Profumo di gelsomino

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“La Patagonia è un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo.

Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più.”

Bruce Chatwin

Lo scompartimento ero vuoto. Un po’ leggevo, un po’ ripensavo ai giorni appena trascorsi in Veneto, un po’ guardavo fuori.

Covoni di fieno stesi su colline gialle bruciate dal sole. Filari di vigne preceduti da rose color corallo, pesca e arancio. Casolari in pietra con gerani rossi alle finestre. Due bambini che stavano salutando come si fa con gli aerei. Il treno procedeva lento verso casa. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Stavo quasi per addormentarmi. Ancora due paesi, altre colline, altri cipressi, ancora due stazioni e poi finalmente un letto.

Il sole stava colorando di rosso la campagna. Il dondolio del sedile accarezza i miei occhi stanchi. Senza rendermene conto mi addormentai. Non so proprio quanto avessi dormito, dieci minuti, forse mezz’ora. Una ragazza era venuta a sedersi accanto a me, alla mia destra.

-ciao! Dissi.

Avevo la bocca ancora impastata, il braccio sinistro addormentato e una gran voglia di caffè.

-ciao a te, ti ho raccolto il libro, ti era caduto.

-oh grazie.

Grazie, grazie, grazie! Aveva stivaletti bassi, neri e borchiati, gambe nude, una gonna leggera, una canotta dei ramones, poco trucco, occhi neri, profondi e bellissimi. Bella! Sentivo il suo profumo. Gelsomino. Forse. Forse no. Boh. Pensai di dirle che qualsiasi cosa fosse aveva un odore buonissimo! Pensai che avrei davvero voluto conoscerla meglio. Pensai anche che dovevo puzzare parecchio dopo un giorno in treno. E poi mi aveva pure visto dormire. Magari era rimasta disgustata dallo spettacolo. Magari avevo dormito con la bocca spalancata e magari un filo di bava mi era pure colato sulla maglietta. Che figura di merda! Controllai. No, almeno quello no! Va bene, comunque meglio aspettare. Ripigliati. Magari tra un po’ le avrei parlato. Magari sarei dovuto andare prima in bagno a lavarmi la faccia. Magari.

Mi stavo agitando. Tornai per un attimo a guardarla di nascosto e avevo una gran voglia di dirle altre mille volte ciao. Ciaociaociaociaociaociaoooo! Solo questo mi veniva in mente.

Guardavo fuori dal finestrino mentre lei sfogliava una rivista. Pensavo a quegli occhi. Chissà come si chiamava. Chissà quale colore aveva scelto per pitturare le pareti della sua camera. Chissà se era vegetariana, se le piacevano i vecchi film in bianco e nero, se aveva un cane. Dovevo darmi una mossa. Dire qualcosa. Fare qualcosa. Ancora due minuti, due minuti e forse le avrei parlato. Bloccato. Imbarazzato. E poi lei.

-scusa ma non ho potuto non notare il libro che ti era caduto. Non lo conosco, è bello?

-sì, mi sta piacendo, ma sono ancora all’inizio, ho letto solo poche pagine.

-di cosa parla?

-di marinai, di dinosauri, di viaggio, di radici, di cose così.

Stavo leggendo “In Patagonia” di Chatwin.

Le raccontai quel poco che avevo letto. La sua curiosità, scoprii, era dovuta al fatto che sua madre era argentina e lei era stata da piccola in Patagonia. Aveva viaggiato tanto. America, Australia, Giappone. Io no, qualche posto in Europa, poco più. Scoprii anche che le piacevano i film in bianco e nero, le piaceva Truffaut, le piaceva andarsene al parco a leggere, le piaceva Devendra Banhart. Le piacevano anche i prati di lavanda, la cioccolata fondente, i quadri di Frida Kahlo. A me piaceva starla ad ascoltare. Mi piacevano quegli occhi, quelle labbra rosse, quella semplicità. Parlammo per tutto il tempo e poi scendemmo nella stessa stazione.

-ehi, se ci ribecchiamo devi dirmi come finisce il libro, mi raccomando, sono curiosa!

-dai, lasciami il tuo numero, appena finito ti racconto tutto!

Ci scambiamo il numero. Arrivai a casa. Mi feci una doccia. Aprii il frigo. Vuoto. Solo un pezzo di grana, un limone e una corona. Tagliai il limone e lo misi nella birra. Mi buttai sul divano e misi nello stereo devendra banhart. Pensavo a lei. In continuazione. Mi era passato del tutto il sonno. Non potevo aspettare, dovevo chiamarla.

-ciao, ti disturbo? ho appena finito il libro, devo raccontartelo!

-ma se eri all’inizio, dai, non sei credibile!

-Ok, va bene. Però ho letto un’altra pagina e secondo me ci sta dentro tutto il pensiero di Chatwin. Credimi, pelle d’oca! Davvero, quella pagina dovrebbero farla leggere a scuola! Posso raccontartelo? È importante, non scherzo! Posso invitarti a cena fuori, da qualche parte?

-adesso? Sono le dieci passate, ho già cenato, stavo per mettermi a letto per la verità!

-come non detto… e mojito? O birretta veloce? Ti prometto che non ti faccio fare tardi!

-va bene, vai, aggiudicato, vada per la birretta, mi preparo, ci aggiorniamo tra poco!

-a dopo!

I capelli mi stavano male, cazzo. Quasi tutti i vestiti erano ancora spiegazzati nel borsone. Ancora tutto da lavare, anche la mia maglietta preferita! Cazzo. Cazzo. Cazzo! Era da un po’ che non provavo una sensazione del genere. Mi sentivo un po’ rincoglionito e anche parecchio felice.

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Appunti di viaggio

“con le pinne, fucile ed occhiali

quando il mare è una tavola bluuuuu…”

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Mi stiracchio, sì mi stiracchio e aspetto altri cinque minuti prima di alzarmi. È domenica mattina e la signora calabrese del piano di sopra si è dimentica di mettere in moto l’aspirapolvere, il cellulare poi ancora non ha squillato e nessuno grazie a dio ha bussato alla porta. Mi stiracchio, mi stropiccio e bevo mezza bottiglia d’acqua lasciata questa notte sul comodino. Apro piano le finestre. Mi abituo con calma ai raggi del sole che passano come l’estate tra le tapparelle in vimini e bamboo e metto la moka sul fuoco. Innaffio la menta, il basilico e la santoreggia e già l’odore del caffè si diffonde per tutta la casa. Sir James Paul McCartney canta get back ed io canto con lui tenendo la tazzina di caffè come fosse un microfono, come fossi sul tetto della Apple nel ’69. Io e i Beatles, che gruppo ragazzi! Scendo dai tetti e torno da te che ancora fai finta di dormire; non ti vuoi alzare, no, fai le finte, fai le bizze, ti lamenti come una bambina che non vuole andare a scuola e ti nascondi dispettosa sotto alle lenzuola. Alla fine poi mi tiri verso di te e mi convinci in un attimo che tutto quello che ti sto dicendo non ha senso, che tutto quello che c’è da fare può ancora aspettare. Ancora un po’. Stesi sul letto ridiamo ricordando le tequile sale e limone bevute alla calata durante il concerto brasiliano della sera prima alla Montagnola, i bicchieri rubati e nascosti nella tua borsa, e la nostra decisione finale, alcolica e definitiva di partire. Non per via dei bicchieri rubati ovviamente, non siamo ricercati, no, non credo, spero di no. Partire così, per partire, per viaggiare. Qualche giorno lontano dalla città, in campeggio. In campeggio??? Sono anni che non vado in campeggio però dai sì, la tenda dovrei ancora averla da qualche parte, spero in cantina, ora ci guardo. Avevo anche un fornellino ma vai a sapere dove è finito. Non importa. Usato una sola volta e con pessimi risultati.

Carico in macchina la tenda e i sacchi a pelo, tu la tua inseparabile moleskine e la tua Canon. Siamo al casello e ancora dobbiamo decidere dove andare e quanto stare. Particolari senza importanza. L’unica certezza per adesso è il mare e la mia mano sulle tue gambe. Senza una meta per qualche giorno, una settimana, forse più, vediamo. Senza programmi, senza progetti, senza una direzione. Code a tratti sull’A1 tanto per cambiare. Ma oggi non importa. Canti Rino Gaetano e poi, chissà perché, senza apparente motivo, mi metti le dita nelle orecchie, non contenta decidi anche che dovrei masticare il tuo chewingam consumato, e poi mi fai il solletico, mi sbottoni la camicia, mi gratti la pancia, insomma, vuoi farmi arrabbiare. Ok, l’hai voluto tu. Non si torna indietro. Ora basta, a tutto c’è un limite. Mi fermo con l’intenzione di punirti, di farti capire come vanno le cose del mondo e di lasciarti una volta per tutte in mezzo all’autostrada, dalle parti di Barberino del Mugello. Sola e abbandonata. Così deve essere e così sarà. Parcheggio, provo a fare il serio, faccio finta di spingerti fuori dalla macchina però l’unica cosa che voglio lo sai è baciarti. Non voglio altro, solo le tue labbra rosse e la tua allegra anarchia.

Il mare è vicino ed è quasi sera. Arriviamo al campeggio e però prima di montare la tenda ci meritiamo un tuffo. Assolutamente. Il posto è bellissimo a parte un cartello un po’ inquietante e surreale che dice di fare attenzione alle frecce volanti. Quali frecce? Mah. Faremo attenzione! Ci mettiamo il costume e ci incamminiamo verso la spiaggia lungo una stradina polverosa e ombrosa. Pini marittimi ci accompagnano. Intorno cavalli e bovini allo stato brado. Sulla destra in lontananza colline e torri medievali ormai in rovina che dominano la macchia mediterranea e che forse servivano per avvistare pirati turchi, vai a sapere o forse davano rifugio a monaci dediti alla preghiera e al silenzio, chissà. Comunque solo natura; natura e nessuna villa abusiva, nessun albergo, niente cemento, niente di niente, sembra un sogno! Ti fermi solo un attimo per fotografare un giglio di mare cresciuto solitario sulle dune e finalmente raggiungiamo una piccola caletta. Non c’è nessuno. Solo un gruppo di gabbiani reali leggermente infastiditi dalla nostra presenza. Sulla spiaggia capanne sparse e improvvisate con tronchi bianchi portati dal mare. Ne scegliamo una, lasciamo le nostre cose e corriamo a tuffarci. Lontano il profilo sbiadito di un’isola. Un muggine o forse una spigola o chissà cosa poco distante da te salta fuori dall’acqua mentre pesciolini striati e vispi nuotato vicino alle mie gambe. Guardo attraverso l’acqua limpida la sabbia ondulata illuminata dalla luce ormai tenue del sole e penso che forse questa sensazione che provo adesso è quella cosa che chiamano felicità, forse sì, forse è così.

Tornati al campeggio scopro con stupore che è buio, che non ho una torcia e che la mia tenda ha mille ingranaggi strani che non ricordavo esistessero. Picchetti, pali, tiranti, un bordello. Per fortuna con l’aiuto di una signora nostra vicina e del suo martello riusciamo a montare il tutto e per festeggiare la grandiosa impresa o solo per compassione veniamo invitati a bere un bicchiere di vino da lei e dalla sua compagna nella loro tenda. Ecco, la loro sì che è una tenda, altroché storie. Sembra una casa, c’è pure la veranda e una piccola finestra. Hanno anche un tavolo fuori, apparecchiato con candele, fantascienza per noi! Doveva essere un bicchiere e alla fine rimaniamo con loro per tutta la sera. È  notte ormai, ci salutiamo le ringraziamo e subito dopo mi dici che vuoi tornare nella nostra capanna sulla spiaggia passando per la pineta. Per la pineta?

–         Ma sei impazzita? Guarda che la notte ci sono i cinghiali che mozzicano!

–         Ma smettila, non hanno mai mozzicato nessuno!

–         Ti giuro, da queste parti mozzicano, guarda come fanno, vieni qua, mozzicano così, lo diceva anche Stefania, non hai sentito? E poi ricordati che ci sono le frecce volanti e….

–         Fifone andiamo, muoviti!

Camminiamo e per un attimo penso a mio babbo. Da piccolo nelle sere d’estate andavamo insieme in macchina nelle strade di montagna, quelle più isolate sperando di veder attraversare un tasso, una lepre, un istrice, una volpe oppure, appunto, un cinghiale. La nostra oretta tra uomini avventurosi. Una sera incontrammo una cinghialessa enorme che stava attraversando la strada e per nulla impaurita ricordo che restò immobile e fiera di fronte ai fari della nostra macchina. Non si mosse fino a quando tutti i suoi piccoli, cinque o sei, non attraversarono la strada. E quando finalmente furono al sicuro anche lei sparì nella notte.

Arriviamo alla spiaggia e alla nostra capanna sani e salvi, nessun cinghiale e nel cielo tante di quelle stelle che la città accecata dalla pubblicità se le sogna nostalgica nei libri di astronomia.

Tradimento

“…mia madre mi disse:
non devi giocare con gli zingari nel bosco;
ma il bosco era scuro, l’erba già alta,
dite a mia madre che non tornerò”
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 Salto su un carro merci in corsa con la mia disarmante e infantile curiosità. Sento lo scricchiolare rassicurante del vecchio legno. Odore di rischio, coraggio, libertà. Un predicatore cieco canta un gospel e mi invita a seguirlo. Mi promette strade più sicure e meno polverose. Pepite e risposte. Mi spiace amico ma non lo posso fare. Devo continuare da solo. Alla ricerca di qualche dio, di qualcosa in più, di un altro treno. Lontano come al solito dalla legge del branco. Sorpreso e fragile come un tempo di fronte ad una carezza. Duro e impassibile guardando desolato la tua boria. Refrattario all’incanto dei tuoi regali d’oro. Non ho paura, no, ho solo bisogno di guardarmi in faccia e di scrivere su carta da pacchi consumata e gialla i deliri per le mie notti. Inseguo il mio sogno. Corro verso una nuova frontiera e ripenso per un attimo al giorno in cui una zingara a Granada davanti all’Alhambra mi lesse la mano. Mi promise una famiglia, un cane e una stella polare da tenere in tasca. Avevo diciannove anni, tasche bucate e giravo la Spagna in treno con uno zaino in spalla. Avevo tante stupide idee per la testa. Adesso me ne sto qua con altri sogni e con tante altre stupide idee per la testa. La distinzione tra fantasia e realtà non è affatto necessaria per i miei fini. Se solo tu la smettessi di giudicare ciò che non conosci. Rispetta le mie idee Apapaia. Sì, lo so, ti ho delusa. Lo avevo messo in conto e non posso farci niente. Io non sono e non sarò mai quello che tu vuoi che io sia ma se solo avrai la voglia di ascoltarmi magari un giorno conoscerai qualcosa di me che nessuno ha mai conosciuto. E’ vero, sono cambiato e tu non mi riconosci più. Lo vedi nel mio sguardo. Lo leggi nelle mie parole. Lo vedo nella tua paura. Finalmente orgoglioso delle mie insicurezze, dei miei dubbi, degli sbagli che ho fatto, della mia bellezza. Sei dolce quando menti. Sono più forte di te mentre piango, mentre rido, mentre inciampo, mentre vivo. Non posso fare altro. Ogni notte ti tradirò e tradirò chiunque voglia continuare ad amarmi. Ti tradirò per cercarmi più in fondo, per recuperare l’essenza delle cose, per affrontare gli angoli oscuri e primitivi della mia mente. Fatti avanti allora, non aspettare, sono qua. Graffiami, manda in frantumi il mio fragile vaso di parole vuote, inchiodami alle mie contraddizioni, mordi le mie labbra fino a vederle sanguinare e poi vai via. Non ti fermerò. E poi torna se te la senti. Torna con semplicità, senza rancore, senza supponenza, senza quel bisogno inutile di volermi cambiare, torna soltanto per sentire il mio odore ed io grazie a te cambierò, incrinerò le mie certezze, impazzirò.  Torna senza aspettative, senza recinti, senza il timore di esser giudicata, senza regole. Torna e io ti ascolterò come la spiaggia ascolta i desideri più nascosti delle onde. Torna e dammi le mani. Avrai in cambio dolcezza, comprensione e verità. Torna e dimmi finalmente chi sei.