Zuppo di turbamento ed eccitazione mi nascondevo in soffitta e la sognavo, la vivevo, e mi sentivo adulto ed importante tra le sue cosce accoglienti e tremanti. Poi però è finita. L’ho dovuta lasciare. Già. Era diventata prevedibile, noiosa e troppo invadente. La mia Paola era cambiata. Sì, mi ero decisamente stancato di lei anche perché avevo conosciuto una ballerina contorsionista della televisione. Il mondo intero scompariva di fronte a quel visino dispettoso. Facevamo l’amore ogni ora del giorno e della notte. Insaziabile, focosa, porca. Ero distrutto. Poi per un breve periodo mi vidi pure con un’attricetta di terza classe. Aveva un trucco nero, spesso e volgare, un culone rotondo e pieno, seni enormi e sfatti, cosce morbide e grosse. La mia Saraghina voleva essere trattata male. Voleva sentirsi dire parole irripetibili. Ed io la accontentavo con piacere. Le strappavo paure e pudori, la legavo mentre la sua lingua assatanata toccava ogni parte di me, mentre le sue unghie lunghe e sporche graffiavano e facevano sanguinare il mio piacere. Nella mia testa un’orgia di immagini mitiche, carnali e lussuriose.

Asciugavo ogni volta con stupore tutte quelle emozioni! Ogni giorno zuppo di commozione! Ero diventato un santo voluttuoso e nel mio harem davo piacere ad ogni donna che attirava la mia attenzione cercando subito dopo di placare la mia meravigliosa tachicardia con sospiri profondi. Ero felice di commettere i miei soavi e angelici peccati. Le mie donne, quanto le ho amate! Intense passioni consumate nella mia soffitta tra un’ave maria e un padre nostro. Pensieri ed emozioni che il prete, quello di cui sopra, non ha mai ascoltato.

La messa adesso è finita, andiamo in pace.

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Tradimento

“…mia madre mi disse:
non devi giocare con gli zingari nel bosco;
ma il bosco era scuro, l’erba già alta,
dite a mia madre che non tornerò”
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 Salto su un carro merci in corsa con la mia disarmante e infantile curiosità. Sento lo scricchiolare rassicurante del vecchio legno. Odore di rischio, coraggio, libertà. Un predicatore cieco canta un gospel e mi invita a seguirlo. Mi promette strade più sicure e meno polverose. Pepite e risposte. Mi spiace amico ma non lo posso fare. Devo continuare da solo. Alla ricerca di qualche dio, di qualcosa in più, di un altro treno. Lontano come al solito dalla legge del branco. Sorpreso e fragile come un tempo di fronte ad una carezza. Duro e impassibile guardando desolato la tua boria. Refrattario all’incanto dei tuoi regali d’oro. Non ho paura, no, ho solo bisogno di guardarmi in faccia e di scrivere su carta da pacchi consumata e gialla i deliri per le mie notti. Inseguo il mio sogno. Corro verso una nuova frontiera e ripenso per un attimo al giorno in cui una zingara a Granada davanti all’Alhambra mi lesse la mano. Mi promise una famiglia, un cane e una stella polare da tenere in tasca. Avevo diciannove anni, tasche bucate e giravo la Spagna in treno con uno zaino in spalla. Avevo tante stupide idee per la testa. Adesso me ne sto qua con altri sogni e con tante altre stupide idee per la testa. La distinzione tra fantasia e realtà non è affatto necessaria per i miei fini. Se solo tu la smettessi di giudicare ciò che non conosci. Rispetta le mie idee Apapaia. Sì, lo so, ti ho delusa. Lo avevo messo in conto e non posso farci niente. Io non sono e non sarò mai quello che tu vuoi che io sia ma se solo avrai la voglia di ascoltarmi magari un giorno conoscerai qualcosa di me che nessuno ha mai conosciuto. E’ vero, sono cambiato e tu non mi riconosci più. Lo vedi nel mio sguardo. Lo leggi nelle mie parole. Lo vedo nella tua paura. Finalmente orgoglioso delle mie insicurezze, dei miei dubbi, degli sbagli che ho fatto, della mia bellezza. Sei dolce quando menti. Sono più forte di te mentre piango, mentre rido, mentre inciampo, mentre vivo. Non posso fare altro. Ogni notte ti tradirò e tradirò chiunque voglia continuare ad amarmi. Ti tradirò per cercarmi più in fondo, per recuperare l’essenza delle cose, per affrontare gli angoli oscuri e primitivi della mia mente. Fatti avanti allora, non aspettare, sono qua. Graffiami, manda in frantumi il mio fragile vaso di parole vuote, inchiodami alle mie contraddizioni, mordi le mie labbra fino a vederle sanguinare e poi vai via. Non ti fermerò. E poi torna se te la senti. Torna con semplicità, senza rancore, senza supponenza, senza quel bisogno inutile di volermi cambiare, torna soltanto per sentire il mio odore ed io grazie a te cambierò, incrinerò le mie certezze, impazzirò.  Torna senza aspettative, senza recinti, senza il timore di esser giudicata, senza regole. Torna e io ti ascolterò come la spiaggia ascolta i desideri più nascosti delle onde. Torna e dammi le mani. Avrai in cambio dolcezza, comprensione e verità. Torna e dimmi finalmente chi sei.

Radici

“C’è un bambino che sale un cancello

ruba ciliege e piume d’uccello

tira sassate non ha dolori

volta la carta c’è il fante di cuori”

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Lasciare la città per tornare nella mia montagna. Tornare anche per poco, anche solo per seguire le orme di cinghiali e caprioli che mi accompagnano ancora una volta dentro sentieri nascosti, familiari e sicuri dove posso ritrovare sempre il senso profondo del tempo e dello spazio. Fermare il tempo restando in silenzio. Querce, faggi, scoiattoli e poiane. Piume di fagiano, voli di ghiandaie, istrici impaurite, tramontana. Le mie radici stanno qua. Stanno sotto a questo castagno dove i miei nonni ragazzini si baciarono per la prima volta tanti anni fa. Stanno nei canti popolari, nelle poesie recitate a memoria, nelle fiabe sussurrate la sera da vecchi montanari  seduti davanti ad un camino con in mano un bicchiere di vino rosso. Stanno dentro a queste grotte dove tra pipistrelli, umidità e rabbia dormivano, resistevano e lottavano uomini liberi non ancora ventenni.

Come una volta sono di fronte al torrente. Mi inginocchio e lascio riposare le mani nell’acqua. Da piccolo mi dicevano che era pericoloso. Dovevo fare attenzione alle vipere. Mia nonna spaventata mi chiamava ogni volta a gran voce dalla strada. Io però ero già troppo lontano. Le mie mani lasciavano partire barchette di carta ed io immaginavo spiagge esotiche dove poi sarebbero arrivate. Ricordo il mio primo tuffo. Ricordo una lontana sensazione di proibito, di paura e di libertà. Un giorno poi finalmente la convinsi a venire con me. Quel pomeriggio d’estate vicino alla cascata finalmente baciai quelle labbra umide e tremanti. E chissà adesso lei come sta, chissà come ricorda. Sempre qua ho fumato la mia prima sigaretta. Ti ricordi Francesco? Eravamo seduti sul masso vicino al ponte. Eravamo come al solito lontano dagli occhi indiscreti del paese, lontano dalla morale sterile degli altri provando inutilmente anche quel giorno a sentirci un po’ più grandi e più maturi.

In questo torrente ho preso anche la mia prima trota.
-nasconditi bene, non farti vedere! Mettiti dietro alla roccia, vicino alle felci, così, bravo il mio bambino, ora lancia e aspetta.
-Nonno nonno eccola, l’ho presa!! Ma quanto tira, è una supertrotagigante! Nonno, sai, stasera vorrei che tu mi tenessi come un tempo la mano, vorrei che mi raccontassi un’altra storia. Mi mancano le tue storie. Però non preoccuparti, tornerò sempre nella tua montagna e troverò come un tempo nel nostro nascondiglio segreto, sotto alle foglie colorate di scuro un altro porcino. Poi nonno sai cosa farò? Mi perderò dimenticandomi del giorno dentro al bosco di abeti, amerò l’estate che per me ha ancora il sapore di fragole e di more raccolte insieme a te, correrò sudato come da bambino nel prato di narcisi dietro ad un pallone, mi sporcherò le mani con la terra bagnata e sentirò sempre nelle vene un dolcissimo odore di casa.