Il giovane esploratore

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“…Saraghina, Saraghina, Saraghina, la rumbaaaa!”

Federico Fellini

La sera, prima di andare a dormire, recitavo l’atto di dolore. Me lo aveva insegnato mia nonna. Mio Dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati perché peccando ho offeso te… Così suscettibile sei buon dio? davvero ti ho offeso?! 

La domenica mattina poi, con qualche amico, andavo anche a confessarmi nella chiesa del paese. Per me, ogni volta, ogni santa domenica, incenso, zolfo e tradizioni. Esercizio fisico, mentale e spirituale. Così si doveva fare. Così facevamo.

Il nostro cammino per la redenzione era però sempre troppo lungo e per forza di cose sempre interrotto dalle nostre risate complici e dal mitico bar di Rita. – Ragazzi, partitona a biliardino??? – Sì, e chi perde paga il gelato!! – Per me cornetto all’amarena, già mi prenoto!

E poi, dopo il partitone, la confessione. Quasi ogni domenica. Altre domeniche no. A volte andavamo a catturare rane, oppure ci asciugavamo al sole dopo un tuffo nel torrente sotto la chiesa. Sì, ricordo ancora il prete. Grasso per contratto e distratto per natura. Ricordo che tra uno sbadiglio e l’altro, mentre provava a digerire cipolle e pancetta, sopportava le mie parole e i miei segreti. Quanto ho peccato prete? Figliolo, tre padre nostro e cinque ave maria. E perché non cinque padre nostro e tre ave maria prete? Boh. Non importa. Dire, fare, pregare, soffrire. Rosso di sera bel tempo si spera.

Perché parlare con quel vecchio che nemmeno mi stava ad ascoltare? Lui era il potere, lo sapevo, lo sentivo. Lui era l’autorità, la sicurezza, il dogma infallibile. Io invece ero un bambino meraviglioso ed unico come tutti i bambini. Certo, ovvio, qualcosa bofonchiavo, qualcosa dovevo pur dirgli. Confessavo sempre il minimo sindacale però, così, tanto per avere la coscienza pulita. No, non dicevo tutto. Mica gli raccontavo di Paola, non scherziamo! Nemmeno del mio passatempo preferito se è per questo. No, non conosceva tutti quei pensieri profani che mi facevano scoppiare la testa e ribollire il sangue, assolutamente no!

Tutto quel trambusto nella mia testa, chissà, forse in quei giorni era solo dovuto al caso, forse alla curiosità, al metabolismo, alla passione o forse ancora più semplicemente alla voglia di scoprire il mio corpo. Non saprei dire, non ricordo, so solo che la prima volta fu una faticaccia assurda e il risultato decisamente deludente. Però mi ero incuriosito! Volevo afferrarne il senso. Qualcosa mi sfuggiva. Non poteva essere tutto là. Avevo altre informazioni in merito. Insomma, era davvero una gravosa e inebriante missione la mia! Oh mio dio, ero un giovanissimo esploratore di territori vergini e di poesia!

Ben presto, con mia grande soddisfazione e gioia, arrivarono i primi clamorosi ed inaspettati risultati. Fui rapito e conquistato sulla via di Damasco. Niente da aggiungere. Folgorato! Cieco d’amore e di passione! Sì, adesso capivo, era proprio tutta colpa della mia vicina di casa. Ecco quale era il vero motivo. Tutta colpa di Paola! Pensavo a lei mentre le mie mani sfioravano l’ignoto, mentre il mio respiro annaspava. Lei, molto più grande di me. Capelli rossi e sorriso allegro. La spiavo sempre mentre prendeva l’acqua alla fonte. La guardavo piegarsi asciugandosi il sudore della fronte mentre spostava i suoi capelli mossi. Quei capelli! La amavo sempre di più ogni volta che una flebile brezza di vento le faceva alzare di poco la gonna. Quelle gambe, quelle cosce, quel mistero, quel peccato originale! Che momenti, che pomeriggi, che soave poesia!  Un segno, il messaggio del buon dio, la luce al di là della collina! Zuppo di turbamento ed eccitazione mi nascondevo in soffitta e la sognavo, la vivevo, e mi sentivo adulto ed importante tra le sue cosce accoglienti e tremanti. Poi però è finita. L’ho dovuta lasciare. Già. Era diventata prevedibile, noiosa e troppo invadente. La mia Paola era cambiata. Sì, mi ero decisamente stancato di lei anche perché avevo conosciuto una ballerina contorsionista della televisione. Il mondo intero scompariva di fronte a quel visino dispettoso. Facevamo l’amore ogni ora del giorno e della notte. Insaziabile, focosa, porca. Ero distrutto. Poi per un breve periodo mi vidi pure con un’attricetta di terza classe. Aveva un trucco nero, spesso e volgare, un culone rotondo e pieno, seni enormi e sfatti, cosce morbide e grosse. La mia Saraghina voleva essere trattata male. Voleva sentirsi dire parole irripetibili. Ed io la accontentavo con piacere. Le strappavo paure e pudori, la legavo mentre la sua lingua assatanata toccava ogni parte di me, mentre le sue unghie lunghe e sporche graffiavano e facevano sanguinare il mio piacere. Nella mia testa un’orgia di immagini mitiche, carnali e lussuriose.

Asciugavo ogni volta con stupore tutte quelle emozioni! Ogni giorno zuppo di commozione! Ero diventato un santo voluttuoso e nel mio harem davo piacere ad ogni donna che attirava la mia attenzione cercando subito dopo di placare la mia meravigliosa tachicardia con sospiri profondi. Ero felice di commettere i miei soavi e angelici peccati. Le mie donne, quanto le ho amate! Intense passioni consumate nella mia soffitta tra un’ave maria e un padre nostro. Pensieri ed emozioni che il prete, quello di cui sopra, non ha mai ascoltato.

La messa adesso è finita, andiamo in pace.

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Profumo di gelsomino

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“La Patagonia è un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo.

Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più.”

Bruce Chatwin

Lo scompartimento ero vuoto. Un po’ leggevo, un po’ ripensavo ai giorni appena trascorsi in Veneto, un po’ guardavo fuori.

Covoni di fieno stesi su colline gialle bruciate dal sole. Filari di vigne preceduti da rose color corallo, pesca e arancio. Casolari in pietra con gerani rossi alle finestre. Due bambini che stavano salutando come si fa con gli aerei. Il treno procedeva lento verso casa. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Stavo quasi per addormentarmi. Ancora due paesi, altre colline, altri cipressi, ancora due stazioni e poi finalmente un letto.

Il sole stava colorando di rosso la campagna. Il dondolio del sedile accarezza i miei occhi stanchi. Senza rendermene conto mi addormentai. Non so proprio quanto avessi dormito, dieci minuti, forse mezz’ora. Una ragazza era venuta a sedersi accanto a me, alla mia destra.

-ciao! Dissi.

Avevo la bocca ancora impastata, il braccio sinistro addormentato e una gran voglia di caffè.

-ciao a te, ti ho raccolto il libro, ti era caduto.

-oh grazie.

Grazie, grazie, grazie! Aveva stivaletti bassi, neri e borchiati, gambe nude, una gonna leggera, una canotta dei ramones, poco trucco, occhi neri, profondi e bellissimi. Bella! Sentivo il suo profumo. Gelsomino. Forse. Forse no. Boh. Pensai di dirle che qualsiasi cosa fosse aveva un odore buonissimo! Pensai che avrei davvero voluto conoscerla meglio. Pensai anche che dovevo puzzare parecchio dopo un giorno in treno. E poi mi aveva pure visto dormire. Magari era rimasta disgustata dallo spettacolo. Magari avevo dormito con la bocca spalancata e magari un filo di bava mi era pure colato sulla maglietta. Che figura di merda! Controllai. No, almeno quello no! Va bene, comunque meglio aspettare. Ripigliati. Magari tra un po’ le avrei parlato. Magari sarei dovuto andare prima in bagno a lavarmi la faccia. Magari.

Mi stavo agitando. Tornai per un attimo a guardarla di nascosto e avevo una gran voglia di dirle altre mille volte ciao. Ciaociaociaociaociaociaoooo! Solo questo mi veniva in mente.

Guardavo fuori dal finestrino mentre lei sfogliava una rivista. Pensavo a quegli occhi. Chissà come si chiamava. Chissà quale colore aveva scelto per pitturare le pareti della sua camera. Chissà se era vegetariana, se le piacevano i vecchi film in bianco e nero, se aveva un cane. Dovevo darmi una mossa. Dire qualcosa. Fare qualcosa. Ancora due minuti, due minuti e forse le avrei parlato. Bloccato. Imbarazzato. E poi lei.

-scusa ma non ho potuto non notare il libro che ti era caduto. Non lo conosco, è bello?

-sì, mi sta piacendo, ma sono ancora all’inizio, ho letto solo poche pagine.

-di cosa parla?

-di marinai, di dinosauri, di viaggio, di radici, di cose così.

Stavo leggendo “In Patagonia” di Chatwin.

Le raccontai quel poco che avevo letto. La sua curiosità, scoprii, era dovuta al fatto che sua madre era argentina e lei era stata da piccola in Patagonia. Aveva viaggiato tanto. America, Australia, Giappone. Io no, qualche posto in Europa, poco più. Scoprii anche che le piacevano i film in bianco e nero, le piaceva Truffaut, le piaceva andarsene al parco a leggere, le piaceva Devendra Banhart. Le piacevano anche i prati di lavanda, la cioccolata fondente, i quadri di Frida Kahlo. A me piaceva starla ad ascoltare. Mi piacevano quegli occhi, quelle labbra rosse, quella semplicità. Parlammo per tutto il tempo e poi scendemmo nella stessa stazione.

-ehi, se ci ribecchiamo devi dirmi come finisce il libro, mi raccomando, sono curiosa!

-dai, lasciami il tuo numero, appena finito ti racconto tutto!

Ci scambiamo il numero. Arrivai a casa. Mi feci una doccia. Aprii il frigo. Vuoto. Solo un pezzo di grana, un limone e una corona. Tagliai il limone e lo misi nella birra. Mi buttai sul divano e misi nello stereo devendra banhart. Pensavo a lei. In continuazione. Mi era passato del tutto il sonno. Non potevo aspettare, dovevo chiamarla.

-ciao, ti disturbo? ho appena finito il libro, devo raccontartelo!

-ma se eri all’inizio, dai, non sei credibile!

-Ok, va bene. Però ho letto un’altra pagina e secondo me ci sta dentro tutto il pensiero di Chatwin. Credimi, pelle d’oca! Davvero, quella pagina dovrebbero farla leggere a scuola! Posso raccontartelo? È importante, non scherzo! Posso invitarti a cena fuori, da qualche parte?

-adesso? Sono le dieci passate, ho già cenato, stavo per mettermi a letto per la verità!

-come non detto… e mojito? O birretta veloce? Ti prometto che non ti faccio fare tardi!

-va bene, vai, aggiudicato, vada per la birretta, mi preparo, ci aggiorniamo tra poco!

-a dopo!

I capelli mi stavano male, cazzo. Quasi tutti i vestiti erano ancora spiegazzati nel borsone. Ancora tutto da lavare, anche la mia maglietta preferita! Cazzo. Cazzo. Cazzo! Era da un po’ che non provavo una sensazione del genere. Mi sentivo un po’ rincoglionito e anche parecchio felice.

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La maturità

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-C’è qualcuno in questa classe che si è messo in testa di portare italiano alla maturità… cose da pazzi! Vi dovreste solo vergognare! Non avete pudore, siete solo degli ignoranti!

Ogni mattina quella troia della professoressa di italiano così, pressappoco, si rivolgeva a me. A me certo, perché italiano lo portavamo in due, in due su ventiquattro: la Rossi, la secchiona, otto di media in tutte le materie, e il sottoscritto, che come il resto della classe oscillava tra quattro e cinque.

Non farò mai nomi e cognomi, non li ho mai fatti, poi se li faccio li invento. Davvero, non mi importa, non ha senso, è passato ormai tanto tempo. Non porto rancore, e poi quella professoressa non mi ha certo rovinato la vita però devo ammettere che l’ultimo anno al liceo scientifico non è stato affatto semplice per me.

Sapevo fin dall’inizio che sarei stato ammesso con quattro ma me ne fottevo altamente. Questione di principio, di orgoglio, di stupidità, vai a sapere.

Ricordo sempre le prime parole della troia, quel primo giorno, quando in classe facemmo la sua sgradita conoscenza. Così si presentò:

-sapete ragazzi, io la sera prima di andare a dormire chiudo sempre a chiave i cassetti dove metto i coltelli della cucina, non si sa mai, qualcuno potrebbe venire a sgozzarmi nel cuore della notte mentre sto dormendo!

Ok. Benvenuta. Solo questo ci mancava!

Scoprimmo poi, con poco sorpresa da parte nostra per la verità, che aveva chiesto il trasferimento dalla scuola dove prima insegnava perché tra le altre cose un ragazzo le aveva tirato un banco addosso! Il nostro eroe quel ragazzo.

Ogni mattina, la cara professoressa, come un’invasata, prima di entrare in classe, girava intorno alla sua Clio blu quelle sette otto volte. Come una molla impazzita controllava ogni millimetro della sua macchina. Aveva  proprio tanta tanta paura che qualcuno le facesse un brutto scherzo. E non aveva tutti i torti. Direi proprio di no. I suoi timori infatti diventarono realtà quando una mattina due miei amici le bloccarono tutte le serrature con la gomma da masticare. Cose che succedono quando sai come farti voler bene.

La zoccola in questione era una donnina secca secca, tutta ossa e nervi. Rughe e disperazione. Consumata dal tabacco, dall’alcol e dalla vita. Non si era mai sposata, non aveva figli. Abitava con una madre paralizzata. Le sue frustrazioni, come purtroppo a volte accade,  le sfogava su di noi appena entrava in classe.

Per quanto mi riguarda devo dire che non ho mai fatto atti di vandalismo, non ho mai tirato banchi addosso alle insegnanti, né messo gomme da masticare nelle serrature delle macchine, non è mai stato nel mio stile però purtroppo avevo commesso una colpa ancora peggiore e ormai ero diventato il suo bersaglio, la sua ragione di vita. Il suo odio me lo sputava addosso ogni volta che ne aveva l’occasione.

Entrava in classe, con una cura maniacale sistemava quelle sue quattro cazzate sulla cattedra e poi si concentrava su di me. Sia ben chiaro, mai che mi avesse guardato negli occhi, mai. Non diceva mai il mio nome, ma parlava di me, sempre.

Come mi ero permesso di infrangere le sue certezze e le sue regole?! La Rossi, la cocchina, passi pure, ma uno scarafaggio arrogante e presuntuoso come me perché aveva avuto l’ardire di scegliere tra le due materie proprio italiano?

Fottiti puttana, mi hai torturato, mi hai umiliato, mi hai fatto incazzare, mi hai fatto svegliare nel cuore della notte sudato e impaurito, tremante e con attacchi di pianto ma non mi hai certo fatto cambiare idea. Lessi di tutto. Studiai come un pazzo. D’Annunzio. Leopardi. Pirandello. Svevo. Manzoni, e chi più ne ha più ne metta. Tutto. Anche cose fuori dal programma. Federigo Tozzi per esempio. Luciano Bianciardi anche. Ero teso. Ero diventato intrattabile. Avevo anche iniziato a mangiarmi le unghie, cosa che non avevo mai fatto prima e che non mi è più capitato di fare dopo quell’ultimo anno.

La mia ragazza mi ha aiutato, mi ha sopportato, mi ha fatto ridere quando avrei solo voluto mandare tutto a farsi fottere. I miei genitori pure, mi sono stati vicino. Hanno anche provato a farmi cambiare idea, mi consigliavano spesso di scegliere un’altra materia dove avevo voti migliori, ero ancora in tempo. Niente da fare. Non volevo dargliela vinta a quella grandissima megera. E poi c’erano le “riunioni politiche” nella soffitta del mio amico. Per fortuna avevo anche loro, i miei pazzi amici. Per fortuna! Ricordo le nostre chiacchierate interminabili, le nostre partite a poker,  la nostra voglia di rivoluzione, Paolo Conte nello stereo e la bottiglia di jack daniel’s chiusa a chiave nell’armadietto di Andrea dove la nonna non sarebbe mai potuta andare a controllare.

Ricordo una delle mie ultime interrogazioni prima della maturità.

Argomento: Il paradiso di Dante.

Porca puttana!!

Dante mi è sempre stato un po’ sul cazzo, lo ammetto. A parte l’inferno che era più movimentato e peccaminoso, per il resto due palle incredibili! Comunque. Chi chiamiamo, chi non chiamiamo. Il solito balletto. Dieci minuti per decidere… sempre così, sempre la solita vecchia sadica troia!

Tocca ad Arianna. Non ricordo più la domanda che le fece. Ricordò però che Arianna non rispose e se ne tornò immediatamente al suo posto con quattro. Tempo effettivo: trenta secondi. Sempre la stessa solita storia. Lurida puttana! Arianna piangeva mentre le venivano indirizzate offese gratuite.

Adesso chi chiamiamo?

Dai, coraggio, sono pronto! Eccomi. Tocca a me.

Per amore di verità quella domanda non la sapevo. Non avevo la più pallida idea di cosa stesse farneticando.

Mi avvicinai alla cattedra con fare sicuro, lasciai che mi fosse ripetuta la domanda e con calma le dissi che non conoscevo la risposta. Mi invitò, senza troppi giri di parole ad andarmene. Ovviamente il voto sarebbe stato un quattro, tanto per cambiare.

-Mi spiace ma io non torno a sedere. Io resto qua. Lei adesso mi fa altre due domande. Altre due e se non rispondo poi può pure mandarmi a sedere, può fare quello che vuole, ma non adesso. Adesso non sarebbe giusto, come non è stato giusto mandare la B. al suo posto con una sola domanda.

Non l’avessi mai detto! La troia iniziò a tremare toccandosi istericamente gli occhiali. Rimase in silenzio per quei dieci secondi e poi balzò in piedi facendo cadere la sedia alle sue spalle! Iniziò a correre tra i banchi come una belva inferocita! Non riuscivo più a seguirla. Non capivo cosa cazzo stesse facendo. Muoveva la testa come una biscia impazzita, si schiaffeggiava le braccia, si stropicciava la gonna e poi, all’improvviso, come ispirata dall’alto, fermandosi ad ogni banco ripeteva ad ognuno la sua litania:

– Voi siete dei ragazzi violenti! VIOLENTIIII!!!! Avete capito?? Siete violenti, arroganti e presuntuosi. Voi mi fate paura!

Io la stavo aspettando. Restavo immobile mentre lei, per l’ennesima volta, ci raccontava di sua madre paralizzata, dei suoi problemi, della sua solitudine. Peccato che a me non me ne fottesse un cazzo dei suoi problemi. Volevo solo che mi facesse le altre due domande. Solo quello stavo aspettando.

E così fece.

Risposi alla seconda. Niente di entusiasmante, per la verità .

Risposi anche alla terza domanda sempre su quel cazzo di paradiso di dante.

Un po’ meglio questa volta, niente di eccezionale, passabile dai.

Appena finito di rispondere dal fondo della classe ricordo però che partì un applauso fragoroso! La troia sbiancò. Gianni sbatteva i piedi sotto al tavolo. Simone lanciava pezzetti di quaderno in aria. Cristina e Giada alzavano le braccia in segno di vittoria. Una bolgia infernale, insomma.

Appena tornò la calma lei mi chiese se poteva andarmi bene un sei.

Presi quel sudatissimo sei e me ne tornai al mio posto.

Quel voto non alzò certo la media, ovviamente. Fui ammesso con quattro.

La mia fortuna però fu che quell’anno c’era una commissione esterna alla maturità. Il professore era un ragazzo giovane con una barba incolta. Il tema fortunatamente andò molto bene. Scelsi quello “libero”. I valori del passato da portare nel presente eccetera eccetera, qualcosa del genere. Ricordo che citai l’urlo di Munch, Martin Luther King, Antonio Gramsci, Guernica di Picasso e altro. Parlai della resistenza e chissà, forse il professore era un comunista come lo ero io in quel periodo, boh, vai a sapere, fatto sta che rimase molto impressionato. Anche l’orale andò bene. Presi finalmente la mia rivincita e immediatamente dopo partii con la mia vespa e la mia tenda per l’isola d’Elba. Al ritorno appena il tempo di recuperare un po’ le forze e di nuovo in viaggio, destinazione Spagna. InterRail. Un’estate fantastica!

Ripensandoci adesso, vorrei non essermela presa così tanto per quei miei piccoli problemi, avrei potuto godermi di più quell’ultimo anno di scuola! Certo, avrei potuto vivermi i miei diciott’anni con più leggerezza ma non importa, va benissimo così!

Adesso, mentre scrivo, ripenso a quel periodo con tenerezza però, ancora oggi, desidererei tanto che a certe persone fosse severamente vietato insegnare. L’insegnante insieme al genitore è il lavoro più difficile che possa esserci. E che cazzo. Possibile che dobbiamo ancora sentire storie ignobili di violenze, di soprusi, di prevaricazioni. Ok, devo stare calmo che fa caldo! Possibile che non si riesce ancora a fare abbastanza per evitare certe degenerazioni? Possibile che tanti bambini fin dalle elementari debbano ancora subire la prepotenza e la cattiveria dei grandi? Lasciate stare i bambini, per favore. Per favore. Ok. Basta, sennò mi innervosisco di nuovo. La smetto, giuro. La smetto e vado a farmi una birretta fresca, che è meglio!

 

 

La zingarata

“Questa è la zingarata: una partenza senza meta né scòpi,…
un’evasione che può durare un giorno, due o una settimana.
Una volta durò venti giorni, salvo complicazioni”.
Il Perozzi
Amici miei – Mario Monicelli
 

 

E finalmente Riccardo si è sposato. Certo, con lei, con chi sennò, con la fidanzata storica. Io Riccardo l’ho conosciuto il primo anno del primo giorno di lezione all’università. Ero arrivato un po’ in ritardo quella mattina, ben oltre il quarto d’ora accademico. In ritardo e scombussolato dalle novità regalatemi in quei primi giorni dalla nuova città. Profumi, gonne, feste, musica, dialetti, rumore, luci. Tutto mi inebriava, tutto volevo assaporare. Comunque. Posti a sedere quella mattina nemmeno a parlarne. Trecento persone stipate come formiche dentro un formichiere verticale. Aula stracolma all’inverosimile. Analisi I avremmo dovuto seguire. La lavagna a mala pena riuscivo a vederla dalla mia ultima fila. La voce della professoressa era sovrastata dai gridolini di eccitazione del pubblico pagante. Accanto a me questo tipo mingherlino e dallo sguardo vispo.

L’amicizia tra noi è stata rapida e senza filtri come tutte quelle iniziate il primo anno per via dell’euforia, novità, eccitazione dello studente fuori sede. Di molti amici oggi nemmeno la faccia ricordo più. Con lui è stato diverso. Gli ho detto a Riccardo quella mattina: ma te capisci qualcosa, riesci a seguire? Niente mi ha risposto sorridendo. E sai giocare a biliardo? Me la cavo, certo. Perfetto, dopo dieci minuti di lezione eravamo già chiusi in un bar a raccontarci un po’ di noi e a bere una birra scura. Da dove è che vieni? Faccio io. E perché sei capitato proprio in questa città? E certo che sei proprio un ciuccio a giocare a biliardo! Sì, i Led zeppelin erano davvero forti, hai ragione! Le solite cose insomma.

E poi dopo quel giorno sempre insieme noi due, tra partite a pallone, concerti rock, festini erasmus, scherzi, appuntamenti a quattro, cene, gite fuori porta, cazzeggio. Una sera mi ha pure raccolto dopo che ubriaco avevo vomitato, mi ha anche abbracciato dopo che mi ha visto piangere per una storia finita con una ragazza del sud e mi ha sempre fatto ridere tanto con quelle sue espressioni buffe! Ricordo che una volta gli tolsi le lenti a contatto dopo una festa alcolica a base di assenzio arrivato direttamente per noi dalla Spagna. Due ubriachi in bagno e le mie dita dentro ai suoi occhi! Gli ho anche divorato le conserve deliziose preparate con tanto amore dalla mamma dopo le nostre serate tra amici a fumare erba, suonare la chitarra e parlare per ore di tutto e di niente.

Poi quel matto si fidanzò. Lei abitava a Ravenna, sua madre era austriaca e il padre boh, che me l’avrà pure detto ma adesso non ricordo. Lei, Teresa, la fidanzata storica, la moglie di cui sopra insomma, tanto per capirci. Già. Quel matto alla fine del nostro primo anno di università si fidanzò.

Io in quel periodo mi vedevo con una ragazza che lavorava all’Irish pub e ogni tanto riuscivo a bere anche gratis. Abitavo in una mansardina che sarà stata tre metri per tre. La finestrina dava su un buco verticale dove affacciavano altre finestrine e dal basso ricordo che arrivavano ad ogni ora, dal ristorante del piano terra, odori devastanti di fritto e di cipolla. Un caldo della madonna in quella stanza però che anno fantastico! Quando lei, la ragazza dell’Irish, la sera finiva di lavorare ce ne stavamo sui tetti sopra casa mia a fumarci una sigaretta e a raccontarci i nostri sogni. Per salire sui tetti bisognava passare dalla finestrina accanto al letto. Che bella che era Bologna di notte vista dall’alto con le sue torri rosse, le sue luci, la sua pace. Quanto era bella la ragazza dell’Irish! Ci eravamo conosciuti la sera di San Patrizio. Lei si era aggiunta al nostro gruppo invitata da Elisa, la ragazza di Massimo. Mi era piaciuta subito! All’istante! Nemmeno il tempo di pensarci. Tutto mi piaceva, i suoi capelli neri, il suo sorriso, i suoi pensieri, le lue gambe, tutto. Alla fine, quella sera stessa, abbiamo dormito insieme. Dopo neanche tre o quattro ore che ci eravamo conosciuti. Non proprio io e lei da soli. No. Abbiamo dormito in camera di Massimo. Eravamo in nove. Cinque materassi buttati per terra. Nove persone a dormire nella stessa stanza e a guardare Marrakech express di Gabriele Salvatores in tv. Io e lei nello stesso materasso singolo ed io che non è che riuscissi poi tanto a seguirlo bene quel film. Le mie mani sotto alla sua maglietta non riuscivano proprio a starsene ferme, proprio per niente. Continuavo a parlarle sottovoce all’orecchio mentre annusavo il profumo della sua pelle. Già, é passato un bel po’ di tempo da quella notte. Adesso mi hanno detto che lavora in una gelateria a Londra. Ma non è poi così sicuro. Boh, comunque, dovunque sia, spero davvero che le vada tutto bene.

Riccardo in quel periodo veniva spesso a trovarmi nella mia mansardina. Arrivava anche nei momenti meno opportuni. Portava sempre un paio di birre con sé. Arrivava sempre con un sorriso grande così! Una notte invece arrivò piangendo. Ci misi un po’ a svegliarmi e a capire. Mentre preparavo il caffè e lo maledicevo lui camminava nervoso in quella micro mansardina che avevo preso in affitto. Nella parete, quella vicina al portone, i proprietari avevano posizionato anche uno specchio enorme. Questione di prospettive, magari poteva sembrare più grande il tutto, pensavano loro. Beh, il trucco non funzionava, era sempre un buco quel posto e in più avevo paura che se Riccardo non si fosse calmato prima o poi ci sarebbe andato a sbattere addosso a quell’inutile specchio pacchiano e sproporzionato. C’era comunque poco da capire. La solita storia di sempre. Aveva di nuovo discusso con lei. Più lo ascoltavo e più capivo quanto era innamorato, quanto tenesse a quella ragazza. Per me era un po’ una stronza, lo ammetto, ma no, lui non condivideva. Per niente. Diceva che alla fine era lui che sbagliava. Non ero convinto ma smisi di interromperlo. Dopo un po’ non lo interruppi più. Lo ascoltai e lo lascia sfogare. Alle quattro di notte ci salutammo, lo abbracciai, gli dissi che gli volevo bene, gli confermai che secondo me lei era un po’ una stronza e me ne tornai a dormire. Lui mi sorrise e si diresse alla stazione intenzionato ad andare da Teresa per farsi perdonare. Di cosa poi, io più ci ripensavo più non riuscivo a capirlo. Ma questo non è importante. L’amore prende sempre direzioni strane. Ed ognuno sceglie quelle che preferisce. Per fortuna.

Riccardo poi piano piano è cambiato. Sempre di più. Sempre più ansioso, più nevrotico, sempre con quel cazzo di cellulare  a portata di mano perché se lei avesse fatto uno squillino (e lo faceva ogni dieci minuti) lui doveva rispondere all’istante. Squillino e fottutissimo contro squillino. Guai farla aspettare. Se non rispondeva lei entrava in paranoia. Un giorno, per risponderle il più in fretta possibile, mancò poco che Riccardo non si spaccasse la testa per scendere da una scala dove era salito per cambiare una lampadina.  Scivolò, cadde, si rialzò, prese il cellulare, rispose al suo amore e poi si accasciò esausto e dolorante sul divano. Cose da far venire il mal di stomaco. Io lo sfottevo però stava davvero cambiando, non era più come i primi tempi, si stava intristendo, o almeno a me così sembrava.

-Ehi Ricca ma lo sai adesso la tua bella mentre ti fa lo squillino cosa fa?! Lo sai sì che Ravenna è piena di bei maschioni vogliosi?! Lo sai adesso come sta messa?!! E gli mimavo la posizione erotica della sua bella. Però niente, non reagiva, non scherzava più come prima e a me passava anche un po’ la voglia di fare lo scemo.

Un giorno io, Riccardo, Tommaso e Simone andammo al funerale del nonno di un nostro amico di Parma. Forse non era il giorno adatto, era pur sempre morto il nonno di quel nostro amico però a noi dopo quel funerale ci venne una gran voglia di spassarcela in città. Tutti convinti, tranne uno, ovviamente! Già che siamo qua, perché non fermarci, pensavamo noi. Ci avevano parlato di un bel locale dove poter andare a ballare. Ovviamente io promettevo a Riccardo che saremmo subito subito tornati a casa, solo il tempo di una birretta e poi avremmo ripreso la macchina. In verità l’idea nostra era quella di dormirci in macchina e tornare solo il giorno dopo a Bologna. Quando alla fine scoprì il nostro trucco iniziò, come era prevedibile, a fare delle storie, come gli succedeva da un po’. Lui doveva tornare. Anche in treno, anche da solo. Doveva tornare a casa, chiamare la sua fidanzata e dirle che l’amava e doveva dirglielo chiuso tra quattro mura. Noi questo lo sapevamo e però quella sera non volevamo proprio farci impietosire. Tirò fuori pure la scusa del mal di pancia. Questa storia mi mandava fuori di testa. Non poteva ridursi così. Era un bravo ragazzo, non l’avrebbe mai tradita, perché lei non si fidava? Perché rifiutava che lui fosse felice e spensierato per una sera con i suoi amici? No, lei non mi è mai andata a genio, e la cosa era reciproca immagino perché alla fine della fiera è riuscita a portarlo via da me e da tutti i suoi amici. E lui non ha fatto niente per opporsi. Ovvio, nessun rancore da parte mia, nessun problema. Mi era dispiaciuto un po’, certo, ma poi basta, era quello che voleva e andava bene così. Io ho fatto lo stesso, forse ho fatto anche di peggio e dovrei chiedere ancora scusa migliaia di volte a molte persone che forse si sono sentite tradite da me e dal mio comportamento. Ma poi ognuno sceglie la propria strada. È giusto che sia così.

Con Riccardo ci siamo persi di vista. Ognuno dietro alle proprie storie, sbagli, egoismi, sogni, incomprensioni, paure, solitudini. Riccardo poi dopo il matrimonio se ne è andato in Veneto con lei. Lavorava per una multinazionale americana. Una volta dopo il suo matrimonio ci siamo anche rivisti. Passavo dalle sue parti. Un caffè veloce. Abbiamo ricordato, abbiamo riso, abbiamo condiviso però qualcosa era cambiato in noi. Non c’era più quella sintonia di un tempo o forse semplicemente eravamo solo cambiati. Altre esperienze, altre scelte, altre strade. L’affetto invece rimaneva, quello lo senti a pelle, non c’è niente da fare. Io continuavo a volergli bene.

Come una brutta storia da telefilm di terza categoria ho saputo poi che lei si è invaghita del suo commercialista e che Riccardo dopo conati di vomito, urla, stress, tristezza, delusione ha cercato di perdonarla. Ha tentato ma quell’ombra era ormai dentro di lui. Ha elaborato il suo e il loro fallimento e ha voltato pagina. Almeno così mi ha detto l’altro giorno per telefono. Fatto sta che abbiamo deciso di farci una vacanza  insieme. L’ho detto anche a Dario e Massimo e ci saranno pure loro. Ognuno di noi abita in regioni diverse, però sembra proprio che stavolta ce la facciamo. Sarà bello ritrovarsi. Una zingarata come ai vecchi tempi. Chissà cosa ne verrà fuori? Chissà quanto è cambiato in noi dai tempi di Bologna? Manca meno di una settimana. Ho proprio voglia di rivedervi. A presto amici miei.

P.s. Che poi se proprio devo dirla tutta il mio amico nemmeno si chiama Riccardo, che poi Riccardo potrebbe essere la storia di tanti miei amici, potrei essere io, potrebbe essere la mia voglia di scrivere, potrebbe essere altro e comunque basta, ho già scritto troppo e queste spiegazioni sono del tutto superflue.

Per te

“ascolta come mi batte forte il tuo cuore” 

Wislawa Szymborska

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Queste parole sono per te, per la realtà della tua fantasia, per i tuoi occhi vivaci e attenti, per i sogni magici e fantastici delle tue notti, per la tua voglia contagiosa di stupirti, di sognare folletti curiosi a spasso nel tempo e di ricordare i cavalli verdi delle tue fiabe di bambina. Queste parole sono per te perché non smetterei mai di guardarti correre dietro ad un cagnolino per strada, camminare a piedi nudi nei torrenti, rubare grappoli d’uva e cantare con me per ore in macchina, e poi fermarti sul ciglio della strada, raccogliere fiorellini dimenticati e regalarmeli insieme al tuo sorriso e alla tua semplicità. Queste parole sono per te perché gli attimi di felicità si nascondono dentro ai sospiri degli scrittori, nei mandorli di Van Gogh, nei sogni di Fellini, nei tuoi occhi gentili. Sai dirmi perché in questo tempo veloce e colorato mi sono aperto nudo e sincero a te, dolcissimo e sconosciuto fiore? Perché ho condiviso con te, gattina testarda ed orgogliosa le mie gioie, le mie paure, i miei sogni, i miei sbalzi d’umore? Perché come altre sere non ho proseguito libero e indifferente per la mia strada? Perché alla calma rassicurante ed oziosa di un fiume di pianura ho preferito la forza irruenta e imprevedibile delle onde del mare? Non parlare, non adesso. Adesso fermiamoci qua e sdraiamoci nudi e vicini sopra a questo tappeto indiano. Non dire niente. Lascia solo che il fuoco del camino scaldi la tua pelle che risplende alla sua luce. Lascia che questo vino rosso passi dalla mia alla tua bocca. Lascia solo che ti baci la schiena mentre ascolto i tuoi respiri e i tuoi brividi.

Vita nei boschi

on air: Rio Ancho – Paco De Lucia

“un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”

Henry David Thoreau

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L’insegna dell’unica osteria del paese è sempre quella di quando ero bambino. Arrugginita, scolorita e tutta piegata da una parte. Sicuro che prima o poi cadrà in testa a qualcuno, per forza, prima o poi succederà. Quindi adesso basta traccheggiare qua sotto perdendosi nei ricordi, molto meglio entrare. Dopo tanto eccomi di nuovo qua, in questo paesino dimenticato dal mondo, da dio e sì, anche da me per troppo tempo. Quattro cacciatori, gli unici esseri umani incontrati nell’arco di chilometri, sono seduti al tavolo vicino alla finestra e appena mi vedono entrare smettono di giocare a carte, di bere vino, di raccontare aneddoti, di ridere, di respirare e mi fissano come si fissa uno sprovveduto in cerca di guai, come qualcuno che ha appena fatto il più grosso errore della sua vita. Salve, faccio io, sapendo bene che un solo passo falso potrebbe costarmi caro. Salve fa uno di loro. Gli altri continuano a fissarmi come si fissa un cinghiale a pochi metri dal tuo fucile. “È andata bene la caccia?” Ostento sicurezza. Non ci possiamo lamentare mi viene risposto ma la conversazione non decolla, c’è tensione nell’aria, inutile negarlo. E Antinesca? chiedo io. È di là fa quello più socievole mentre si pulisce le unghie col suo coltello. Gli altri tre sembrano paralizzati e parecchio incazzati. Ora mi menano. Cinque minuti e mi gonfiano di botte, sicuro. Antinesca come al solito è di là che la sua osteria è un tutt’uno con la casa. Il posto neanche a dirlo è sempre uguale, sempre lo stesso, nemmeno le sedie ha cambiato in tutti questi anni. Ancora la solita polvere, il solito odore di fritto, il solito congelatore che la notte durante l’estate teneva spento per risparmiare e quando da bambino compravi il tuo cornetto al cioccolato ti sembrava di mangiare una pappiccia geneticamente modificata che a tutto assomigliava tranne che al cornetto al cioccolato che desideravi tanto. Ancora il solito biliardino. I soliti quattro quadri anonimi e i soliti biscotti al finocchio sul bancone. Sì forse anche loro sono sempre gli stessi. E in un angolo, in fondo, al buio e nascosto dal fumo c’è Anselmo che sta leggendo un libro e ovviamente beve vino rosso. Anselmo era un grande amico di mio nonno.

-Ehi Anselmo come stai?

Anselmo è un montanaro rugoso, sdentato e anarchico. Potrebbe avere dagli ottanta ai centoventi anni, non lo so. So però che è un gran bestemmiatore. Le sue bestemmie sono leggendarie, conosciute in tutta la montagna. Ogni tre parole riesce ad infilarci come per magia quelle ventisei, ventisette bestemmie, così, tanto per rendere più chiaro il concetto e per dare colore alla discussione. E mai che una sia uguale all’altra. Questa è la sua forza, questo è Anselmo. Sì, ok, lo ammetto, all’inizio forse può un po’ intimorirti ma poi ti passa, dopo tanti anni ti passa. Anselmo vuole subito offrirmi del vino e guai a rifiutare anche se devo ancora pranzare, anche se preferirei solo un bicchiere d’acqua, anche se sono appena arrivato dopo un viaggio in macchina di sei ore.

-Ma guarda un po’ chi si rivede, il cittadino. ANTINESCA MUOVITI, PORTA IL VINO! Allora ancora ti ricordi delle tue radici, dei tuoi posti?!  QUESTO VINO ARRIVA O NON ARRIVA?? E come mai vieni da queste parti tutto solo? Bravo, bravo, fai come me, non ti sposare che le donne sono solo una gran rottura di coglioni. ANTINESCA VUOI FARCI MORIRE DI SETE! Il signorino sarà ormai abituato a quelle schifezze della città, stai a vedere che mi si è imborghesito ormai, ma ci penso io, ora ti faccio assaggiare roba buona, vedrai.

Anselmo parla, bestemmia e dice che non devo farmi infinocchiare, non devo farmi fregare dall’omologazione culturale, dal pensiero unico, dal profitto. Dice che dobbiamo difendere la diversità e la tolleranza. Dice anche che il vino è come l’amicizia, da gustare. Il vino assomiglia alle persone. E nelle città invece vince il più delle volte il pensiero unico che annulla le differenze, propone modelli vincenti, gusti dolci, seducenti, senza personalità e profondità . Non ci cascare, mi dice, il modo in cui produci il vino riflette chi sei. Ci vuole un poeta per fare un grande vino, non lo dimenticare. Ci vuole amore e piacere. Anselmo dice anche che i vini si devono gustare lentamente, che ci metti del tempo prima di conoscerli a fondo. I vini imbroglioni invece vengono dritti verso di te, ti vengono incontro e poi ti abbandonano. Le persone ormai ci sono abituate, amano essere ingannate da prodotti, da cibi, da vini senza identità. Ad Anselmo piacciono i vini decisi. Quelli molli invece gli stanno parecchio sul cazzo.

Mi alzo e vado a chiamare Antinesca che se ne sta nella sua cucina con la televisione a tutto volume e appena mi vede entrare mi abbraccia e mi bacia. Antinesca è una vecchiettina secca secca che sembra possa spezzarsi da un momento all’altro se la stringi troppo forte però l’aspetto non deve certo ingannare. Basti sapere che in tutti questi anni è riuscita a tenere a bada con ironia, simpatia, forza e furbizia ubriaconi, cacciatori, bestemmiatori, ragazzini e chi più ne ha più ne metta. Ricordo che qua nella sua osteria da bambini organizzammo anche uno spettacolino per parenti e amici. Anzi un signor spettacolo, diciamolo. Le ragazze se ne stavano pomeriggi interi a provare i loro balletti sotto ai castagni nell’attesa del grande giorno. Noi maschi invece no, noi eravamo un po’ più sfaticati e un po’ più per l’improvvisazione del momento. Dario, un mio amico ad esempio doveva fare l’imitazione di Maradona, così era stato deciso, e per rendere il tutto più credibile la sera dello spettacolo iniziò anche a palleggiare e vedendo che il pubblico apprezzava parecchio prese coraggio e si spinse oltre, lasciò perdere il copione e si cimentò in una rovesciata mitica rischiando di spaccarsi la testa. Si salvò per fortuna però l’unico inconveniente fu che il pallone finì preciso preciso contro la mensola dove erano sistemate tutte le bottiglie di liquori. Un disastro e i soldi guadagnati aimè ci servirono per ripagare il danno però ancora a distanza di anni posso dire che quella fu davvero una gran bella rovesciata!! Antinesca adesso mi prepara in tutta fretta una busta con del formaggio e del pane. È forte Antinesca però sta invecchiando e tra qualche mese dovrà chiudere. Troppe spese, troppi cambiamenti dovrebbe fare nella sua osteria per andare incontro alle richieste dell’asl e poi da queste parti non è più come prima, adesso non viene quasi più nessuno e lei è stanca. Torno da Anselmo, beviamo e mi lascio conquistare ancora una volta dai suoi racconti. Mi parla delle tradizioni contadine, delle stagioni, del suo orto, dei suoi libri. Gli dico che ho voglia di fermarmi nella casa dei miei nonni per qualche giorno e che voglio raccogliere castagne come facevo da piccolo, cercare funghi e  starmene tranquillo per un po’ lontano dal trambusto della città. Ho anche bisogno di capire, di fare chiarezza, di ritrovarmi, di starti lontano, di stare lontano da tutti per un po’. Questo però non glielo dico. Anselmo mi versa da bere e mi parla dei castagni. Del fatto che un tempo i castagneti erano tenuti come giardini e adesso invece guarda qua sono quasi tutti abbandonati. Mi racconta che il lavoro iniziava già a primavera. A primavera bisognava potare i rami e tagliare i polloni che altrimenti avrebbero tolto linfa vitale alla pianta. A settembre poi bisognava ripulire il sottobosco, tagliare l’erba e con il rastrello raccogliere le foglie secche che poi sarebbero state bruciate e così nel mese di ottobre sarebbe stato più facile il raccolto. I quattro cacciatori ormai tranquillizzati dalla mia presenza si inseriscono nella discussione e ci parlano della loro mattinata a caccia. A me non piace la caccia, ma qualcosa mi dice di non rovinare l’armonia creata con tanta fatica. Mi dicono che hanno preso due lepri e che la lepre è molto furba. Ad esempio, racconta il cacciatore col coltello, quando c’è la neve vedi le sue impronte per un po’ e poi all’improvviso più niente. Il cane la segue, sente l’odore e poi all’improvviso più niente. Lei per far perdere le tracce improvvisamente salta a destra o a sinistra. Ma non un saltino, macchè, un salto incredibilmente lungo e il cane resta lì inebetito a chiedersi dove diavolo se ne sia andata quell’infame di lepre. Non ci sono più impronte, non si sente più l’odore e lei chissà dov’è. Ovviamente non sempre riesce a salvarsi. Ovviamente faccio il tifo per la lepre ma mi rendo conto che anche questa cosa è meglio non dirla.

Ultimo sorso. Saluto Antinesca e i quattro cacciatori. Accompagno Anselmo a casa. Prima di andare via mi regala un po’ di legna per accendere il fuoco e due bottiglie di vino. Gli dico di fare attenzione e di non avventurarsi da solo nel bosco che non è più un ragazzino. Per tutta risposta mi regala anche una sfilza di nuove bestemmie e poi si allontana lento e ingobbito in compagnia dei suoi due bastoni. Salgo di nuovo in macchina e imbocco una stradina sterrata. Vado verso la casa che è ancora più isolata e abbandonata. Sono ormai vicino, tengo i finestrini abbassati, guardo ogni albero che incontro e respiro come non facevo da un po’.

Appunti di viaggio

“con le pinne, fucile ed occhiali

quando il mare è una tavola bluuuuu…”

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Mi stiracchio, sì mi stiracchio e aspetto altri cinque minuti prima di alzarmi. È domenica mattina e la signora calabrese del piano di sopra si è dimentica di mettere in moto l’aspirapolvere, il cellulare poi ancora non ha squillato e nessuno grazie a dio ha bussato alla porta. Mi stiracchio, mi stropiccio e bevo mezza bottiglia d’acqua lasciata questa notte sul comodino. Apro piano le finestre. Mi abituo con calma ai raggi del sole che passano come l’estate tra le tapparelle in vimini e bamboo e metto la moka sul fuoco. Innaffio la menta, il basilico e la santoreggia e già l’odore del caffè si diffonde per tutta la casa. Sir James Paul McCartney canta get back ed io canto con lui tenendo la tazzina di caffè come fosse un microfono, come fossi sul tetto della Apple nel ’69. Io e i Beatles, che gruppo ragazzi! Scendo dai tetti e torno da te che ancora fai finta di dormire; non ti vuoi alzare, no, fai le finte, fai le bizze, ti lamenti come una bambina che non vuole andare a scuola e ti nascondi dispettosa sotto alle lenzuola. Alla fine poi mi tiri verso di te e mi convinci in un attimo che tutto quello che ti sto dicendo non ha senso, che tutto quello che c’è da fare può ancora aspettare. Ancora un po’. Stesi sul letto ridiamo ricordando le tequile sale e limone bevute alla calata durante il concerto brasiliano della sera prima alla Montagnola, i bicchieri rubati e nascosti nella tua borsa, e la nostra decisione finale, alcolica e definitiva di partire. Non per via dei bicchieri rubati ovviamente, non siamo ricercati, no, non credo, spero di no. Partire così, per partire, per viaggiare. Qualche giorno lontano dalla città, in campeggio. In campeggio??? Sono anni che non vado in campeggio però dai sì, la tenda dovrei ancora averla da qualche parte, spero in cantina, ora ci guardo. Avevo anche un fornellino ma vai a sapere dove è finito. Non importa. Usato una sola volta e con pessimi risultati.

Carico in macchina la tenda e i sacchi a pelo, tu la tua inseparabile moleskine e la tua Canon. Siamo al casello e ancora dobbiamo decidere dove andare e quanto stare. Particolari senza importanza. L’unica certezza per adesso è il mare e la mia mano sulle tue gambe. Senza una meta per qualche giorno, una settimana, forse più, vediamo. Senza programmi, senza progetti, senza una direzione. Code a tratti sull’A1 tanto per cambiare. Ma oggi non importa. Canti Rino Gaetano e poi, chissà perché, senza apparente motivo, mi metti le dita nelle orecchie, non contenta decidi anche che dovrei masticare il tuo chewingam consumato, e poi mi fai il solletico, mi sbottoni la camicia, mi gratti la pancia, insomma, vuoi farmi arrabbiare. Ok, l’hai voluto tu. Non si torna indietro. Ora basta, a tutto c’è un limite. Mi fermo con l’intenzione di punirti, di farti capire come vanno le cose del mondo e di lasciarti una volta per tutte in mezzo all’autostrada, dalle parti di Barberino del Mugello. Sola e abbandonata. Così deve essere e così sarà. Parcheggio, provo a fare il serio, faccio finta di spingerti fuori dalla macchina però l’unica cosa che voglio lo sai è baciarti. Non voglio altro, solo le tue labbra rosse e la tua allegra anarchia.

Il mare è vicino ed è quasi sera. Arriviamo al campeggio e però prima di montare la tenda ci meritiamo un tuffo. Assolutamente. Il posto è bellissimo a parte un cartello un po’ inquietante e surreale che dice di fare attenzione alle frecce volanti. Quali frecce? Mah. Faremo attenzione! Ci mettiamo il costume e ci incamminiamo verso la spiaggia lungo una stradina polverosa e ombrosa. Pini marittimi ci accompagnano. Intorno cavalli e bovini allo stato brado. Sulla destra in lontananza colline e torri medievali ormai in rovina che dominano la macchia mediterranea e che forse servivano per avvistare pirati turchi, vai a sapere o forse davano rifugio a monaci dediti alla preghiera e al silenzio, chissà. Comunque solo natura; natura e nessuna villa abusiva, nessun albergo, niente cemento, niente di niente, sembra un sogno! Ti fermi solo un attimo per fotografare un giglio di mare cresciuto solitario sulle dune e finalmente raggiungiamo una piccola caletta. Non c’è nessuno. Solo un gruppo di gabbiani reali leggermente infastiditi dalla nostra presenza. Sulla spiaggia capanne sparse e improvvisate con tronchi bianchi portati dal mare. Ne scegliamo una, lasciamo le nostre cose e corriamo a tuffarci. Lontano il profilo sbiadito di un’isola. Un muggine o forse una spigola o chissà cosa poco distante da te salta fuori dall’acqua mentre pesciolini striati e vispi nuotato vicino alle mie gambe. Guardo attraverso l’acqua limpida la sabbia ondulata illuminata dalla luce ormai tenue del sole e penso che forse questa sensazione che provo adesso è quella cosa che chiamano felicità, forse sì, forse è così.

Tornati al campeggio scopro con stupore che è buio, che non ho una torcia e che la mia tenda ha mille ingranaggi strani che non ricordavo esistessero. Picchetti, pali, tiranti, un bordello. Per fortuna con l’aiuto di una signora nostra vicina e del suo martello riusciamo a montare il tutto e per festeggiare la grandiosa impresa o solo per compassione veniamo invitati a bere un bicchiere di vino da lei e dalla sua compagna nella loro tenda. Ecco, la loro sì che è una tenda, altroché storie. Sembra una casa, c’è pure la veranda e una piccola finestra. Hanno anche un tavolo fuori, apparecchiato con candele, fantascienza per noi! Doveva essere un bicchiere e alla fine rimaniamo con loro per tutta la sera. È  notte ormai, ci salutiamo le ringraziamo e subito dopo mi dici che vuoi tornare nella nostra capanna sulla spiaggia passando per la pineta. Per la pineta?

–         Ma sei impazzita? Guarda che la notte ci sono i cinghiali che mozzicano!

–         Ma smettila, non hanno mai mozzicato nessuno!

–         Ti giuro, da queste parti mozzicano, guarda come fanno, vieni qua, mozzicano così, lo diceva anche Stefania, non hai sentito? E poi ricordati che ci sono le frecce volanti e….

–         Fifone andiamo, muoviti!

Camminiamo e per un attimo penso a mio babbo. Da piccolo nelle sere d’estate andavamo insieme in macchina nelle strade di montagna, quelle più isolate sperando di veder attraversare un tasso, una lepre, un istrice, una volpe oppure, appunto, un cinghiale. La nostra oretta tra uomini avventurosi. Una sera incontrammo una cinghialessa enorme che stava attraversando la strada e per nulla impaurita ricordo che restò immobile e fiera di fronte ai fari della nostra macchina. Non si mosse fino a quando tutti i suoi piccoli, cinque o sei, non attraversarono la strada. E quando finalmente furono al sicuro anche lei sparì nella notte.

Arriviamo alla spiaggia e alla nostra capanna sani e salvi, nessun cinghiale e nel cielo tante di quelle stelle che la città accecata dalla pubblicità se le sogna nostalgica nei libri di astronomia.

Blues on my mind

“well up jumped the devil in a brand new cadillac

he stood ten feet tall, boy all dressed in black…”

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Fermo immagine su cerchi di fumo densi. Opportunità, distruzioni, inconsapevoli menzogne. Angoli oscuri e primitivi della mente. Deliranti e insolite direzioni delle mie notti. Flusso di coscienza sotto uso di benzedrina. Sotterranei blues. Vicoli stretti. Impulsi animali che non conoscono filtri né tanto meno umane ipocrisie. Nessuna certezza. Nessuna comoda salvezza. Non questa notte. Questa notte rotolerò in terra come una bestia selvatica, ucciderò la legge, distruggerò le nostre fragili promesse. E poi andrò sempre più a fondo perché solo nel fondo potrò provare a sfiorare la tua anima, perché solo andando a fondo ritroverò l’eleganza e l’armonia perduta nelle mie corse scomposte. Ancora una volta sovrano e carnefice dei miei folli pensieri. Ancora come un tempo inadeguato al comando. Meno che mai ad essere comandato. E allora vai dove vuoi però attenta, non voltarti indietro e non confondermi mai con nessuno perché nessuno si potrà mai nemmeno lontanamente avvicinare alle mie parole stonate, ai miei sogni, alle mie domande, alle mie cadute nel fango, alla mia voglia di ricominciare e di cercare ora più che mai qualcosa di più. Anche questa notte in equilibrio precario, sempre in bilico sull’orlo del precipizio perché solo così posso ritornare ad amare la bellezza che ritrovo sempre nelle stanche e serene rughe di vecchi montanari, nella pioggia che goccia dopo goccia bagna la terra, nelle parole d’amore di Momò l’arabo e di Romain Gary, nelle luci calde e seducenti di candele che illuminano e scaldano la tua schiena nuda e bianca. E allora non perdiamo altro tempo, vieni qua e lascia che questo vino bianco passi dalla mia alla tua bocca, lasciami ascoltare i tuoi brividi che all’improvviso rispondono alle mie mani, lascia passare la notte e non fermarla proprio adesso. Continua a ballare. Balla ancora per me, balla scalza sulla terra rossa tra bonghi, fuochi e polvere; non fermarti, voglio ancora il tuo ritmo, voglio una danza tribale, martellante, selvatica, ripetitiva, ossessiva; fammi girare dentro a questo torbido, erotico, incalzante, metallico labirinto.

Sai, tutto nasce in Africa. E dal Mali arriva al delta del Mississippi. E a volte passa pure di qua. Percussioni, fiati, sudore, respiri. La senti? Una tensione magica vibra dentro ad ogni corda. Fisicità, potenza, cupa sensualità, vertigine. Piccola mi senti? Sai, mi dicono di fare attenzione, mi dicono che da alcuni mesi ti occupi di stregoneria, dicono che conosci trucchi strani, forse riti voodoo. Così dicono. Guarda le mie mani, per te e per me radici ed erbe miracolose, talismani e amuleti. Guardami e non togliere lo sguardo finché non ti morderò la lingua. Non fermarti proprio adesso, voglio un altro boogie. Ballami addosso. Lecca le mie dita. Continua a dondolarti su di me fino a farmi sentire tutto il tuo ritmo e il tuo odore. Graffiami. Cavalca questi attimi, che sono solo nostri. Pungimi mentre stringo la tua pelle calda e non pensare a domani.

Manca poco a domani, sono solo e c’è puzza di pesce nell’aria. Fumo e nebbia nelle mie narici. Odore di metalli pesanti. Gocce acide sul mio viso. Un’armonica dolce, un blues rurale, un distacco teatrale. C’è un ubriacone che cerca fortuna nella discarica. Ci sono gatti neri che riposano placidi dentro ad una vecchia Cadillac mentre un altro blues suona nella mia mente.

Ci sono solo io, sono qua, in una città migliaia di chilometri lontana dalla tua e lungo questa strada polverosa vedo ancora l’ombra dei miei blues. Cammino verso una casa che non è la mia e penso che avrei potuto fare altre scelte nella vita. Avrei potuto essere più responsabile, più accondiscendente, più prevedibile. Avrei potuto ascoltare altra musica e leggere altri libri. Avrei potuto smettere di bere e di fumare. Ho scelto invece di continuare a sbagliare da solo. Avrei anche potuto abbassare la testa, inginocchiarmi e baciare l’anello del tuo amico cardinale, avrei potuto accettare l’invito a cena dell’assessore all’urbanistica, avrei potuto fingere, accontentarmi e scegliere una vita più tranquilla. Ho scelto di essere un po’ più libero e di ascoltare la musica che più mi piace.

Sara

“…rubai il primo cavallo e mi fecero uomo,

cambiai il mio nome in coda di lupo”

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L’immagine sulla copertina del libro aveva attirato la mia attenzione. Poi quel titolo, Ilona arriva con la pioggia! Sottotitolo, storia di “una maga della vita e dei giorni”, di Alvaro Mutis. Iniziai a leggere qualche pagina mentre l’aria condizionata della Feltrinelli allontanava per un po’ il caldo soffocante della città. Ero così così preso dalla lettura che non mi accorsi nemmeno del cellulare che stava vibrando. Finalmente alla terza chiamata pur non riconoscendo il numero risposi.
“Ehi, quanto mi fai aspettare, ma non mi riconosci?! Come stai?!! Sto venendo dalle tue parti, se sei impegnato fa niente! E poi scusami tanto, ma non hai più il mio numero in rubrica?”
In effetti avevo perso quasi tutti i numeri. Compreso il suo. Non sto qui a spiegare il motivo però diciamo che per una serie di sfortunati eventi il cellulare mi era finito con i pantaloni in lavatrice. Lavaggio, candeggio e centrifuga. Pantaloni perfetti e profumati all’uscita, cellulare da buttare. Ma questa è un’altra storia.
“Sara ciao, certo che ti riconosco, come stai?!”
Era una vita che non ci sentivamo. L’ultima volta tre anni prima di sfuggita alla festa del mio paese. Ero tornato per un paio di giorni. Lei stava passeggiando con la figlia, il compagno e il cane. Io ero di aperitivo lungo. Ricordo che mi avvicinai per un saluto veloce e guardando dentro alla culla non potei fare a meno di complimentarmi con la mamma.
“Che bel bambino, che amore!”
”È una bambina, scemo!”
“Lo so, stavo scherzando, è bellissima!”
Quel giorno parlammo poco, pochi minuti, poi basta, né più visti né più sentiti. Fino alla sua telefonata.
”Come stai? E la bambina?”
“Lei sta benissimo, cresce ed è bello vederla sorridere! Allora dimmi, sei a Bologna? Io sono in treno e tra un paio d’ore dovrei essere là. Scusa se non ti ho avvertito ma è stata una cosa improvvisata. Mi sono svegliata stamattina e ho deciso di partire. Ho lasciato la bimba da mia mamma e sono corsa alla stazione. Volevo starmene un po’ da sola. Un giorno tutto per me. E poi ti ho pensato. Mi piacerebbe vederti, però ripeto, non sentirti obbligato!
“Ma quale obbligato, fa piacere anche a me rivederti, e poi oggi sono libero, dai ti aspetto!”
“Che bello! Senti, senti una cosa, ma ce l’hai sempre la cassetta che ti registrai alle elementari?”
“Certo che ce l’ho.”
“Ok, e non ti dimenticare, lo so che hai sempre la testa tra le nuvole, però non lasciarmi alla stazione, mi raccomando, vienimi a prendere!”
“Ma smettila, a dopo!”
Pagai il libro e me ne tornai verso casa. Mentre stavo sull’autobus pensavo al fatto che era tutto così strano. Era un secolo che non ci vedevamo da soli io e lei. E certo, poi mi tornò in mente anche la cassetta. Chissà dove era finita. Forse da qualche parte nella soffitta dei miei. Sara me la regalò in quinta elementare. Questo lo ricordavo bene. Dentro c’erano tante canzonine mielose, tutte cuore amore, cose da femmine insomma! Aveva registrato anche la sua voce. Ricordo che parlava veloce, rideva e diceva quanto le piacesse guardarmi giocare a pallone dalla finestra di casa sua, diceva che ero proprio bravo. Era simpatica Sara però dai, cosa doveva capire del pallone, lei che perdeva il suo tempo a giocare con le bambole e con la cucina! Io in quel periodo pensavo ad altro. Cose da maschi, cose da grandi, vuoi mettere. Leggevo i giornaletti di mio cugino io, leggevo Tex, andavo a cercare i bisonti nelle praterie, i pipistrelli nelle grotte, le rane nei fiumi, uccidevo lucertole, tiravo sassi ai barattoli di latta con la mia fionda, avevo la mia banda, cosa me ne potevo fare delle sue canzoncine mielose. In quel periodo dopo gli allenamenti di calcio passavo sempre da mio zio Cesare. Anche questo facevo. Era uno spasso mio zio, davvero. Mi parlava di guerra, di tigri, di oceani, di pianeti, mi leggeva tanti libri, mi portava ogni volta dentro mondi fantastici e per me sconosciuti. Era l’unico che mi faceva sentire grande. Molti tra i miei parenti non lo potevano sopportare, lo consideravano una pecora nera, un anarchico, uno un po’ strano insomma. Per me era il migliore zio del mondo. Purtroppo morì troppo presto. Mia zia pochi giorni dopo il funerale mi portò nella sua cantina e mi disse che c’era qualcosa per me. Un grosso scatolone e una lettera. E dentro allo scatolone tanti libri. Hemingway, Flaubert, Melville, Marcuse, Platone, Nietzsche. Il suo ultimo regalo per me. I suoi amati libri. Lui che aveva dovuto abbandonare la scuola in terza elementare. Parlavamo tanto io e mio zio. Il più delle volte però lo stavo ad ascoltare. Mi parlava di politica, viaggi, filosofia, storia. E poi ovviamente anche di donne.
“senti ma non è che hai problemi con le donne?”
“no zio, certo che no!”
“ma la fica ti piace o non ti piace?”
“…”
“la fica non ti piace?”
“sì, cioè, in che senso, sì…”
“e alla tua amica, a quella Sara glielo hai messo in mano, glielo hai fatto vedere?”
“cosa?”
“Come cosa, sveglia, il tuo pisello, guarda che c’è qualcosa di più bello della masturbazione, mica mi voglio ritrovare un nipote segaiolo!”
“…”
“Dai scherzo, su, non diventarmi rosso, dimmi un po’, come vanno le cose tra voi due?”
“come vanno zio, vanno. Per dirti, quando siamo andati in gita la mia amica Ilaria mi ha detto che Sara voleva mettersi con me però si vergognava troppo a dirmelo direttamente. Comunque io già l’avevo intuito per via di una cassetta che lei mi aveva registrato. Mi aveva anche lasciato un bigliettino in classe. Con due cuoricini attaccati, in uno aveva scritto il suo nome, nell’altro il mio e sotto c’era scritto speriamo. Insomma cosa vuoi che le dica, mi ha chiesto Ilaria. Cosa vuoi dirle, dille che per me è ok, va bene! Questo ho risposto.”
“Ottimo, quindi state insieme! Ma a te piace proprio questa Sara, non mi sembri convintissimo?”
“Certo che mi piace, penso di sì, a parte la musica che ascolta, per il resto è una tipa in gamba! Giochiamo insieme, ci teniamo per mano e vorrei anche darle un bacio però non so come fare, ho un po’ di paura, meglio aspettare secondo me, che dici?”
“Ho capito, massimo una settima e ti lascia per uno più grande e più sveglio di te. Una settimana e sei scaricato bello mio! Ma cosa devi aspettare, di diventare vecchio come me?! Ricordati, se non la baci ti rinnego come nipote! Adesso vieni qua e dammi un abbraccio forte. Ti voglio bene piccola peste e per qualsiasi cosa lo sai che io per te ci sarò sempre. Ora vai e fai piano con la bici!”
Aveva ragione mio zio. Dovevo trovare il coraggio. Dovevo baciarla. Il giorno dopo mi decisi e andai a trovarla a casa. I suoi erano a lavoro. La testa mi stava scoppiando. Non riuscivo a trovare una battuta simpatica per rompere il ghiaccio. Niente di niente. Vuoto assoluto. Maledizione. Eravamo seduti in silenzio sullo stesso divano. Ero nel panico. Il tempo non passava mai. Decisi a quel punto, non riuscendo a fare altro, di concentrarmi sul veliero enorme appoggiato sopra alla mensola.
“Ma sai che questo veliero è pazzesco, bellissimo!”
“Grazie, è di mio padre”
“È una bomba, grandioso!”
Amerigo Vespucci c’era scritto. Lungo più di un metro sicuramente. Guardai ogni particolare e più lo guardavo più pensavo a quanto ero fifone! Basta, non ce la facevo più, la situazione era troppo imbarazzante, me ne dovevo andare. La ringraziai per l’aranciata e scappai al fiume dai miei amici. Correvo e pensavo che ero stato proprio un deficiente, un bambino buono a nulla. Cosa me ne poteva poi importare di quel maledetto veliero o galeone o nave che fosse? E i miei amici subito a chiedere, a voler sapere i particolari. Ed io che non ne volevo parlare.
“Stai a vedere che questo si è proprio innamorato, proprio come le femminucce!”
“Ma quale innamorato, non ho tempo per queste stronzate, andiamo a fare un tuffo, dai!”
Quella notte dormii male e poco. Il giorno dopo chiesi a Sara di venire con me alla fontana, quella nel campo di Fernando. Là saremmo stati tranquilli. Lei venne e mi portò un regalino, un piccolo modellino di nave. Un Amerigo Vespucci in miniatura. Io per ringraziarla all’improvviso le baciai le labbra. Un bacio velocissimo. Un nanosecondo. Niente di particolarmente interessante e entusiasmante. Sarei riuscito a fare un po’ meglio tempo dopo però comunque quello fu il nostro primo bacio e da quel giorno eravamo sempre insieme. Avevo iniziato anche a trascurare i miei amici e stavo uccidendo molte meno lucertole. Dopo l’estate poi ci lasciammo per rimetterci insieme alcuni mesi dopo. Litigavamo e facevamo la pace. Sempre. E poi ci perdemmo di vista. Ognuno per la propria strada. E dopo anni ecco la sua telefonata. Eccola a Bologna.
Scendendo dal treno mi venne incontro correndo con le braccia aperte, ancora con quell’espressione dispettosa e furba che aveva da bambina. Era una situazione un po’ strana però fui sinceramente felice di rivederla. Ce ne andammo in giro per la città e dopo aver camminato a lungo la portai ai giardini Margherita per una birra fresca e un po’ di ombra. Seduti sul prato lei mi raccontò di sua figlia, delle sue paure, della storia finita con lui, del fatto che a volte le sembrava di non farcela a respirare. Poi si sdraiò sull’erba e chiuse gli occhi.
“Senti, va bene per te se riparto domattina?”
“Certo che va bene”
“Allora resto, basta solo che tu non mi violenti stanotte, me lo prometti?”
“Questo non te lo posso garantire, mi spiace!”
“Ok, non importa, correrò il rischio!”
Comprammo una bottiglia di vino e andammo a casa mia. Mentre lei parlava al telefono con la bambina io cucinai qualcosa. Aprimmo il vino e ridemmo di quanto eravamo buffi noi da bambini. Il tempo era volato, era ormai tardi e la mattina ci saremmo dovuti alzare presto. Cambiammo le lenzuola del mio letto dove lei avrebbe dormito. Io mi accomodai sul divano nell’altra stanza. Non riuscendo a prendere sonno lessi qualche pagina del libro comprato la mattina alla Feltrinelli. Dopo cinque minuti due, tre colpetti sul muro.
“ehi, stai dormendo?”
“no Sara, leggevo un po’.”
“ti va di venire di qua cinque minuti? Devo dirti una cosa.”
“Certo, eccomi. Dimmi?”
“Grazie, è stata una bella giornata!”
“ma allora perché piangi?”
“non sto piangendo, niente, abbracciami per favore e raccontami di cosa parla il libro di Mutis”
Le raccontai del libro, aspettai che si addormentasse e me ne tornai sul divano. Lessi qualche altra pagina e dopo poco mi addormentai anch’io.

Bologna è un divano blu

“… Bologna per me provinciale Parigi minore”
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 Bologna è un divano blu consumato trovato per strada. È Andrea Pazienza, Stefano Benni, Federico Aldrovandi. È scuola pubblica, è radio città del capo, è tolleranza. Bologna é tirar tardi parlando per ore di niente, è l’attimo di follia in cui credi di averne afferrato il senso, è una delle mie magliette che metti prima di dormire quando fuori c’è la neve, è un abbraccio per un amico che se ne va, una brandina per un amico che ritorna. È un altro dei miei viaggi tra passato e presente, è un girotondo di sguardi, è tutto quello che vedo dalla mia finestra. Portici rossi e ovattati. Protettivi e soporiferi. Spicchi di cielo. Pachistani che vendono pomodori pachino e tigelle, pizzaioli magrebini alla bella Napoli, studenti fuori sede e fuori corso, giocolieri veneti sui trampoli fermi ai semafori, slavi che improvvisano concerti per strada. Bologna è piazza Santo Stefano in compagnia di un amico marchigiano e della sua chitarra. È il sorriso delle ragazze spagnole che si avvicinano cantando e offrendo una bottiglia di vino. È via Petroni di notte per l’ultimo cicchetto con gli amici dell’erasmus, è via Borgonuovo aspettando le paste calde di Luigi prima di andare a dormire. Bologna è Ustica, Sydney, Valencia, Ragusa, Istanbul. È un Kebab, un Gulasch, del pane carasau, del lambrusco. È dialetto, cultura, caos, puzza di pesce, nebbia, mistero, precarietà, umidità, lontananza, anarchia, fantasia, lentezza, allegria, poesia.

Per me appena maggiorenne Bologna è stata la fuga dai pettegolezzi delle vecchie vedove del mio paese. Dai loro occhi scolpiti e immobili come il granito sui davanzali delle loro finestre chiuse. È  stata la lontananza dalle loro idee bigotte, dalla loro fede, dal loro buon giorno e dal loro buon natale. In quei giorni di grandi decisioni e d’inconsapevolezza l’importante per me era solo lasciare tutto e partire. E dopo l’estate ecco finalmente Bologna! Ecco San Petronio, l’università, le feste in casa di perfetti sconosciuti, gli studentati dove farsi ospitare dalla ragazza romagnola che ti piaceva tanto senza che il custode si accorgesse di te. Ecco i concerti ska all’estragon, le pinte di birra in via del Pratello, il jazz in via Mascarella, i pranzi in mensa dopo file interminabili, le partite a carte per decidere chi avrebbe dovuto poi lavare i piatti della cena, San Luca a piedi che una volta sola può anche bastare, i lavori che ti sei dovuto trovare, il sessanta notturno che non passa mai quando ti serve, la francese che non te l’ha mai data, le notti sui tetti di via Cartoleria aspettando l’alba, l’appuntamento sotto alla statua del Nettuno con quella ragazza conosciuta la sera prima e che ricordavi molto più carina.

E poi la ricerca di una casa, l’appartamento misto, la voglia di condivisione, la mancanza di intimità, il congelatore troppo piccolo, il proprietario rompicoglioni che suona sempre nei momenti meno opportuni, gli spaghetti alle due di notte, le spese condominiali comprese nel prezzo, le selezioni surreali per scegliere nuovi coinquilini dopo aver attaccato centinai di volantini in via Zamboni. Ed eccoli arrivare. Prego, vieni pure, lui è Riccardo, lei Simona e questa è la stanza. Ecco il fascista che non conosce la storia, che non conosce un cazzo e se ripensi a quello che i suoi simili hanno fatto al tuo amico e al suo compagno vorresti sputargli in faccia e sbatterlo fuori all’istante. Ecco quello strafatto di cocaina che deve assolutamente provare il letto e deve per forza saltarci sopra come una biscia impazzita. Come un’anguilla gigante. Che apre senza un apparente motivo le ante dell’armadio quelle sei settemila volte e tu vorresti solo tornartene a dormire. Ecco la ragazza enorme e sorridente che la camera nemmeno la guarda, concentrata solo sulla cucina e sul forno troppo piccolo per le sue torte giganti. E poi la fighettina bolognese che oddio quanto è piccola questa stanza, e cosa sono tutte quelle scritte sui muri, e il cinquantenne abbronzato e abbandonato dalla moglie e dai figli, e l’allevatore di pitoni, il punkabbestia, la matricola, il suonatore di bonghi, la bellissima studentessa del dams, l’aspirante regista, il coltivatore di marijuana, il figlio di papà con l’alberghetto a Sorrento. E tu ogni volta a spiegare le due, tre regole della casa. E fare domande. E sperare che finisca tutto il prima possibile.

Ne è passato di tempo da quel primo giorno a Bologna. Dalla sorpresa, dall’eccitazione, dall’euforia, dal primo esame, dal “vuole una sportina” al “può darmi il tiro”. Poi altre città, altri amori, altre delusioni, altri lavori, altri entusiasmi. Dopo qualche anno eccomi di nuovo qua. Un po’ di cose sono cambiate. Alcuni amici li ho persi per strada, altri li ho ritrovati, altri si sono sposati, qualcuno poi è tornato a vivere con i genitori. Non so per quanto mi fermerò questa volta. Non so quando mi fermerò. Davvero, non lo so, e adesso non mi interessa. Adesso so solo che il frigo è vuoto e devo pensare alla spesa. Uova, verdura, latte, detersivo e qualcos’altro che poi mi verrà in mente strada facendo. Stasera ho voglia di risotto gamberetti e zucchine. Scappo. Ben ritrovata Bologna, mi sei mancata!

Lettera quasi d’amore

“…e tu scrivimi scrivimi se ti viene la voglia e raccontami quello che fai,
se cammini nel mattino e t’ addormenti la sera
 e se dormi, che dormi e che sogni che fai…”
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Ok, fatto tutto, quasi tutto ma che importa poi. Le otto di sera. Quasi le otto mentre corro verso l’antica fiaschetteria. Ancora aperta per fortuna. Vino rosso per me e per la mia serata. Questa mattina ho trovato la tua lettera nella cassetta della posta. Ci ho pensato tutto il giorno. E ora non ce la faccio più. Sono curioso. Ho voglia di leggerti. Dovevo solo aspettare il momento più adatto per farlo. Arrivo a casa e metto tutto sul tavolo del terrazzo. Portacenere, vino, apribottiglie, tagliere, salumi, fogli, candele. John Lee Hooker sullo sfondo. Non provate a disturbarmi. Per nessun motivo. Cellulare spento. Sorsata, sigaretta, catfish blues. Apro la lettera e leggo tutto d’un fiato le tue parole. Sorseggio piano, assaporo lentamente. Vorrei tanto averti qua in questo momento. Vorrei sentire i tuoi piedi freddi scaldarsi piano. Vorrei guardarti correre divertita dietro ad un cagnolino per strada. Vorrei che domattina tu mi buttassi giù dal letto pretendendo la colazione. Vorrei vedere la tua espressione subito dopo il mio rifiuto. Imbronciata, arrabbiata, buffa, complice. Vorrei vederti ridere prendendomi in giro. Vorrei baciarti le gambe e ascoltare i tuoi sospiri leggeri.

No, stasera non ti chiamo. No, non chiamarmi. Non risponderei. Aspettiamo domani. Stasera ho voglia di scriverti. A cosa stai pensando? Che cosa succede da quelle parti? Qua ci sono nuvole e chissà forse stanotte pioverà. Grazie per tutto. Grazie per la tua fantasia, per la tua libertà, per una serata come questa. Grazie per riuscire così bene a rispettare i miei silenzi e la mia solitudine. Alzo un po’ il volume. Led Zeppelin, Rolling Stones, Creedence, Barry White, David Bowie, Stevie Ray Vaughan. Ecco che torna Nick Horby. Cinque canzoni per una serata come questa. La prima ain’t no sunshine when she’s gone di Otis Redding. Guardo le nostre foto al mare. Sì, già avevo deciso, ti preparo un cd.

“e’ così sbagliato se voglio essere a casa in mezzo alla mia collezione di dischi? Collezionare dischi non è mica come collezionare francobolli, o sottobicchieri di carta, o bussole antiche. C’è tutto un mondo, qui, un mondo più bello, più sporco, più violento, più pacifico , più colorato, più aereo, più pericoloso, più amoroso di quello in cui vivo, qui ci sono la storia e la geografia, e la poesia..”

“..certi lo considererebbero un modo stupidissimo di passare una serata , ma io non sono fra quelli. Questa è la mia vita ed è bello sguazzarci in mezzo, immergerci dentro le braccia, toccarla”

Da dove iniziare però? Ok. Otis Redding. Al Green. E poi Marvin Gaye, Janis Joplin, Etta James, James Brown, Garbage, Portishead, Massive Attack, Chemical Brothers. Soul, blues, trip hop. Playlist soft, erotica, allucinata, psichedelica, confusionaria. Mi piace come scorre. Sì, sì, mi sta piacendo! Riempio il calice. Mai interrompere il flusso creativo. Mai! Devo mettermi le cuffie però. Mi ritorna in mente Jingo. La cerco. Mr. Santana e Mr. Eric Clapton dal vivo. Jingobalobabalo. Oh mio dio! Volume altissimo nella testa. I sensi si distendono. Fuori ormai poche luci accese. Mi perdo tra i miei pensieri, chiudo gli occhi e sento che tutto quanto il mio corpo risponde alla musica. Perché troppe persone danno così importanza a cose del tutto insignificanti? Gli occhi mi bruciano, le note passano da un orecchio all’altro. Freedom in loop. Richie Havens a Woodstock, wow! Tutto torna, tutto ha un senso e gola secca. Vino rosso. Scrivo molto lentamente adesso. Non so più cosa scrivo, the dark side of the moon e quella voce lungo tutta la schiena. Non posso più scrivere, no, troppe cose, troppe immagini, troppi colori. Brividi e basta. Pensiero da una parte e dita da un’altra. La Grange degli ZZ Top a tutto volume, fantastica! Dove sono? È tardi. Quasi le tre. Domani sveglia troppo presto. Sigaretta accesa dalla parte sbagliata. Tolgo le cuffie. Cammino a piedi scalzi per la cucina. Non posso spedirti. No. Devo dirti altre cose. Mi piacerebbe scriverti ancora un po’. Non adesso. Adesso non posso. Adesso Chopin. Notturno numero due. Mi butto sulla poltrona. Senso di calma e meraviglia. Alla nostra prossima notte. Ti bacio.

Fiore di campo

“quei giorni perduti a rincorrere il vento

a chiederci un bacio e volerne altri cento…”

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Scendo verso il torrente lasciandomi alle spalle il prato giallo di ginestre e la luce del giorno. Un primo piano con molto contrasto, poi a sfumare. Le nostre mani perse in un valzer in bianco e nero di qualche tempo fa. I nostri passi colorati di rosso e arancione. Per il tramonto terra di siena bruciata. In principio poco colore. Un pennello piatto e largo. Armonia e calda simmetria degli opposti. Peli di seta bianca per una nuova tela da completare. Nella mia mente il miagolio della poiana. Nei miei occhi il volo di un airone.

Mi fermo. Respiro e riscaldo le mescolanze. Raccolgo viole etrusche e rose selvatiche. Fiori di campo per te che senza volerlo mi hai regalato semplicità, leggerezza e allegria quando ormai credevo di essermi perso.
Le voci del paese adesso sono lontane. Il vento si è fermato e i cani dei pastori non abbaiano più. Moltitudini di alberi sempre verdi filtrano pochi raggi di sole. Un folletto delle grotte ti regala un sorriso e tu mi mordi piano la pancia mentre canto una canzone stonata. Mi guardi, ridi e scappi via. Poi ti fermi e ti asciughi la fronte. Hai capelli raccolti. Capelli color miele che ti aggiusti sempre con un gesto della mano che riconoscerei a chilometri di distanza. Orecchini comprati insieme al mercatino delle pulci di Bologna. Ti guardo e vado via.
L’acqua è fredda e limpida. Mi tolgo i vestiti e mi tuffo. Siamo esseri umani meravigliosi, unici e irripetibili. Vieni qua! Tuffati, ho voglia d’amore. Buttati e lascia correre la corrente. Voglio un amore al di là delle esperienze altrui, al di là del saputo. Indecifrabile, destabilizzante, sconosciuto. Voglio follia e cedimenti. Sono nudo e vulnerabile di fronte a te. Nessuna protezione, nessuna sicurezza, nessuna certezza.
Sono lontani i rumori dei clacson di macchine ferme in coda sulla tangenziale. Lontane le sirene, le urla scomposte, i respiri affannati. Lontani anche quei poeti di varietà del sabato sera con indosso ridicole parrucche utili solo a compiacere signorotti potenti che ormai da troppo tempo hanno perso il senso del pudore e dell’umiltà. Uomini senza dubbi, senza sogni, senza fantasia. Uomini refrattari ad ogni cambiamento, sicuri del loro niente, imbalsamati nelle loro fragili menzogne e nel loro potere ridicolo.
Apro la bottiglia di vermentino lasciata a raffreddare nell’acqua cercando ancora di ricordare le parole di quella vecchia canzone popolare che ogni estate la banda suonava alla festa del paese e mi sembra di sprofondare in qualcosa di molto simile alla felicità.
Sei bella e non mi stanco di dirtelo. Sei bella e sai di pane fatto in casa. Assaporo le tue labbra rosse e la smetto, almeno per oggi, di decifrare fondi di caffè.